Pensioni, non solo flessibilità. Il sistema paga gli aiuti ai poveri

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Il dibattito sulle uscite anticipate rischia di oscurare la funzione solidaristica e redistributiva della contribuzione obbligatoria

Dopo un ventennio di riforme e ripetuti aggiustamenti, il sistema previdenziale pubblico è sostanzialmente in equilibrio. Lo riconoscono le autorità di controllo e le agenzie internazionali. Perché allora si discute ancora animatamente di pensioni? E perché persone e istituzioni autorevoli lanciano allarmi e nuove proposte? I motivi sono principalmente tre. Il primo è che l’equilibrio del sistema previdenziale non ci pone al riparo dai rischi che derivano dalle prospettive macro-economiche (bassa crescita dei salari, del Pil e dell’occupazione) e da quelle individuali (carriera lavorativa, capacità di restare al lavoro fino all’età legale di pensionamento).

Anche se il sistema è in equilibrio, rimane molta incertezza sulla consistenza delle nostre pensioni future e sui contributi che dovranno pagare i nostri figli. Il secondo motivo è che il sistema previdenziale pubblico va giudicato anche in ragione di obiettivi di equità distributiva e della componente assistenziale (possiamo garantire pensioni decorose a chi ha contribuito poco? Possiamo coprire adeguatamente l’assicurazione contro l’invalidità e per i superstiti?). Infine, il terzo motivo di preoccupazione riguarda la convenienza di aderire al sistema pubblico. È pur vero che tale adesione è obbligatoria, ma dobbiamo fare i conti con l’eventualità che un sistema caratterizzato da una contribuzione troppo elevata e da prestazioni inadeguate generi evasione contributiva o inattività. Vediamo questi diversi punti in modo sintetico. Il sistema precedente alla riforma Dini garantiva a tutti una pensione proporzionale ai redditi conseguiti a fine carriera. Questa «sicurezza» trasferiva tutti i rischi sui lavoratori attivi. In effetti, con la discesa della natalità e l’allungamento dell’aspettativa di vita, gli attivi sono stati costretti a pagare contributi, e imposte, crescenti per sostenere una massa sempre più ingente di pensionati relativamente giovani. Ciò non è bastato, e si è aperta una voragine nel bilancio previdenziale. Inoltre, l’assenza di un rapporto stretto tra prestazioni e contributi versati rendeva più conveniente l’uscita precoce dal lavoro. La conseguenza è stata il crollo della partecipazione al lavoro nella fascia di età 55-64 dall’inizio degli anni ’70 fino a oggi. La riforma Dini e gli aggiustamenti successivi, fino alla «Fornero» hanno ri-bilanciato i rischi tra le generazioni ed eliminato del tutto la convenienza, e la stessa possibilità, di uscite anticipate.

L’uscita degli anziani non garantisce l’entrata dei giovani Molti oggi rimproverano alla Fornero un aggiustamento troppo drastico
Chi si trovava alla soglia del pensionamento è stato costretto a rimandare l’uscita fino a 4-5 anni. In molti casi si tratta di lavoratori demotivati e poco produttivi. Molte imprese vorrebbero sostituirli con giovani più istruiti. Per questo, il presidente dell’Inps Boeri propone la flessibilità in uscita con una penalizzazione sulla pensione tale da rendere invariata la spesa in una prospettiva di lungo termine. Tuttavia, questa misura provocherebbe nell’immediato un buco di 5-6 miliardi. Per farla senza provocare un incremento della pressione fiscale (che ucciderebbe la ripresa economica) abbiamo solo due strade: aumentare il debito pubblico o ridimensionare il bilancio pubblico. L’aumento del debito è una mossa molto pericolosa, che potremmo pagare cara nell’ipotesi di un aumento dei tassi d’interesse. Ancora una volta sarebbero i giovani a farsi carico delle spese future. Io credo che sia meglio seguire una strada di compromesso meno onerosa: una riduzione graduale e incentivata dell’impegno lavorativo degli anziani, secondo il modello già inserito nel Def, ovvero, part-time incentivato, parziale fiscalizzazione degli oneri sociali, fino ad una rimodulazione concordata delle mansioni. Ricordiamoci che ancora oggi, nonostante la riforma Fornero, l’età effettiva di pensionamento in Italia è ancora tra le più basse d’Europa. Non illudiamoci che l’uscita anticipata degli anziani sia la soluzione per aumentare l’occupazione dei giovani. L’economia non genera un numero fisso di posti di lavoro e spesso giovani e anziani non sono perfettamente sostituibili. È del tutto improprio e dannoso usare il sistema previdenziale per cercare di risolvere il problema della disoccupazione giovanile.

La componente solidaristica e redistributiva del nostro sistema Veniamo ora alla questione della copertura assistenziale del nostro sistema
Com’è noto, assistenza e previdenza sono intrecciate e difficilmente separabili. La motivazione fondamentale dei programmi pubblici è quella di realizzare una qualche forma di ripartizione dei rischi su base solidaristica. Infatti, i contributi versati dai lavoratori non servono solo a finanziare le pensioni di vecchiaia sulla base dei contributi versati, ma essi vanno in parte a finanziare un fondo che serve a elargire assegni sociali, pensioni d’invalidità, pensioni di reversibilità, ecc. Il nostro sistema, come quello di tutti gli altri paesi (in grado maggiore o minore), ha una componente ridistributiva (solidaristica) rilevante. In Italia le pensioni di vecchiaia (cioè quelle che potremmo considerare come salario differito) sono appena il 52,1% del totale. Il resto sono pensioni d’invalidità (7,1%), per il superstite (21%), sociali (4,7%) e invalidità civile (15,2%). Si può discutere, naturalmente, quanta parte dei trattamenti che non ricadono nella categoria delle pensioni di vecchiaia siano realmente trasferimenti finalizzati alla solidarietà nei confronti di cittadini svantaggiati, ma, in ogni caso, essi spiegano il livello elevato dell’aliquota contributiva. Il problema è: il sistema previdenziale pubblico italiano è sufficientemente solido per sostenere un meccanismo mutualistico con elevati rischi di povertà in vecchiaia?

Non sono i pensionati la fascia più a rischio povertà
L’attenzione mediatica per le conseguenza della riforma Fornero rischia di farci perdere di vista il problema più importante del nostro sistema previdenziale, cioè la sostenibilità della componente assistenziale, di fronte a prospettive di crescita del Pil che oggi appaiono ridimensionate rispetto alle previsioni di qualche anno fa. Il rischio è che, per consentire la flessibilità in uscita di lavoratori che non sono a rischio di povertà, potremmo ridurre la spesa sociale finalizzata all’equità sociale (inclusa la sanità e l’assicurazione contro i rischi d’impiego). Ricordiamo che il disagio sociale in Italia non è concentrato nelle fasce di età più elevate. Secondo i dati Ocse, il 9,3% degli ultrasessantacinquenni vivono in situazione di povertà relativa, rispetto al 12,6% nella popolazione totale, e le persone anziane hanno un reddito medio superiore al 95% di quello della media nazionale.

La necessaria consapevolezza del domani
Il problema più importante del sistema previdenziale riguarda la distribuzione dei costi e dei benefici. Il presidente dell’Inps Boeri è stato attaccato per aver lanciato l’iniziativa della busta arancione, cioè l’idea di dare ai giovani piena consapevolezza sulle proprie prospettive previdenziali. Non c’è dubbio che questa iniziativa possa creare qualche allarme. I lavoratori più giovani, specialmente quelli che hanno oggi carriere discontinue, rischiano di avere una pensione inadeguata. Ma l’iniziativa di Boeri è meritevole, perché consente a questi stessi giovani di prendere per tempo misure precauzionali, un maggiore impegno nella ricerca di impieghi stabili e, se possibile, l’adesione alla previdenza complementare. Se i contributi sono inadeguati e discontinui, la platea dei percettori di assegni sociali aumenta a dismisura minando la sostenibilità del sistema. Ad esempio, sappiamo che l’attuale sistema dovrebbe garantire (al 2050) un tasso di sostituzione medio (rapporto tra pensione e ultimo stipendio) per i lavoratori parasubordinati con 35 anni di contribuzione circa pari al 57%. Poiché la metà dei contribuenti italiani dichiara un redito intorno a 15.000 euro, è possibile che più della metà dei futuri pensionati che ricadono in questa categoria professionale (parasubordinati con 35 anni di contribuzione) potrebbe avere una pensione inferiore a 712 euro nel 2050. In questo caso, non vi è dubbio che la spesa sociale dovrebbe assumere impegni ulteriori.

L’indispensabile patto sociale tra le generazioni
Il sistema previdenziale pubblico è un meccanismo complesso e delicato, soggetto a continue pressioni politiche e sociali. Ciò è naturale, perché esso è basato su trasferimenti tra e all’interno delle generazioni. Il principio della ripartizione implica che i nostri contributi previdenziali non sono messi in «cassaforte», ma servono a pagare le pensioni di oggi, con la promessa che i giovani di domani pagheranno le nostre pensioni future. Lo faranno? L’equilibrio del sistema, la sua convenienza (cioè un rapporto equo tra contributi e prestazioni) e la sua stabilità servono ad assicurare la solidità del patto sociale tra le generazioni. In questo caso i lavoratori potranno aumentare i consumi e percepire la contribuzione come rendita differita, non come un’altra imposta.

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