Effetto Trump: Papa Francesco e i muri d’America

Usa2016
papatrump

Due visioni del mondo opposte e al centro la questione del muro in Messico

Otto anni fa gli Stati Uniti eleggevano il primo presidente afroamericano della storia, il quasi outsider Barack Obama, senatore dell’Illinois, e anche la Santa Sede venne contagiata dall’entusiasmo che percorse il mondo nelle ore successive al diffondersi della notizia. Un telegramma di congratulazione da parte di Benedetto XVI venne inviato in tempi rapidissimi al neoeletto, rompendo la prassi diplomatica in base alla quale il Vaticano si complimentava con il nuovo presidente in occasione dell’insediamento. Ben altro clima è quello che si respira in questi giorni dalle parti di San Pietro mentre prende corpo quello che la stampa mondiale ha chiamato lo ‘shock Trump’ : l’elezione alla Casa Bianca del multimiliardario la cui campagna elettorale è stata contrassegnata da slogan xenofobi e razzisti, e dall’odio verso gli immigrati. Trump si è lanciato verso la presidenza proponendo di rafforzare la barriera che divide il Messico dagli Stati Uniti, una frontiera non solo fra due Paesi, ma fra due mondi: il nord e il sud, i poveri dell’America Latina e la terra della ricchezza – vera o presunta poco importa –, gli Stati Uniti.

Francesco, nel febbraio scorso, tornando dal Messico, non esitò a dire che chi costruiva muri semplicemente non poteva definirsi cristiano: la disumanità nei confronti dei disperati pronti ad attraversare il confine fra Ciudad Juarez e El Paso, lungo il corso del Rio Grande, veniva condannata con la massima durezza. “Costruire ponti”, del resto, è sempre stato il messaggio di Francesco, ponti fra culture, popoli, realtà sociali, nazioni. E Trump è sempre stato – senza nasconderlo, va detto – la negazione di questo principio di fondo che già fu di Giovanni Paolo II. Francesco, di suo, ci aggiunge una leadership chiara assunta a nome del sud del mondo, dell’America Latina, di un cristianesimo che si rinnova facendo suo il tema degli esclusi e “degli scartati” dai processi di una globalizzazione finanziaria non più in grado di redistribuire la ricchezza.

Il muro fra Messico e Stati Uniti, le barriere fra poveri e ricchi, il muro letterale e simbolico di Wall street, nel cuore pulsante della finanza mondiale, i muri che dividono esclusi e integrati anche nelle città dell’occidente, sono altrettante divisioni che il papa vuole abbattere con la forza di un Vangelo concretamente vissuto. Trump è, al contrario, il leader-simbolo di chi, nel precipitare della crisi, pensa a chiudere le porte della cittadella in una visione dichiaratamente egoistica e anti-soldiale. La differenza non potrebbe essere più totale; non si dimentichi, fra l’altro, che Bernie Sanders, il candidato di sinistra alle primarie democratiche, esterno al partito, fu ospite in Vaticano proprio mentre il suo confronto con Hillary Clinton per la candidatura alle presidenziali entrava nel vivo. Hillary, da parte sua, è stata una leader mai amata dalle gerarchie ecclesiali come del resto il marito, e non solo per motivi geopolitici: troppo evidente era la cultura liberal e laica dei Clinton, troppo evidente che il cristianesimo non faceva parte più di tanto del loro background (a differenza anche di Obama, cristiano battista).

Di certo tuttavia Trump rappresenta la negazione del cristianesimo inteso come accoglienza dell’altro propugnato e praticato dal papa argentino. Così, prudenti sono state le prime parole del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, a commento del risultato elettorale; Parolin ha invitato ad attendere i fatti, a vedere insomma se Trump metterà in pratica per davvero quanto promesso in campagna elettorale. Poi ha aggiunto: “assicuriamo anche la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo”. Già, perché le nubi scure sono davvero tante.

D’altro canto non si può dimenticare che Francesco è in questo momento il più importante leader mondiale latinoamericano e buona parte dell’America Latina ha tremato quando l’elezione di Donald Trump è diventata una realtà. In Messico la moneta locale, il peso, ha subito un tracollo senza precedenti storici nei confronti del dollaro. Non si dimentichi che Trump aveva annunciato nel suo programma la cancellazione del trattato di libero scambio (il Nafta), l’accordo commerciale che ha cambiato l’economia messicana negli ultimi decenni. Da lì sono scaturite la privatizzazione di aziende nazionali e la cessione a multinazionali estere di moltissime industrie mentre l’interscambio con gli Usa cresceva a dismisura in virtù dell’abbattimento di ogni barriera doganale.

Di conseguenza prima il Paese è stato vincolato all’economia del potente vicino confinante a nord, e ora questo stesso legame rischia di diventare il pozzo dentro il quale il Messico può affogare. “La paura è grande in Messico – ci spiega da Mérida, Yucatàn, il giornalista Eduardo Lliteras Senties – il nostro Paese esporta circa l’80% di quello che produce negli Stati Uniti, importanti sono pure gli investimenti che arrivano dall’America, senza contare le rimesse degli emigranti che vivono negli Usa”. Si teme, inoltre, il rimpatrio di almeno due milioni di messicani, il Paese rischia il tracollo: “quello che funziona molto bene sono i cartelli della droga che continuano a vendere la loro merce negli Stati Uniti”.

Più in generale con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, quella di Mauricio Macri in Argentina, e l’ascesa al potere di Michel Temer in Brasile – dopo l’impeachment e le dimissioni di Dilma Rousseff in Brasile – si delinea un asse tutto fondato sul potere della grande finanza che ha certo diverse strategie al suo interno (un elemento critico da non sottovalutare), ma che ha un punto in comune: la cancellazione del capitolo ‘poveri’ e welfare state dalle agende dei governi. Francesco, dunque, vede ridurre il numero dei suoi interlocutori istituzionali nella sua terra d’origine (tuttavia prosegue la mediazione vaticana in Venezuela), cosa che ha fatto stappare lo champagne alle correnti tradizionaliste interne alla Chiesa le quali ora manifestano un entusiasmo pro-Trump fino a pochi giorni fa trattenuto a stento. Lo scontro, insomma, si acuisce, e tuttavia Bergoglio ha già mostrato di saper parlare ai popoli del suo continente e anche oltre, mentre le sfide che attendono i governi in carica si dimostrano ogni giorno più ardue, anche perché dopo gli slogan sta arrivando l’ora, decisiva, dei fatti.

Vedi anche

Altri articoli