Parigi reagisce con la gioia di vivere

Dal giornale
La Tour Eiffel resterà chiusa "fino a nuovo ordine". Lo ha comunicato la società che gestisce il monumento simbolo di Parigi. ANSA/LEVI

La città vuole scrollarsi di dosso una cappa che non le si addice. Le terrazze sono addobbate e la Tour Eiffel non è mai stata amata come oggi

Al manto tricolore si è sostituita la cascata scintillante delle feste, ma la Tour Eiffel è sempre accesa di luce. Vista dalle grandi vetrate del ristorante del Palais de Tokyo, dove poco più di un mese fa nonostante l’inquietudine i parigini facevano la fila per la mostra di Andy Warhol, sembra un gigantesco albero di Natale postmoderno. Uno scheletro ferroso e svettante che saluta i visitatori, il simbolo di una città che ha fatto della joie de vivre un’arte e del suo stile di vita una bandiera.

Parigi è sospesa tra il lutto collettivo, troppo fresco per non pesare anche sui nervi più saldi, e la voglia in qualche modo frenetica di celebrare il Capodanno. In bilico tra il lato oscuro del 2015 – quel 13 novembre che è diventato l’11 settembre d’Europa, la mattanza della Generazione Bataclan, i bambini dell’11 arrondissement che andavano a scuola in mezzo a mazzi di fiori e candele, lo scacco dei servizi di intelligence di mezzo continente Francia compresa, infine lo sfregio dei manifestanti contro la conferenza sul clima a place de la République – e le promesse del 2016.

Mentre l’inverno ancora non arriva, Parigi vuole scrollarsi un mantello pesante che non le si addice, una cappa che le stona. Nell’XI, quartiere supersecurisé di ambasciate e consolati, non lontano dall’Eliseo, le scuole avranno ancora a lungo il triangolo rosso “Vigipirate” dell’allerta attentati, ma le macchine dei genitori prima delle vacanze avevano già ripreso a parcheggiare in doppia fila. A due passi da place des Etats-Unis, “Bozen” è un locale di vetro e acciaio affacciato sul marciapiede della piccola rue de Freycinet. Gestito da un giovane ebreo francese di origini piemontesi, è frequentato dai nipotini dei Bobo, i bourgeois bohemiens dei primi anni Duemila: pubblicitari, modelle, creativi, ma anche avvocati e aspiranti notai con gli studi nei dintorni. In buona parte, lo stesso pubblico che ascolta gli Eagles of Death Metal. Si mangia sushi kosher secondo ricette personalizzate: tonno piccante e philadelphia, avocado e foie gras, spigola e mango. Il venerdì sera e il sabato a mezzogiorno è chiuso per shabbat, ma la domenica dopo gli attentati la sala era interamente riservata: eppure, tra disdette e no-show, quella sera il locale restò deserto.

Adesso ha ripreso al ritmo di prima, forse di più. Come se l’essere stati sfiorati dalla morte avesse scatenato una speciale frenesia di vivere, di cui #tousaubistrot e #jesuisenterrasse, gli hashtag di “resistenza civile” dilagati nei giorni bui, sono stati solo l’antipasto. Le terrazze sono addobbate con festoni, le vetrine illuminate, gli alberi dei viali avvolti in una rete di lumini, c’è folla in ogni angolo. Fa impressione il contrasto con il week end successivo alle stragi del XIII: una città vuota, desolata, colpita quasi a morte. Pochi si aggiravano guardinghi in uno Champ de Mars spettrale come il deserto di Mad Max o lo scenario post-atomico del Day After. La prospettiva degli Champs Elysées era un lungo nastro di asfalto abbandonato, persino il caldarrostaio indiano non aveva mai visto una cosa simile.

“Guerre stellari” terapeutiche

Ora è Natale, i parigini carichi di pacchi luccicanti non vogliono dimenticarlo. La cioccolata fumante con i macarons da Angelina. Il corteo di animali imbalsamati alla Galerie de l’Evolution e quelli più raffinati da Deyrolle, in rue du Bac, dove è possibile acquistare un orso come un camaleonte nano (ma il più famoso tassidermista francese tratta solo animali già defunti per cause naturali). Lo shopping al Marais, tra gallerie d’arte e té orientali. I caffé brulicanti, i concerti esauriti, il cartellone dell’Opéra.

E i cinema. A novembre c’era 007, l’agente più speciale e letale del MI6 a difendere il mondo dai tentacoli della Spectre, e si sussurra che quel Venerdì 13 le forze dell’ordine evacuarono discretamente le sale. Ora tocca ai cavalieri Jedi salvare la galassia dal Primo Ordine, figlio del Lato Oscuro. Alla fine il bene trionfa anche se a caro prezzo, tutto trova il suo posto almeno fino alla prossima puntata, gli psicologi sostengono che sia terapeutico. Del resto, le metafore abbondano e non sono troppo enigmatiche. Senza voler svelare nulla, c’è anche il conflitto generazionale: i nuovi padawan sensibili al richiamo dell’Impero del Male e sordi ai richiami dei genitori, salvo – presumibilmente – lasciarsi poi dilaniare dai rimorsi.

Gatti e veglioni

Nei giorni della strage Disneyland Paris è stata chiusa tre giorni – un fatto senza precedenti – perché a sentirsi insicuri erano tanto i visitatori quanto i dipendenti. E ha poi ha organizzato il rilancio della stagione con una soirée tutta dedicata agli eroi di Star Wars il 16 dicembre, giorno dell’uscita del blockbuster nelle sale: parata degli Stormtroopers, foto con Boba Fett originale, maschere (eccezionalmente autorizzate per l’occasione dalla Prefettura) e truccatori, galattici son et lumière, gadget della serie in omaggio. Del resto, l’Economist incorona la Disney tempio della mitologia contemporanea, le guerre stellari eredi di quella di Troia, e gli States  nuovo Partenone di dei antichi. L’America, Grande Satana per i jihadisti, a Parigi si è sentita due volte nel mirino: temerari bodyguard spalancano borse e giacche all’ingresso del Disney Store, del palazzetto a tre piani con cancellate dorate di Abercrombie & Fitch, tempio cult delle felpe per teenager e genitori peter-pan, persino dei Mc Donald’s.

I media traboccano di leggerezza: i matrimoni dell’anno passato e quelli attesi nel prossimo, le vacanze tropicali, i novant’anni di Michel Piccoli. Gli astrologi preparano l’oroscopo di Capodanno. Paris Match racconta la storia di Mirko, gatto perso a Berlino che dopo sette anni ha ritrovato casa proprio il 25 dicembre. Il Centre Pompidou dedica a Anselm Kiefer un’esposizione – la prima retrospettiva parigina dell’artista tedesco che vive in Francia da un quarto di secolo – dal sottotitolo significativo: “L’Ordine e il Caos”. Si aspettano i veglioni: sui bateaux nei canali, in cima all’Espace Montmartre, in discoteca al Virgo o al Badaboum, a casa di amici. Fioccano consigli: la cena yin e yang, le candele, lo champagne rosé, come preparare un paté maison all’altezza di quello di Fauchon, come maneggiare senza schiantarlo al primo volo il drone che hanno regalato a vostro figlio.

Su tutto, come un nume tutelare, veglia la Tour Eiffel. Mai così cara ai parigini, mai così visibile a tutti. Per paradosso, la sua enorme massa spenta durante il lutto nazionale ne accentuava la tristezza ma anche la solidità. Come la Marsigliese, cantata in ogni scuola e ufficio, dal presidente Hollande e dal governo nel cortile d’onore della Sorbona, dai Bleus sul campo di calcio, dal sindaco Anne Hidalgo a Saint Denis in mezzo ai suoi concittadini sbigottiti, la Torre è stata più di un simbolo. E’ stata il collante che ha impedito di crollare, il fattore che ha tenuto in piedi una nazione. È stata l’identità sotto attacco che si è fatta orgoglio, l’appartenenza che si è fatta comunità. E che sarebbe un errore liquidare, con superficialità, come la società delle bollicine o della molle vita notturna.

Su di lei chiunque può leggere – ed è impossibile non farlo – il motto della città: “Fluctuat nec mergitur”, annaspa tra i flutti ma non affonda, barcolla ma non cade. Parole che campeggiavano enormi a place de la République traformata in altare laico, monumento spontaneo e collettivo alle vittime dell’Isis. Nei giorni in cui a sanguinare non era solo la bandiera francese ma quella dei valori di pace e libertà, il vecchio regalo dell’Esposizione Universale ha fatto il suo lavoro. In questi giorni di festa unisce e rasserena, senza consentire oblio.

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