Palmira c’è ancora, la guerra rimane

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Il tempio di Bel o Baal.
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Reportarge dalla città sottratta all’Isis: la bellezza dei monumenti non è annientata, ma nessuno sta tornando: meglio non illudersi

I marmi rosati del tempio di Baalshamin sono polvere ai piedi dell’unico portale rimasto intatto. Il tempio è stato il primo a saltare in aria. Era dedicato a un dio fenicio – fu detto, quel giorno di agosto che venne giù – quasi a cercare una coerenza nelle scelte che lo stato islamico fa dei suoi obiettivi. Poi toccò all’arco di trionfo, simbolo di Palmira sposa del deserto, che ora allunga verso il cielo azzurro il suo moncone muto.

Entrando a Palmira 10 mesi dopo che ci arrivò l’Isis, è inevitabile correre a vedere innanzitutto cosa è andato distrutto. Lo vedemmo già nei video dell’Isis, esplosioni cadenzate nel tempo per moltiplicarne l’impatto. Ora lo si tocca con mano. E quelle pietre spellate viene voglia di carezzarle.
Lo sguardo ruota, però, e dalle colline di sabbia sembrano riprendere forma archi, capitelli, colonne. Palmira non è distrutta. La sua superba bellezza, le geometrie irripetibili, restano in piedi. «Dai residenti mi arrivavano messaggi rassicuranti, ma non volevo crederci, oggi che torno a Palmira dopo tre anni, vedo che la città antica sta bene», mi dice il direttore delle antichità e dei musei di Siria, Maamoun Abdelkarim, al suo primo sopralluogo dopo la riconquista all’Isis. Ne parla come di un corpo bisognoso di cure e chiede aiuto alla comunità mondiale, perché «Palmira non è del governo siriano, né dell’opposizione. È di tutti e comuni sono le responsabilità».

Tutto parla di morte
Inutile illudersi, la città – antica e nuova – rimane in guerra. Non solo perché, arrivandoci, si solca un deserto segnato dalle carcasse dei mezzi inceneriti dai raid, dai cadaveri di jihadisti bruciati e abbandonati, da fortini nascosti tra le dune e cannoni puntati contro la fuga dell’Isis – oltre le montagne, a nord-est. O perché a Palmira neanche le strade sono più uguali a se stesse – crateri, cumuli ovunque e le detonazioni controllate di migliaia di mine fatte brillare dai russi, quei pennacchi di fumo nero all’orizzonte. Tadmur, come la chiama chi ci viveva, resta in guerra perché non è ritornato nessuno. Gli autobus da Homs organizzati dal governo siriano riportano gli sfollati alle loro case solo per poche ore, a recuperare qualche pentola o per vedere se qualcosa è ancora in piedi. A Palmira tutto parla di morte. E più di tutti le fosse comuni.


Il grido delle fosse comuni
Da una fossa comune sale sempre un grido. Un grido che ti chiede: tu dove eri? Dove era rivolto il tuo sguardo quando io cadevo a terra e la mia borsetta si rovesciava nella sabbia; venivo ucciso e anche il mio libro era trapassato dai proiettili; provavo a fuggire e mi hanno preso e adesso solo i miei denti vi diranno chi sono. C’è un piccolo computer giocattolo di colore rosa, nella sepoltura condivisa di Palmira. E capelli. E scarpe. E monete abbandonate. Almeno un martire conosciuto Palmira però ce l’ha. È Khaled el Asaad, l’archeologo e un tempo direttore del museo e del sito. Di lui si è detto che ha pagato con la vita la scelta di non collaborare con gli uomini dal turbante nero, quando cercavano i reperti, l’oro. La rotatoria dove il suo anziano corpo è stato esposto, legato per i piedi, la gola tagliata, è proprio all’ingresso di Palmira. Più in là, in linea d’aria, la cittadella occupa il colle più alto. Neanche questo complesso ha attraversato indenne la battaglia – soprattutto i bombardamenti dell’aviazione siriana. I nuovi residenti sono un miscuglio passeggero di persone. Giornalisti accorsi a rivedere Palmira. Russi che marcano la distanza, ma li riconosci per i mezzi e le divise. Siriani che fanno a gara a chi davvero ha ripreso la città. Per il governo la sua riconquista è un successo di immagine con pochi precedenti. Non c’era telegiornale occidentale, nei giorni di fine marzo, che non titolasse sugli attentati di Bruxelles e l’avanzata siriana su Palmira. «Ecco chi combatte il terrorismo – è stato il commento a caldo del presidente Assad – non vedo gli stessi progressi militari sui fronti della guerra all’Isis dell’occidente».
Palmira perla del deserto è anche bastione a metà strada tra Damasco e Raqqa, la capitale del califfato nero. Cosa ci succedesse prima dell’Isis – a cominciare dalla famigerata prigione del regime – rimane sullo sfondo della commozione mondiale per la città ritrovata. Eppure guardando i ritratti di Assad che sono ovunque viene in mente quel verso del poeta polacco Czesław Miłosz: grida al fuoco, poi appicca l’incendio.

I sotterranei dei prigionieri
Forte è l’emozione di entrare con i primi sopralluoghi nei sotterranei dove l’Isis faceva prigionieri. Per terra tra gli oggetti abbandonati in una fuga precipitosa, sottraiamo alla polvere elenchi di detenuti e capiamo che alcuni di loro erano jihadisti che avevano sgarrato. Incarcerati per ragioni diverse. Uno per aver abbandonato un turno di guardia, un altro per una bestemmia, uno ancora per aver consumato tabacco sequestrato in precedenza. Sembra di fare un viaggio a ritroso a un’epoca remota di gogne, dicerie e untori. Ma la scoperta di un documento ci riporta improvvisamente all’oggi. È un bollettino, esce anch’esso dal buio delle celle dello stato islamico e celebra gli attentati di Parigi di novembre. Con un odioso linguaggio delirante ricostruisce «…l’attacco benedetto portato da un gruppo di giovani dentro la capitale-bordello…» evoca «…l’azione contro lo stadio dove anche Hollande, il pazzo di Parigi, era presente…», saluta «….l’assalto al teatro Bataclan, dove centinaia di infedeli partecipavano a un’orgia». Palmira è in guerra. Ma l’eco arriva anche qui in Europa.

 

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