Open data, l’Italia sale nella classifica mondiale

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Aumentano quantità e qualità dei dati, il nostro Paese passa dal 25° al 17° posto

L’Italia guadagna otto posizioni nel ranking della Global Open Data Index 2015, ovvero la classifica mondiale che misura la quantità e la qualità dei dati rilasciati dagli Stati. Una notizia molto incoraggiante sul piano della trasparenza e della lotta alla corruzione. I dataset aperti, infatti, vengono considerati da molti non solo un materiale prezioso a disposizione del mondo dell’informazione per raccontare ai cittadini l’attività delle istituzioni, ma anche un modo molto efficace per individuare eventuali casi di illegalità o malgoverno.

Il nostro Paese, quindi, passa dal 25° al 17° posto, con uno score del 55%. Una posizione condivisa con Canada, Spagna e India. La vetta della classifica è occupata da Taiwan. Sul podio anche il Regno Unito e a seguire la Danimarca. Prima dell’Italia, tra le nazioni europee, si piazzano la Finlandia al 5° posto, l’Olanda all’8°, Norvegia e Francia al 10°, la Romania al 13° e la Bulgaria al 16°.

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La classifica è stata stilata prendendo in esame diverse categorie di dataset. Per stabilire se uno Stato è “Open”, però, non basta che esso produca dati. Bisogna capire se questi sono facili da reperire e da manipolare. Per ognuno di essi, quindi, è stato verificato se è disponibile online, se è gratuito, se può essere scaricato, se è dotato di una licenza che ne consenta il riuso, se è leggibile in più formati e se questi formati ne consentano l’elaborazione.

L’incrocio tra le suddette variabili ci dice che l’Italia è messa bene per quanto riguarda gli Open Data sulle statistiche nazionali, i risultati elettorali e i bilanci di governo. In queste categorie otteniamo il primo posto nel ranking. Va meno bene nel campo della legislazione e della spesa pubblica, dove comunque otteniamo la settima e l’ottava posizione. Mentre va decisamente male per quanto riguarda i dati sugli eventi climatici e sulla qualità dell’acqua, che ci vede rispettivamente al 69° e al 74° posto.

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Luci ed ombre di una realtà difficile e complessa. Di sicuro nella Pubblica amministrazione italiana l’innovazione non trova terreno fertile, anzi è ostacolata da una tradizione amministrativa ostile al cambiamento, alla valutazione dei risultati e al giudizio dei cittadini. La macchina è in movimento, ma per raggiungere il traguardo di una burocrazia accessibile e al servizio dei cittadini è necessario che tutti i soggetti coinvolti spingano il piede sull’acceleratore. Non solo gli addetti ai lavori, ma anche l’opinione pubblica ed in particolare la società civile organizzata (gruppi di cittadini, associazioni di categoria, comunità scientifiche) può e deve esercitare un’importanza azione di pressione.

Le norme da sole servono a poco. Sono scattati da diversi mesi i termini previsti dal Decreto legge n° 90 del 2014, convertito in dalla Legge 114 dell’11 agosto, secondo cui le Pubbliche Amministrazioni sono obbligate a fornire i dati in formato aperto. Mentre ormai da tempo si attende l’adozione da parte del Parlamento di un Freedom of information Act, cioè una legge organica sulla trasparenza nella P.A.. Una promessa rinnovata alcune settimane fa dal ministro Madia, che ne ha assicurato l’approvazione entro Natale insieme al Codice dell’amministrazione digitale. Due documenti decisivi per far fare uno scatto in avanti alla burocrazia italiana, mettendo il nostro Paese al passo con le società civili più evolute.

Nella società dell’informazione gli Open Data rappresentano una grande risorsa strategica di analisi della realtà, capace di fornire indicazioni preziose per la governance dei processi politici, economici e sociali. Essi potrebbero orientare le scelte degli amministratori e dei cittadini. Ad esempio potrebbero suggerire ad un sindaco di riqualificare gli impianti elettrici di alcuni locali comunali perché il loro consumo è superiore alla media, oppure consigliare ad uno studente quale ateneo o corso di laurea scegliere sulla base della percentuale di neolaureati in quell’ateneo o corso che sono riusciti a trovare lavoro.

È proprio questo il loro grande valore che un Paese come l’Italia non può permettersi il lusso di ignorare.

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