Omaggio alla magnetica Mariangela: la Melato raccontata in oltre 200 scatti

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La vita e la carriera di una grande professionista in un libro di fotografie di Tommaso Le Pera

È proprio vero che la fotografia ha la capacità straordinaria di ristrutturare la memoria, di aprire a chi osserva una rete di link che chissà dove erano rimasti sepolti. Succede sfogliando le pagine di fotografie di Tommaso Le Pera che ritraggono la “più grande attrice del Novecento”, come il fotografo più celebre del teatro italiano definisce Mariangela Melato.

MagneticaMariangela è un volume prezioso, rilegato a mano, appena pubblicato da Manfredi Edizioni con il patrocinio dell’Associazione Mariangela Melato, i testi a cura di Anna Testa che comprendono sedici interviste a colleghi, amici, affetti vicini all’attrice tra cui Renzo Arbore, Anna Bonaiuto, Elio De Capitani, Marco Sciaccaluga, Gabriele Lavia, Toni Servillo, la sorella Anna, Giovanna Guida, giovane attrice che le fu assistente per dieci anni.

Presentato al Teatro Eliseo di fronte a una platea affollata e commossa, il libro ripercorre quarant’anni di spettacoli memorabili, a partire dall’Orestea diretta da Luca Ronconi nel ’73 fino a quel one women show che fu Sola me ne vo, del 2007, per la regia di Giampiero Solari, dove Mariangela sessantaquattrenne si scatenava come una ragazzina, ballando, cantando e raccontando con irresistibile humor gli albori rocamboleschi di una carriera ininterrotta. Carriera che l’ha vista tragica e comica, vecchia e bambina, sofferente e guerriera, protagonista sempre, e sempre dedita senza riserve a tutte le cause che aveva abbracciato. Non poteva che essere così, d’altra parte, lei che a Ridley Scott che la voleva per quel kolossal che fu Alien rispose che no, “c’è tanta bella gente da interpretare, perché dovrei fare dei mostri?”.

Lo racconta la sorella Anna tra una testimonianza e l’altra, in cui si sono succeduti Rodolfo Di Giammarco, autore della prefazione, il critico cinematografico Alberto Crespi e Marco Sciaccaluga che l’ha diretta ne La bisbetica domata, Madre Coraggio e Fedra di Racine. “Scendeva nel campo di battaglia convinta di essere trucidata – dice Sciaccaluga – ma appena sguainava la spada del suo talento, era lei che trucidava gli altri”. Ma nonostante tutto “le rimaneva lo stupore e la fragilità di avercela fatta”.

A ricordarci i mille volti di questa formidabile donna, gli scatti di Tommaso Le Pera, circa duecento, che non fermano il tempo ma ci introducono nel flusso del tempo, innescando meravigliosi grovigli di sensazioni, emozioni, ricordi.

L’Ersilia Drei di Vestire gli ignudi, uno spettacolo di Giancarlo Sepe dell’85 come la Medea dell’anno successivo, che è l’immagine di copertina di questo volume, e come la Anna dei miracoli dell’88. L’Emilia Marty de L’affare Makropulos diretto da Ronconi nel ’93, dove interpretava il ruolo surreale una donna che visse più di trecento anni e quattro esistenze, la Christine Mannon de Il lutto si addice ad Elettra di O’Neill, sempre diretta da Ronconi, come La Centaura e Nora alla prova da Casa di bambola. E ancora la prostituta gentile costretta a vestire i panni di un cugino spietato ne L’anima buona del Sezuan (regia Bruni e De Capitani), e Martha di Chi ha paura di Virginia Woolf, insieme a Gabriele Lavia, di cui mi fa piacere ricordare una quasi gag venuta fuori per caso (ma poi chissà?) in cui i due si sono ‘ingarbugliati’ mentre cercavano di scambiarsi i cappelli, o forse qualcos’altro (ma mi pare si trattasse di scambio di cappelli) e non hanno fatto nulla per trattenere la risata. Un bel feeling, si intuiva, tra Mariangela e Gabriele, che ora dice che “qualunque cosa le chiedessi di fare la faceva” e parla di lei come dell’ “attrice assoluta, artaudiana, nel senso che attuava quel teatro della crudezza o crudeltà, quel recitare sanguinante, non condito, immediato, una dote unica nel teatro italiano”.

Ecco, è a questa cruda immediatezza che ci riportano le fotografie di Le Pera, e ognuna è di per sé sanguinante e necessaria.

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