Pasolini e “La Macchinazione” lettura durissima di un mistero

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La morte di PPP nella ricostruzione di David Grieco che smonta i fatti dell’Idroscalo per prendere la direzione di “Petrolio”. Un thriller con uno stupefacente Massimo Ranieri

Partiamo dai fatti. Cosa vi hanno raccontato, più di 40 anni fa, sulla morte di Pier Paolo Pasolini? Che il poeta, quella sera, si recò alla Stazione Termini e incontrò un ragazzo, tale Pino Pelosi detto “la rana”, che non aveva mai visto prima; che i due concordarono una prestazione sessuale ma che per metterla in atto, chissà perché, andarono fino all’Idroscalo di Ostia (un viaggio di una cinquantina di chilometri); che una volta a Ostia Pelosi cambiò idea, non volle più far sesso e che per questo il poeta cominciò a picchiarlo; che Pelosi si ribellò, impugnò l’asse di una staccionata e con quella ridusse il poeta in poltiglia (lui, ragazzetto esile contro un uomo robusto e assai abituato a difendersi), salvo poi passargli sopra con la macchina di Pasolini medesimo (Pelosi non aveva la patente) che poi venne ritrovata all’altro capo di Roma; che il cadavere fu trovato la mattina dopo da una donna che, ironia dell’onomastica, faceva di cognome Lollobrigida; e che alla fine Pelosi venne giudicato unico colpevole.

Guardiamoci negli occhi, cari lettori: qualcuno di voi ha mai creduto a questo cumulo di assurdità? Sicuramente non ci ha mai creduto David Grieco, all’epoca giornalista dell’Unità e amico di Pasolini (aveva recitato in Teorema e più volte collaborato con lui), in seguito sceneggiatore, scrittore e regista. Come sapete, nell’ottobre del 2015 David ha pubblicato con Rizzoli un libro che si chiama come il film, La macchinazione. Il film era già pronto. Sarebbe potuto andare a Venezia, che l’anno prima aveva presentato quell’orrore firmato da Abel Ferrara. Non è stato preso e non vogliamo sapere perché. Sappiamo – l’ha raccontato lui più volte – che Grieco era stato contattato da Ferrara per scrivere il suo film e non l’ha fatto per divergenze artistiche insanabili. Ferrara ha raccontato di un intellettuale che viene ucciso durante una scorribanda sessuale. In La macchinazione il sesso non c’entra nulla. La ricostruzione di Grieco – che nel libro è argomentata con la precisione di un saggio, nel film è messa in scena come un apologo – va in tutt’altra direzione. Tale direzione ha un nome: Petrolio. Nel film, Pasolini – uno stupefacente Massimo Ranieri – sta lavorando su questo testo, raccogliendo notizie su tutti i misteri dell’Italia del dopoguerra. Le fonti riconducono spesso al nome di Eugenio Cefis, friulano come Pasolini e quasi suo coetaneo (era nato nel 1921), presidente di Eni e Montedison, coinvolto (e limitiamoci a dire “coinvolto”) nella morte di Mattei, fondatore della P2 quando di Gelli ancora nulla si sapeva. Pasolini ne fa il protagonista di Petrolio, con l’ameno alias di Troya. Rintraccia un libro davvero uscito nel 1972 e poi scomparso, Questo è Cefis di Giorgio Steimetz, nome d’arte di uno scrittore mai identificato.

Incontra Steimetz (lo interpreta Roberto Citran, è una scena di fantasia, l’incontro non ci fu mai) che lo mette in guardia. Nel frattempo alcuni balordi, amici di Pelosi che Pasolini in realtà frequenta da mesi, rubano con la complicità del ragazzo la pellicola di Salò. È un furto su commissione: dietro c’è la banda della Magliana, che chiede un riscatto. Pasolini rifiuta, non si fida. Poi, convinto da Pelosi, accetta. È la trappola mortale. Fermiamoci qui. A suo modo La macchinazione è un thriller, quindi il finale dovete scoprirlo al cinema. Come si diceva, è anche un apologo come lo erano alcuni film di Pasolini (Teorema, Porcile, lo stesso Salò). Grieco alterna scene rigorosamente vere e documentate a ipotesi poetiche, come il finale in cui l’Idroscalo di Ostia viene cancellato da uno squadrone di pozzi di petrolio semoventi. Qualcuno gli farà le pulci per questa alternanza di realismo e invenzione, senza pensare che è la stessa operazione (romanzo sì, romanzo no?) messa in atto da Roberto Saviano in Gomorra. La macchinazione propone una lettura politicamente durissima di un mistero, a guardarlo bene, nemmeno tanto misterioso. È un film magari imperfetto, ma assolutamente indispensabile.

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