Papa: “Chi crede non può parlare di poveri e vivere da faraone”

Vaticano
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L’intervista del Pontefice a un giornale olandese: “Pericolo corruzione anche nella Chiesa”

“Un credente non può vivere da faraone”. Lo afferma Papa Francesco in un’intervista al giornale olandese di strada “Straatnieuw”. E proprio nei giorni delle polemiche sull’uso improprio delle risorse finanziarie della Santa Sede, rivelate da documenti riservati pubblicati in due libri, il Papa afferma che i beni della Chiesa servono per mantenere “le strutture” della Chiesa stessa, ma anche che per “tante opere che si fanno nei Paesi bisognosi: ospedali, scuole”. E se “le opere artistiche come la Pietà di Michelangelo non possono essere vendute perché sono “tesori dell’umanità”, e “questo vale per tutti i tesori della Chiesa” intanto, assicura, “abbiamo cominciato a vendere dei regali e altre cose che mi vengono date”.

Bergoglio parla del tema della povertà: “Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero. La Chiesa vuole abbracciare tutti e dire che è un diritto di avere un tetto sopra di te. Nei movimenti popolari si lavora con tre t spagnole: trabajo, techo e tierra: lavoro casa e terra.  La chiesa predica che ogni persona ha il diritto a queste tre cose”. Ma attenzione a due tentazioni. “La vita da faraone” e la corruzione. “C’è sempre questa tentazione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa”. Si possono fare accordi con i governi, spiega Bergoglio, “ma devono essere accordi chiari, accordi trasparenti. Per esempio: noi gestiamo questo palazzo, ma i conti sono tutti controllati, per evitare la corruzione”.

Papa Bergoglio riprende un esempio concreto: “Ricordo che una volta con molto dolore ho visto, quando l’Argentina sotto il regime dei militari è entrata in guerra con la Gran Bretagna per le isole Malvine, la gente dava delle cose, e ho visto che tante persone, anche cattolici, che erano incaricati di distribuirle, le portavano a casa. C’è sempre il pericolo della corruzione. Una volta ho fatto una domanda a un ministro argentino, un uomo onesto, che ha lasciato l’incarico perché non poteva sopportare alcune cose un po’ oscure. Gli ho chiesto: ‘quando voi inviate aiuti, sia pasti, siano vestiti, siano soldi, ai poveri e agli indigenti, di quello che inviate, quanto arriva là, sia in denaro sia in spesa?’ Mi ha detto: ‘Il 35 per cento’. Significa che il 65 per cento si perde. E’ la corruzione: un pezzo per me, un altro pezzo per me”.

Poi spiega perché vive a Santa Marta invece che nel Palazzo Apostolico: “Il Palazzo Apostolico non è un appartamento lussuoso. Ma è largo, è grande. Dopo aver visto questo appartamento mi è sembrato un imbuto al rovescio, cioè grande ma con una porta piccola. Questo significa essere isolato. Io ho pensato: non posso vivere qua semplicemente per motivi mentali. Mi farebbe male. All’inizio sembrava una cosa strana, ma ho chiesto di restare qui, a Santa Marta. E questo mi fa bene perché mi sento libero. Mangio nella sala pranzo dove mangiano tutti. E quando sono in anticipo mangio con i dipendenti. Trovo gente, la saluto e questo fa che la gabbia d’oro non sia tanto una gabbia. Ma mi manca la strada”.

Infine i ricordi di quando era bambino: “Da quando avevo un anno fino al momento di entrare in seminario, ho vissuto nella stessa via. Era un quartiere semplice di Buenos Aires, tutte case basse. C’era una piazzetta, dove noi giocavamo a calcio. Mi ricordo che scappavo da casa e andavo a giocare a calcio con i ragazzi dopo la scuola. Non ero bravo, stavo in porta, ma mi divertivo. Una volta a 4 anni mi hanno chiesto cosa volevo fare da grande e ho risposto il macellaio. Poi mio papà lavorava in una fabbrica che era a cento metri. Faceva il ragioniere. E i nonni abitavano a cinquanta metri. Tutto a pochi passi l’uno dall’altro. Io mi ricordo anche i nomi della gente, da prete sono andato a dare i sacramenti, il conforto ultimo a tanti, che mi chiamavano e ci andavo perché volevo loro bene». E quella signora italiana che aiutava sua madre in casa: conoscendola è nato il suo amore per i poveri: «Aveva due figli. Erano siciliani e hanno vissuto la guerra, erano molto poveri, ma tanto buoni. E di quella donna ho sempre mantenuto il ricordo. La sua povertà mi colpiva. Noi non eravamo ricchi, noi arrivavamo alla fine del mese normalmente, ma non di più. Non avevamo una macchina, non facevamo le vacanze o tali cose. Ma a lei mancavano tante volte le cose necessarie. Noi avevamo abbastanza e mia mamma le dava delle cose. Poi lei è tornata in Italia, e dopo è ritornata in Argentina. L’ho ritrovata quando ero arcivescovo di Buenos Aires, aveva 90 anni. E l’ho accompagnata fino alla morte a 93 anni. Un giorno lei mi ha dato una medaglia del Sacro Cuore di Gesù che porto ancora ogni giorno con me”.

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