Peppone e Camillo in missione al Vaticano

Dal giornale
Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone in una foto d'archivio. Il sanguigno parroco emiliano nei cinque film della serie e' in perenne lotta con il bonario ma al contempo collerico sindaco comunista Peppone. ANSA

Papa Francesco cita il sacerdote nato dalla fantasia di Guareschi. Abbiamo sentito storici e intellettuali. Ne è nato un dibattito

Papa Francesco è riuscito a fare quello che Guareschi non avrebbe mai pensato di scrivere ed è riuscito a mettere in piedi una scena che nessuno dei molti registi che hanno firmato la lunga saga cinematografica sarebbe riuscito a girare: ha fatto entrare dalla porta principale di una chiesa, lo storico duomo di Firenze, nientemeno che don Camillo e Peppone insieme. Lo ha fatto sotto l’Ecce homo dipinto sulla volta di Santa Maria del Fiore, inserendoli in un discorso con il quale chiedeva alla Chiesa italiana di rinunciare al potere, alla fissazione per le strutture e di essere la”chiesa delle beatitudini”. Lo stupore delle prime ore si è presto trasformato in una disputa sui perché di quella citazione ritenuta stravagante e alla lunga ha innescato le solite dietrologie. Ma che c’entrano don Camillo e Peppone con ciò che sta accadendo? Non è roba da passatisti, magari da nostalgici delle due grandi subculture, quella comunista e quella cattolica? Il fatto è che la citazione è stata tutt’altro che casuale e le parole usate dal Papa, se lette con attenzione, non lasciano spazi a tante dietrologie: «Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati,come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente», ha detto il papa. Di sé don Camillo diceva:«Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Proviamo a ragionarci sopra, con la giusta distanza che bisogna avere tra i tempi della cronaca equelli della riflessione. Cerchiamo di rileggere quelle parole aiutandoci con il parere di uno storico e saggista come Stefano Pivato, fino a poco tempo fa rettore dell’università di Urbino, che nei suoi molti libri, da I comunisti mangiano i bambini. Storia di una leggenda all’ultimo, Favole e politica, ha ripetutamente affrontato il rapporto tra le istituzioni e il sentire popolare: «Il messaggio di Papa Francesco è una dichiarazione a favore di una chiesa senza fronzoli. In Don Camillo , il Papa ritrova forse il suo modo d’essere: quello di un prete che sta tra la gente e, per dipiù, povero. Emerge un sapore che sa di francescanesimo. Ce lo vedrei molto bene nei panni del prete di Brescello, poco attento al vestire, se non proprio trasandato, nel suo dialogare direttamentec on il Padre Eterno. E’ un potente invito alla misericordia».

1. Fieri avversari

Non c’era un idillio tra il prete e i comunisti, ma non c’era nemmeno odio. E’ strano come un simile atteggiamento che dovrebbe contraddistinguere la maturità di una democrazia ci appaia come qualcosa di ormai inusuale. Pensiamo a ciò che vediamo e sentiamo in Parlamento; pensiamo alle contrapposizioni ululanti di certe trasmissioni. Proprio a quel rapporto ci riporta Stefano Pivato: «Don Camillo era un fiero avversario di Peppone e dei comunisti ma non li odiava, li combatteva senza considerarli nemici. In quel paese, sulle rive del Po, vigeva una solidarietà di fatto: se c’era da fare del bene si rimboccavano le maniche, sia che fossero cattolici che comunistie senza considerare che c’erano, già allora, molti comunisti che professavano, più o meno di nascosto, la fede cristiana. Specie se c’era da aiutare gli alluvionati o i diseredati. La misericordia, ripeto. Se Don Camillo aveva scatti d’ira, e ne aveva, chiedeva poi perdono al Signore e la rabbia non si trasformava mai in odio. Insomma, dalla penna di un autentico anticomunista come Guareschi è uscito un prete che diventa un campione, in quella fase di transizione e di profondi mutamenti dell’Italia, di democrazia».Un’altra notazione, con relativa domanda, scaturisce da una lettura non affrettata di quella citazione e dei comportamenti che ha innescato: perché queste parole che sono state dette da Papa Francesco con la consueta freschezza e che sono state rilanciate dai media con insistenza sono state, invece, ignorate da gran parte dalla politica? Una rimozione? Oppure si devono ancora fare i conti con quegli scomodi personaggi, peraltro tanto amati dalle masse popolari? Giovanni Gozzini, storico e studioso in particolare proprio dell’Italia contemporanea, ha una sua idea: «La saga di Peppone e don Camillo incarna ciò che gli italiani sentono e i politici preferiscono ignorare: cioè che al livello micro della comunità locale scattano meccanismi di solidarietà di fronte ai problemi concreti della vita quotidiana che sono sempre più forti di ogni ideologia e di ogni appartenenza.Vale per i paesi come per i quartieri di città».

2. E Guareschi?

Ciò che sta accadendo in questi giorni ci dice proprio questo: cresce il bisogno di azioni di solidarietà nelle città assetate del sud; cresce la necessità di far fronte comune davanti alle emergenze che ci cadono addosso con le catastrofi naturali; cresce la necessità di rispondere ai cittadini con azioni concrete e non con urlanti demagogie populistiche che impazzano sull’epocale dramma dell’immigrazione. L’incitamento è dunque quello a far rifiorire una reale dimensione pubblica. Questo tasto lo pigia con forza anche Giovanni Gozzini invitando anche la sinistra a riflettere, come si dice, sul tema: «Sotto il vestito pubblico, ogni essere umano è nudo e più o meno uguale agli altri: vale per i comunisti e vale anche per i preti. Almeno per quelli che stanno in mezzo alla gente. Questo Papa appartiene a questa razza di preti mentre i suoi predecessori, fino a Giovanni XXIII (escluso), no. Discettavano di teologia ma conoscevano poco il relativismo della condizione umana. Ecco la radice di una grande rivoluzione: forse l’unica ancora possibile, anche a sinistra. Diritti, diritti, diritti: ok, ma in concreto, qui e adesso, cosa si fa?» Fin qui la voce di chi rilegge positivamente il gesto del Papa. Ma c’è anche chi non l’ha mandato giù: alcuni lo hanno esplicitato, altri hanno preferito sottacere o ignorare. Tra le voci che hanno mostrato un aperto disaccordo c’è quella di Antonio Socci, giornalista e storico commentatore dei fatti della Chiesa cattolica. Esordisce con una battuta: «In quel di Firenze, il Papa avrebbe potuto citare tanti sacerdoti che si sono impegnati nella pratica sociale cattolica. Pensiamo a padre Balducci, a don Mazzi ma soprattutto a don Milani, vero protagonista del rinnovamento del cristianesimo sociale nel Novecento: la sua azione e la sua predicazione andrebbe indicata come esempio ai giovani. Niente di tutto questo è stato detto, ma il Papa ha scelto di citare, non a caso,don Camillo, per altro in una versione cattocomunista che avrebbe fatto inorridire Guareschi». Sono molte le cose che Antonio Socci non manda giù dei comportamenti di Papa Bergoglio.Questa volta è, se si può, più perentorio. Ha scritto, nei giorni scorsi giudizi che possono essere così riassunti: «dalle parole del Papa sembra che don Camillo sia stato un timido assistente spirituale della cellula del Partito comunista guidata da Peppone e pare quasi che abbia accompagnato con la preghiera l’indottrinamento comunista del popolo. È un grottesco stravolgimento dei personaggi guareschiani. Don Camillo come la Chiesa di Pio XII aveva chiaro che l’impero comunista, che dopo il 1945 si era divorato mezza Europa fino a Trieste e minacciava direttamente l’Italia, era la più potente e sanguinaria incarnazione anticristica che la Chiesa avesse conosciuto in duemila anni. Per questo è ridicolo dire che don Camillo ‘fa coppia’ con Peppone: erano piuttosto come due pugili che se le davano di santa ragione, perché don Camillo lungi dal limitarsi alla sola preghiera combatteva palmo a palmo contro la devastante propaganda comunista, fino a tentare di strappare al Partito (e riportare alla Chiesa) lo stesso Peppone e i suoi familiari».

3. Dio ti vede, Stalin no

Se le davano di santa ragione e poi facevano la pace, don Camillo e Peppone, oppure si odiavano punto e basta? Erano mosche bianche in quell’Italia divisa da muri ideologici, oppure ricalcavan ogli stereotipi classici del prete che scomunica gli “anticristo” e del comunista mangiapreti? Che Guareschi fosse un anticomunista di novanta carati non ci sono dubbi: la sua ossessione dei comunisti italiani lo portò a definirli, come si sa, dei “trinariciuti” e Togliatti, in replica, in un comizio a Spezia lo definì come “l’uomo più cretino del mondo”. Nel grande scontro elettorale del’48 proprio Guareschi coniò uno slogan che fece scuola: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Tanto per gradire. Ma anche i rapporti con la Democrazia Cristiana, e in particolare con De Gasperi, non furono rose e fiori. Guareschi venne condannato per diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi e si fece un bel po’ di galera dopo un lungo processo. In realtà quel mondo era più complesso di quanto le ideologie e una storia troppo ideologizzata abbiano raccontato. Forse è anche per questo che il romanzo popolare del prete buono ma brontolone e del sindaco rosso e filosovietico è passato di generazione in generazione fino ad arrivare alle labbra del Papa. Forse il ricordo di quegli uomini che, nelle immense differenze, ricostruivano insieme l’Italia, non è così da buttare. E sentirne ancora parlare, mentre guardiamo con preoccupazione al presente, fa bene al cuore.

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