Pd, Trump preoccupa ma non deprime. “Non c’è un dopo senza Renzi”

Referendum
Il ministro Maria Elena Boschi  sul palco della Leopolda  5 novembre 2016
ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

Delrio: “La vittoria di Trump sarà poco influente sull’esito del referendum”

Domanda delle domande: dalla vittoria di Trump partirà un’onda lunga destinata a travolgere, fra le altre cose, il Sì o invece farà scattare un'”allarme democratico” – si sarebbe detto in altri tempi – tale da spostare voti dal No al Sì?  Se si pone la questione ai dirigenti del Pd, la risposta di un importante esponente dem non vicinissimo a Matteo Renzi è questa: “E’ una battaglia che era difficile la settimana scorsa ed è difficile adesso”.

Sembra non sia accaduto nulla che modifichi l’umore. Graziano Delrio lo dice chiaro e tondo: “La vittoria di Donald Trump alle elezioni americane sarà poco influente sull’esito del referendum”.

Inutile però negare che la preoccupazione di perdere esista, ma non da martedì notte in particolare. “Chi può dire quali ripercussioni avrà sul referendum la vittoria di Trump – sospira Matteo Orfini – e comunque noi continuiamo a lavorare come prima”. La partita è molto aperta – e dei sondaggi vatti a fidare – così come è anche possibile qualche novità: l’annuncio del Sì di un uomo come Carlo De Benedetti, che in precedenza aveva rilasciato dichiarazioni di altri tipo, fa ben sperare; e chissà che non venga imitato per esempio da Eugenio Scalfari, sull’onda del passaggio dal No al Sì di un esponente critico verso Renzi come Gianni Cuperlo… Insomma, la speranza che molte persone o ambienti illuminati possa ora scegliere il Sì come risposta al trumpismo-populismo dilagante è abbastanza forte. Un Sì-muro contro l’onda del populismo, come scrive sull’Unità Sergio Staino.

Ai piani alti del Nazareno non si prende in considerazione il chiacchiericcio su cosa succede se vince il No. “Non abbiamo piani B di nessun tipo…”, taglia corto Orfini.

E in ogni caso, la sensazione è che il gruppo dirigente del Pd non immagini cataclismi politici. “Non esiste un dopo senza Renzi”, è la frase ricorrente. Cosa concretamente questo voglia dire non è adesso appurabile. Inutile fare scenari sul governo: il premier-segretario su questo ha scelto di tacere anche con i suoi. Ma certi segni sono chiari. Uno è già stato colto alla Leopolda, quando Renzi ha annunciato la data della prossima edizione (20-22 ottobre 2017), come a voler far capire che la kermesse renziana non smobilita.

Ci sono poi dirigenti vicini a Renzi che nelle riunioni concludono sempre raccomandando ai presenti di restare in contatto, o fare rete, dopo il 4 dicembre. L’idea che il Nazareno sta insomma comunicando è che non si smobilita, neanche se si perde. Che è un modo indiretto di far capire alla opposizione interna di Bersani e Speranza che un ribaltone al Nazareno non sarebbe in ogni caso cosa scontata, anzi.

Peraltro, Renzi continua a dirsi ottimista. Dalla sconfitta di Hillary, da lui non prevista, ha tratto un’ulteriore convinzione che dal terreno del “nuovo” non si debba arrestrare. E che meno che mai bisogna cedere alla tentazione del pessimismo, ché anzi si deve battere il populismo proprio con l’arma della fiducia e dell’innovazione. In questo senso, il trionfo di “The Donald” qualcosa insegna. E conferma che la sinistra perde quando appare vecchia e priva della necessaria capacità di parlare di futuro.

 

 

 

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