Pensioni, interventi possibili ma il governo non scopre le carte

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Nannicini: la flessibilità costa 5 – 7 miliardi. Misure per favorire la previdenza integrativa

Le pensioni tornano prepotentemente al centro del dibattito politico, anche se le intenzioni reali del governo restano ancora indefinite. Prima ci pensa Pier Carlo Padoan, durante l’audizione sul Def, a riaprire il cantiere previdenza: «Ci sono margini per ragionare», replica a chi chiede lumi. Contemporaneamente Tito Boeri ricorda che già un anno fa aveva fatto le sue proposte. «Adesso spetta alla politica decidere», incalza il presidente Inps. In serata interviene il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini, il quale ai microfoni di Sky Tg24 definisce i possibili costi della flessibilità in uscita (tra i 5 e i 7 miliardi a seconda delle penalizzazioni per i pensionandi) e piazza i «paletti» inderogabili per l’esecutivo.

«Non parlerei di tornare indietro rispetto alla legge Fornero, ma si tratta di intervenire all’interno di quella scelta». Insomma, nessuna rivoluzione previdenziale. Semmai interventi «di contorno» come un potenziamento dei fondi integrativi, su cui si è affacciata l’ipotesi di tornare a un’aliquota fiscale più vantaggiosa. Nannicini parla di un mix di misure, a fronte di esigenze a volte molto diverse tra loro. Possono esserci tre casi diversi e soluzioni diverse per i tre casi – spiega il sottosegretario – ci può essere chi ha la legittima preferenza ad andare via prima, chi ha la necessità ad andare via e ancora qualcuno altro per cui è l’azienda ha ad avere la necessità di turnover».

I sindacati, dal canto loro continuano il pressing per inserire la flessibilità in sucita. Per Padoan comunque «il sistema pensionistico è uno dei pilastri di sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea» Un’affermazione che dice molto sulla cautela con cui l’esecutivo intende «maneggiare» la materia. Per Bruxelles la riforma pensionistica è un pilastro: se dovesse subire troppi rimaneggiamenti ci sarebbe un nuovo capitolo da aprire, oltre a quello assai corposo della flessibilità di bilancio. In ogni caso «ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi e sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro per migliorare le oppurtunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mondo del lavoro».

Per ora sui tavoli ministeriali c’è solo la sperimentazione del part-time in uscita, con uno stanziamento che potrebbe coprire 30mila unità. Il resto è tutto da costruire. Alla domanda del deputato Pd Maino Marchi che chiedeva se fosse possibile il coinvolgimento del sistema bancario e /o assicurativo per facilitare la flessibilità in uscita (con un anticipo da parte delle banche, da rimborsare dopo il raggiungimento dell’età pensionabile), Padoan replica che «è un tema su cui il Def non si pronuncia».

Ci pensa Nannicini a precisare che«è una idea interessante intellettualmente, ma che certamente al momento non esiste». Per realizzare questa ipotesi andrebbero «individuate soluzioni in cui sia conveniente l’investimento da parte degli istituti finanziari – spiega il sottosegretario – A fronte di un esborso va corrisposto un rendimento. È questo quello che fanno gli istituti finanziari». Come dire: le banche si fanno pagare: non anticipano soldi gratuitamente. È evidente che il sottosegretario crede molto di più a interventi sulla previdenza integrativa. Occorre «far partire il secondo pilastro in maniera più diffusa – spiega – dobbiamo porci l’obiettivo in un intervento di sistema affrontando i temi della tassazione, della governance, della concentrazione dei fondi e anche del rapporto tra risparmio obbligatorio tra primo e secondo pilastro».

Non la pensa così Boeri, che insiste: sicuramente il tema dell’uscita flessibile va affrontato subito. Il presidente dell’Inps torna a lanciare un allarme sulle generazioni più giovani: i nati nel 1980 rischiano di andare in pensione con un ritardo anche di 5 anni, arrivando così a 75 anni di età. Il motivo, ha spiegato Boeri, sono gli anni di discontinuità contributiva, ossia quegli anni «persi» a causa di un lavoro sempre più frammentato. In uno studio effettuato proprio sulla classe ‘80, ha detto il presidente dell’Inps, «abbiamo preso in considerazione i lavoratori dipendenti ma anche gli artigiani, e persone che oggi hanno 36 anni e che probabilmente, a causa di episodi di disoccupazione, hanno una discontinuità contribuitiva di circa due anni». Il che significa che «invece di andare in pensione a 70 anni rischiano di andarci due, tre o anche cinque anni dopo perché privi dei requisiti minimi». Questa settimana comunque partiranno le prime buste arancioni: «Saranno 150mila e sono delle buste che contengono informazioni di base» sulla vita previdenziale delle persone, ha concluso.

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