Parigi, tre venerdì dopo

Terrorismo
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Viaggio a Parigi, città ferita dagli attacchi terroristici del 13 novembre che però vuole tornare a vivere

Avanzi di cibo e forchette sporche, piatti rotti e bocconi di pane, tutt’intorno schizzi di sangue e frammenti di vetro. Tra i tavolini del Petit Cambodge, finiti nel mirino dei kalshnikov la sera del 13 novembre, l’odore forte vince su tutto. Qualcuno ha aperto per la prima volta mezza saracinesca, un piccolo cenno di vita dove da quella sera si respira solo morte. Di fronte, all’angolo tra la rue Alibert e la rue Bichat, il bar hotel Le Carillon, tristemente noto per essere diventato uno dei teatri della morte nel cuore di Parigi. La scritta “Happy hour” che ancora campeggia sulle vetrine semidistrutte, una fila ordinata di omaggi che alterna candele e piantine, gli oggetti tra messaggi e disegni.

IMG_2913A due passi la scuola elementare dove ormai i bambini si devono lasciare in fretta, è lo «stato di emergenza» che si fa quotidianità. Qui in queste strade dove la normalità cerca di farsi largo, si prova a rimettere insieme la vita, un pezzetto alla volta. «Ogni giorno passo qui, ho appena lasciato i miei figli a scuola. È dura per noi ripensare a quel momento, con tutti quei fiori», ci dice Valérie. Qui significa tra bar e piccoli negozi, vecchi commercianti e famiglie con bambini, dove i cinesi di seconda generazione che occhieggiano da Belleville sono ormai mescolati ai nuovi bobos arrivati negli ultimi anni con le loro bici a metter su boutique chic (e far salire i prezzi degli appartamenti).

Scendi verso il Canal Saint-Martin, pochi passi e sei al Faubourg du Temple, dove la strada si fa ponte verso République – che è il cuore della storia, vedi il ’68 o la marcia dell’11 gennaio, tanto per citare, e ora ai piedi della Marianne stanno candele accese. Guardi a destra e l’occhio ti cade sulla pizzeria Casa nostra: ancora un obiettivo da terroristi, dove la scritta in oro su sfondo viola è la sola cosa colorata che resta di quella notte di massacri, i fiori appoggiati a fare da memento, un coiffeur, un negozio di piante, a due passi dal Franprix che ora propone alberi di Natale.

IMG_3005Accanto si staglia La Bonne Bière, un allegro café con vista: ci hanno perso la vita in cinque. Stamattina presto, negozi ancora chiusi e la città che muove i primi passi, la riconosci dalla folla di curiosi che fissano una scena inedita. C’è vita e uomini al lavoro. Sarà il primo a riaprire dei locali colpiti dagli assassini in quella fredda notte di novembre, simbolicamente lo fa tre settimane dopo i massacri proprio di venerdì alle nove. E oggi è tutto un rimbombare di trapano, operai che ridipingono sgabelli e montano tende arancioni nuove di zecca e davanti, al di là del tappeto di omaggi, che anche qui si arricchisce ogni momento, un gran traffico di mezzi della Propreté de Paris. La società della nettezza urbana ha un piano, d’accordo con il Comune, che inizia a dettagliarsi oggi: iniziare a pulire rispettando tutti gli omaggi e archiviare tutta questa memoria.

Significa fare tutte le fotografie, immortalare ogni testimonianza, ogni scritto e poi custodirlo nel cuore dell’hotel de Ville, nei prestigiosi Archives della città. Perché il tempo passa, i fiori cominciano a marcire e nuovi omaggi e nuove candele lasciano il posto alla cera colata sui marciapiedi. È tempo di spostare lo spostabile. I fiori più freschi ordinati in cassette della frutta riciclate saranno riallestiti di fronte ai locali colpiti, qui come altrove, all’interno di barriere collocate dalla polizia, in modo da non ostacolare il passaggio. Intanto, ci spiega Guillaume Nahon, direttore degli Archivi, si ragiona su come sistemare tutti questi frammenti in corso di catalogazione accanto ai 6 milioni di pezzi già custoditi nel ventre della città.

È un altro segno tangibile della ripresa di quella sorta di villaggio che sono X e XI arrondissement inseme. Non troverai un abitante che non ti dica che qui si fa la vera vita di quartiere. Questo, da est e su su, verso il nord della città, è sempre stato un luogo vivo: lo dicono tutte le vetrine e i caffè che non hanno chiuso ma che cercano un modo discreto per lasciarsi alle spalle tutto il dolore, a dispetto delle sirene che sembrano essersi moltiplicate (ed è così ovunque, dal Louvre al Marais a La Défense e fino allo Stade de France).

Lo raccontano i creativi, giornalisti, designer, autori che oggi chiamiamo “generazione Bataclan”. «La vita è ripartita, certo, ma un po’ in sordina», assicura un poliziotto che staziona all’Esplanade davanti al locale ormai spettrale.«Le persone ci parlano di più, chiedono, si informano. Qualcosa si muove». E qui davanti è un pellegrinaggio continuo, da mattina a sera. Gli alberi del Boulevard Voltaire sono carichi di simboli dell’affetto di centinaia di persone. I turisti arrivano col taxi per fare uno scatto col cellulare, si commuovono, leggono le storie o accendono un lumino. C’è Julien, poco più che ventenne, barba e baffi tagliati ad arte appena arrivato da un paesino bretone. Guarda per qualche secondo, poi si china e lascia lì un disegno.
IMG_2923È una Tour Eiffel a forma di chitarra: «Non ero mai venuto qui, ma un gruppo di amici era qui quella sera: sono andati via prima che il massacro iniziasse. Così mi sento vicino a quelli che non ci sono più».
L’ha appoggiato vicino alla strada, due metri più in là, a un metro dalle luci al neon della Laverie: “Ouvert 7 jours sur7 de 7h à 22h”. Gli oblò spalancati delle sette lavatrici che luccicano resteranno aperti anche stasera. Nessuno va più lì a Voltaire per fare il bucato da quando c’è accanto un cimitero di 89 persone. Al primo piano sta ancora la scritta rosso e ocra del “concerto degli Eagles Death Metal”. Di fronte un altro lunghissimo memoriale delle vittime: qui sono decine e decine tra candele e fiori, foto, storie che si susseguono. L’esplanade du Bataclan è come un grande microcosmo che vive intorno alla sala spenta.

 

 

IMG_2920Anche un venditore di rose, un giovane bengalese, ti viene incontro: «Sa, i fiori non stanno più a 3 euro come prima». E per un euro ti da un mazzo di rose rosse. C’è addirittura una guida improvvisata, ti dà l’idea che non sia lì per la prima volta. Giubbino blu, occhiali quadrati, sulla quarantina: «Vede lì, in fondo a questa strada – si sbraccia– è da qui che sono arrivati i terroristi».

Ed è una calca che attraversa le strisce nel traffico ormai riaperto. Nel boulevard che culmina a Nation, in quella piazza che fu l’ingresso di Luigi XIV a Parigi, ora è luci e mille scooter, macchine che sfrecciano col verde e una sfilata di amici, conoscenti, sconosciuti, personalità. Testimoni postumi della barbarie collettiva rimbalzata fino dentro casa loro, oltre le vetratone delle finestre haussmanniane come nelle villette della banlieue.

Parigi che riparte sussurrando è anche la loro. Persino nel métro le teste chine sullo smartphone, quelle che prima che il mondo fosse 2.0, stavano appiccicate alle pagine fitte dei folio de poche e non c’era verso di carpire uno sguardo, ogni tanto si scollano dagli schermi. Sono paia di occhi. Sono i volti dei parigini nel métro che ora si scambiano un cenno, quasi un sorriso, a dire “sto pensando la stessa cosa che pensa anche lei, e forse abbiamo la stessa paura”. Ogni annuncio di ritardo sulla linea – in queste ore non così infrequente – riaccende qualche timore e ad ogni “pacco sospetto abbandonato” parte una conversazione.

«Attentif, ensemble», attenti insieme, è il ritornello che fa da sfondo all città già dal 1995 e chi – come la sottoscritta – allora fuggiva dalla bomba di Saint Michel se lo ricorda come fosse ieri. Quel messaggio di allerta si riaffaccia da ogni sacchetto di plastica per la spazzatura, quelli che si fecero trasparenti nello spazio di una notte vent’anni fa, quando il piano di allerta si fece più visibile. Vigipirate sono le file nell’RER per i controlli e cartelli appesi alle biblioteche, sono i poiziotti discreti che frugano negli zainetti dei turisti in fila al museo come tra i libri degli studenti dei licei, che silenti poliziotti aprono come oggi al Quai Jemmapes.

Le persone parlano, certo, ma nei café è tutto ovattato. Lo noti anche a Saint Germain e al Carrefour de l’Odéon. I turisti ora visitano anche i luoghi degli attentati, una tappa ormai tra Notre Dame e le Galeries Lafayette: e qui si che si spera che il prossimo weekend i turisti tornino. «Va, ma a piccoli passi», raccontano due giovani commessi di un negozio di scarpe chic vicino a St Sulpice.

Ed è la stessa voce, da rue du Temple al Beabourg. Quelle fucilate l’hanno ferita a morte e la ville lumière se ne sta così. Rattrappita ma composta, lo stress che aleggia nel cielo grigiastro, le ferite ancora fresche. Non le hanno tolto la vita ma l’hanno segnata e anche stavolta, come otto mesi fa per Charlie, vedi che è cambiata ancora. Ha toccato con mano i famosi sei gradi di separazione.

Non a caso le persone mi dicono tutte la stessa cosa: c’è voglia di parlare, di condividere il dolore e sentirsi più vicini. “Sa cosa ho capito, tra le tante cose, della mia città – confida placida la commessa di un negozietto bio in rue de Charonne – che Parigi è piccola: quasi tutti abbiamo avuto qualcuno che è stato toccato da questa tragedia».

Ora siamo poco lontani dalla Belle Equipe, una delle brasserie più amate dell’XI. Brandelli della festa di compleanno, anche qui sono omaggi, fiori e disegni uno sull’altro. Poco distante il Café des Anges, un legame di proprietà tra i due e così ci ha messo qualche giorno per riaprire. I clienti di prima erano diventati amici e così a quella maledetta festa di compleanno del 13 novembre sono andati insieme, alcuni trovandoci la morte. Loro hanno famiglie segnate, faticano a dormire o hanno bambini che non riescono più ad aprire le imposte.
IMG_2930In molti hanno visto cadaveri e aiutato feriti, qualcuno si è sporcato di sangue altri sono stati improvvisati eroi di #porteouverte. Te lo ricordano vetri rotti e frammenti degli spari, le bandiere, come quelli del passage Amelot, che ci piaceva usare come scorciatoia per sbucare al Boulevard Voltaire. Il sangue è stato lavato, ma restano i segni delle pallottole «foro 35, 38», macabri avanzi della scena del crimine.

Accanto ci vivono persone, come S., una trentina d’anni e le mura di casa confinanti col Bataclan. Ricorda ogni istante di quella notte, gli occhi subito lucidi mentre decide di raccontare, il rammarico di sentirsi «testimone impotente». Alla cerimonia di omaggio alle vittime aux Invalides col présidente Hollande c’era anche lei. Ora anche al suo portone, come in tutti quelli della strada che i terroristi hanno usato per la loro folle corsa è appeso un avviso: “Rejoindre l’équipe Bataclan”, venite, parlate. È un invito a incontrarsi rivolto a «familiari, amici…». E sono pochi isolati dalla redazione di Charlie Hebdo.
Così tra le bandiere bleu blanc rouge che occhieggiano da qualche edificio, non troppe in verità, tra la Marianne di République e i suoi cortei, nuove tracce si sono sovrapposte alla colonna della Bastille, che è lacrime e rivoluzioni, che sa di lotta e sangue, di libertà conquistate e di manifestazioni, di notti di festa elettorale, ultima quella nel 2012 per Monsieur le président, Hollande.

Anche al Bastille, “Café dal 1789”, si lavora “come tutti i giorni” ma niente è come prima. “Ora la gente sorride di meno”, è un coro. E cento metri più in là, autobus un po’ più vuoti, taxi in coda come sempre, il mercato che oggi è giovedi – «ma del resto è normale, le persone mica escono tanto», confessa un conducente.

E chissà se a Capodanno si farà festa agli Champs Elysés», si chiede oggi Le Parisien. Domani si vedrà, meglio farsi una domanda alla volta.

 

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