Orfini: “Il Pd oggi è vivo. Non è una missione impossibile”

Amministrative
Matteo Orfini esce dal Campidoglio al termine dell'incontro con il sindaco di Roma, Ignazio Marino, 4 dicembre 2014. 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il commissario dem: “Il partito romano è cambiato, le primarie di domenica non saranno un flop. Possiamo vincere la sfida del Campidoglio”

Vista da fuori quella di Matteo Orfini a Roma sembra una “Missione impossibile”. Riportare il Pd a guidare il Campidoglio dopo Mafia capitale, quella melma criminale che ha sporcato e distrutto il partito romano. Farlo dopo la drammatica fine della giunta di Ignazio Marino, targata centrosinistra e sfiduciata dai dem. Provarci con quei sei candidati, a cominciare da Roberto Giachetti e Roberto Morassut che a sei giorni dalle primarie non sono ancora riusciti a dare la scossa, con un Pd romano con il motore che gira al minimo e crea il grande allarme gazebo. E con il divorzio con Sel, l’alleato prezioso delle vittorie di Veltroni, Rutelli e Marino.

Nel suo studio al secondo piano del Nazareno, il Commissario mandato dal premier a risolvere la grana Capitale, accende il computer. Consulta una tabella di dati. Sondaggi. Aleatori, inaffidabili, pronti sempre a gelare le attese, ma per lui una conferma che può togliere di mezzo l’ostacolo più grande. Non è moribondo il Pd romano, i dem sono in rimonta. Parte da qui Orfini per dire che non si può sempre piangersi addosso, dopo quattordici mesi lui ha fiducia: “Arriviamo al ballottaggio e il Pd vince le elezioni”. Qualcosa è cambiato, racconta, dopo la notte nera dell’inchiesta sul Mondo di sotto in affari inauditi con quello di Sopra che aveva ridotto il Pd al 16%. E metà dei romani ha capito. I dem nella capitale sono al 28-28,6%, arrivano al 30 se si somma il due per cento degli alleati. Sono primi, inseguiti dai cinquestelle dati intorno al 26-27%. Si sono affidati all’avvocata Virginia Raggi che ha fatto storcere il naso anche a Fassina e a sinistra non è detto che peschi. “Dodici, tredici punti in più di sette mesi fa – tira le somme Orfini – questo è un fatto. Non c’è da festeggiare, siamo ancora sotto la media nazionale, bisogna lavorare ma il trand è in risalita”.

Ricorda come tutto è cominciato il presidente dem. Con lui a parlare su una sedia a Laurentino 38, nel circolo Elsa Morante nel dicembre del 2014 quando ai militanti sotto shock promise di raderlo al suolo il partito corrotto, di ricomiciare. E rivendica di aver rinnovato, con scelte anche brutali. Come ha fatto a Ostia insieme all’ex assessore alla Legalità, il magistrato Alfonso Sabella. Come ha fatto nel VI municipio cacciando il minisindaco che è andato sotto Montecitorio a gridare contro l’epurazione: “Oggi è morta la democrazia – ha detto l’altro giorno Marco Scipioni – uccisa da Matteo Orfini”. Nel VI municipio, quello dei circoli finiti nella lista nera del rapporto Barca sul Pd capitolino, alle primarie Dario Nanni sfiderà l’attivista anti-Mafia Franco La Torre. Il tempo dei capibastone, è finito, le correnti sono destrutturate e questo ha rimesso in libertà energie, rimescolato posizioni, fatto saltare schieramenti. Gli stessi supporter dei candidati, che hanno puntato su una gara che non fosse divisiva e dopo il voto sono pronti a far squadra, hanno endorsement trasversali, di quelli che spiazzano, che non ti aspetti.

“Il partito è in salute”, non c’è il rischio di flop, se c’è una preoccupazione per il Commissario arriva dal meteo che domenica prossima promette pioggia. Duecento seggi per le primarie, più di centro gazebo, trecentomila volantini, nessun manifesto solo perché si è scelto di spendere meno e non imbruttire la città. Ci sarà la sorpresa della partecipazione, anche in periferia perchè è lì, lontano dal centro su cui invece ha puntato tutto il sindaco Marino scontentando gran parte dei romani ancora prima del premier, la ripresa è iniziata da tempo. Non c’è nessuna sorpresa dietro l’angolo, nessun colpo di scena di discese in campo all’ultimo minuto, il candidato sindaco uscirà domenica prossima dai gazebo. A quel punto sì che si dovrà mettere mano ad una squadra forte, pensare a un capolista di peso, scrivere il programma per convincere i romani. E Sel? E quel divorzio? “La rottura è stata unilaterale – commenta Orfini – dopo le primarie apriremo un confronto”. Ma la scelta è loro, dovranno dire se ci stanno a fermare i grillini e vincere insieme il Campidoglio. Virginia Raggi a Roma può essere un boomerang per Grillo e Casaleggio. Se Alfio Marchini vincesse la sfida con Bertolaso, dopo le primarie volute da Salvini, al ballottaggio con il Pd potrebbe andare la destra. L’esito della partita romana, vista dal Nazareno, è tutta da giocare. Di certo il Commissario dopo il voto delle amministrative e il congresso d’autunno, avrà finito il mandato. E nelle urne romane si gioca la sua prossima missione.

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