Panama Papers: l’inchiesta che vince la sfida del giornalismo globale

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I file, circa 1,5 milioni in tutto per oltre 2,6 terabyters, sono stati recapitati e “spulciati” da oltre 300 giornalisti

E’ stata già definita come la più grande fuga di notizie nella storia della finanza e della politica, ma lo scandalo Panama Papers, che squarcia il velo su decenni di attività offshore tra riciclaggio e evasione fiscale di 215 mila imprese coinvolgendo personaggi di primo piano della politica, dell’imprenditoria, del mondo dello spettacolo e dello sport, ha anche il merito di dimostrare qualcos’altro.

I “Panama Papers”, così ribattezzati con chiaro riferimento ai “Pentagon Paper”, i documenti che incastrarono il segretario alla Difesa dell’amministrazione Nixon sulla guerra in Vietnam nel 1971, hanno il merito di dimostrare che il giornalismo, e soprattutto il giornalismo d’inchiesta, è vivo e vegeto nell’epoca della globalizzazione e della crisi dell’informazione tradizionale .

Colpisce, infatti, come l’inchiesta venga già riconosciuta come più vasta di quelle di Wikileaks nel 2010 e delle intercettazioni della Nsa americana svelate da Edward Snowden nel 2013. Uno scandalo di proporzioni planetarie che fa tremare i leader e i vip di mezzo mondo e che è stato possibile affrontare grazie ai giornalisti dell’Icij,  International consortium of investigative journalists (a cui in esclusiva per l’Italia partecipa l’Espresso),  che hanno avuto accesso a questo enorme archivio di carte segrete. È stato creato addirittura un sistema informatico a prova di hacker, Promethus, per la condivisione delle informazioni dell’indagine: all’interno un forum, tramite il quale i giornalisti potevano essere in continuo contatto, potevano infatti condividere tutte le informazioni.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante.  I file, circa 1,5 milioni in tutto per oltre 2,6 terabyters, sono stati recapitati al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung che, di fronte a una montagna di dati, si rivolge ad ICIJ per analizzare il contenuto.

Una scelta che non deve stupire se si pensa che nel 2007 Wikileaks pubblicò sul web, senza l’intervento di alcun intermediario, una cospicua documentazione sulla guerra in Afghanistan che tuttavia non ebbe la dovuta risonanza mediatica. Fu per questo che Assange, nel novembre 2010, consegnò i “cable” della diplomazia statunitense alle redazioni di giornali come il Guardian ed El Pais, portando alle conseguenze che oggi noi tutti conosciamo.

Giornalismo, quindi, come lavoro non solo di racconto, ma di approfondimento di ciò che vale la pena raccontare, contestualizzandone i contenuti e mettendoli in relazione con know how specifici. La sfida globale dell’informazione viene vinta in questo caso dalla rete, non solo quella virtuale, ma quella in carne ed ossa del pool di oltre 300 reporter investigativi di vari media internazionali.

Certo qualcuno che si lamenta e non è soddisfatto c’è sempre: per esempio il portavoce del Cremlino su Twitter si lamenta: “Ci aspettavamo qualcosa di più competente da questa comunità giornalistica. Non c’è molto di nuovo”. Ma accontentare tutti non è la sfida che il giornalismo ha l’obiettivo di vincere.

 

 

 

 

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