Parchi, campi di calcio, metro: gli obiettivi della jihad globale

Terrorismo
epaselect epa05232899 Relatives of the victims of a suicide bomb blast cry outside a hospital in Lahore, Pakistan, 27 March 2016. At least 52 people inlcuding women and children were killed while dozens injured in a suicide bomb attack that targeted a recreational park in Lahore.  EPA/RAHAT DAR

Nel mirino dei terroristi i luoghi della normalità dove si dipana la vita sociale collettiva. Nei recenti attentati morti centinaia di bambini

Creare una intelligence europea, puntare a un ministro dell’Interno europeo. È cosa giusta e necessaria per essere più attrezzati a far fronte alla sfida mortale del terrorismo jihadista. Ma senza illudersi che sia possibile monitorare tutti i potenziali obiettivi dei seminatori di morte. Perché nella Jihad globale gli obiettivi da colpire, i campi di battaglia su cui agire, hanno poco a che fare con i palazzi del potere, e tanto con i luoghi della normalità, nei quali si dipana la vita collettiva dei comuni cittadini: i parchi-giochi, gli stadi, le metropolitane, gli aeroporti, i resort, i musei, come il Bardo a Tunisi, i caffè, i locali in cui si ascolta musica, come il Bataclan, i centri commerciali, i ristoranti.

Dalla Tunisia all’Iraq, dalla Francia al Mali, dall’Egitto alla Cosa d’Avorio, dal Belgio al Kenia, dalla Turchia alla Nigeria, dall’India all’Afghanistan: una lunga, interminabile scia di sangue lega Paesi tra loro lontani, e scandisce una pratica terroristica che non conosce soluzione di continuità né confini. Il terrore per il terrore. Non importa la fede professata, ciò che importa è colpire nel mucchio. E allora i luoghi di ritrovo, molti dei quali frequentati dai più indifesi: i bambini. Nessuno ha tenuto il conteggio dei bambini morti in questa lunga stagione di attentati. Ad una ricerca sui singoli attentati, quelli più recenti e sanguinari, abbiamo ricostruito un numero approssimativo. Agghiacciante: oltre 700. Settecento i bambini che hanno perso la vita non in guerre (come quella che da cinque anni sta devastando la Siria) ma in attacchi terroristici che hanno investito praticamente ogni angolo del pianeta. I seminatori di morte nei luoghi della normalità non hanno un progetto da realizzare. Lo rimarca con parole nette, in una intervista al Corriere della Sera, Oliver Roy, tra i più autorevoli studiosi francesi dell’Islam radicale: «Sono affascinati dalla morte – rimarca-Roy- . La cercano, la predicano e coltivano intimamente, è parte della loro identità individuale e di piccolo gruppo che si considera eletto. Vogliono morire, per loro è un onore farlo combattendo, dà senso alle loro esistenze. In questo modo si differenziano dai gruppi terroristici classici, per i quali restare in vita è uno dei doveri fondamentali per poter garantire la continuità del proprio impegno nella lotta. In secondo luogo, non credono in un ideale utopico, non lavorano per una società migliore, non cercano di militare in partiti politici o associazioni. Anche quando arrivano in Siria, la loro interazione con la popolazione locale resta praticamente nulla. Non cercano di migliorare le condizioni economiche dei siriani, non aiutano i civili, non sono medici o infermieri, non si interessano ai problemi dell’amministrazione. Sono arrivati per il jihad, vogliono combattere e sono disposti a morire al più presto».

Il massacro al parco-giochi di Lahore è stato preceduto dal massacro allo stadio in Iraq. Un minorenne che massacra altri minorenni. Era poco più di un adolescente il kamikaze che venerdì ha provocato una strage all’interno di uno stadio dove si teneva una partita di calcio a Iskandariyah, in Iraq. Lo ha reso noto l’Isis rivendicando l’attentato sul web e pubblicando anche una foto del giovane con tanto di nome: Saifullah al-Ansari. Secondo fonti mediche e della sicurezza locale, si è aggravato il bilancio dell’attacco: sono 41 i morti e oltre un centinaio i feriti. Il Pakistan non scopre oggi il terrore che miete vittime tra i bimbi. Sedici dicembre 2014: colpire i più piccoli, per vendicare il dolore con il dolore. È questa la folle idea che ha spinto i talebani della sigla Ttp (Tehreek-e-Taliban Pakistan) a scegliere come obiettivo dell’attacco a Peshawar, in Pakistan, una scuola pubblica frequentata da alunni tra 6 e 16 anni, figli di membri dell’esercito. Il bilancio è di 141 vittime, di cui più di 130 studenti: «Abbiamo scelto con attenzione l’obiettivo da colpire con il nostro attentato. Il governo sta prendendo di mira le nostre famiglie e le nostre donne. Vogliamo che provino lo stesso dolore», ha detto il portavoce dei talebani pachistani, Mohammed Umar Khorasani, rivendicando l’attacco. Ventiquattro gennaio 2016: a Dalori, un villaggio della Nigeria, i miliziani islamici di Boko Haram si sono resi protagonisti di una ennesima orribile strage. Entrati nella cittadina, i terroristi hanno sparato sulle persone per ore, chiunque incontrassero per strada incendiando anche le abitazioni. Secondo i testimoni sopravvissuti sono morti molti bambini le cui urla si sono sentite tra le case in fiamme. Tre donne kamikaze si sono poi fatte esplodere tra la folla. Settecento bambini massacrati in attentati. Moltiplicate il numero per dieci: 7000. Settemila e oltre sono i bambini uccisi nei cinque anni della guerra in Siria. Uccisi dal regime di Bashar al-Assad e poi dai miliziani del Daesh. Uccisi in bombardamenti, dai cecchini, ma anche per fame e freddo. Un elenco interminabile. Una vergogna per il mondo.

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