Oltre Warhol: la Pop art come fenomeno mondiale in mostra a Londra

Arte
Nicola-L Red Coat

La corrente non è stata un fenomeno ristretto, ma un vero incubatore di laboratori artistici in tutto il mondo: fino al 24 gennaio “The World Goes Pop” alla Tate Modern

Pareva avesse esaurito il suo carico di novità e non ci fosse molto altro da dire in merito, invece una mostra alla Tate Modern di Londra rilancia la Pop art come un grande incubatore che ha coinvolto laboratori artistici ovunque nel mondo, tra gli anni ’60 e ’70.

Una rilettura aggiornata sfida il pensiero comune che sia stata un fenomeno ristretto a pochi protagonisti, come Andy Warhol e Roy Lichtenstein, con rare varianti al di qua dell’Oceano, soprattutto in ambito inglese: un fenomeno quindi essenzialmente anglosassone. La mostra “The World Goes Pop”, visitabile fino al 24 gennaio, dimostra che così non è. Con un deciso cambio di prospettiva i curatori sono riusciti a dare alla Pop art una cittadinanza pluriculturale, una specie di biodiversità artistica, che ne amplia di gran lunga gli effetti e le implicazioni.

La ricerca ha messo in luce una moltitudine di artisti sparsi in vari continenti, che negli stessi decenni dei loro celebri colleghi di lingua inglese, hanno trovato nel pop un linguaggio efficace per innovare il mondo dell’arte nei loro paesi, criticando lo status quo. In Brasile un artista come Marcello Nitsche punge il regime militare arrivato al potere nel 1964, mentre ovunque impressiona la grande corsa agli armamenti ed è centrale il tema della guerra. Quella fredda tra Usa e Urss, che coinvolge i paesi satelliti delle due potenze, e quella calda in pieno svolgimento nel sud est asiatico, la prima guerra televisiva e quindi parte di quel paesaggio mediatico che fornisce al pop la sua materia. Grazie a questo sguardo allargato diventa interessante per noi osservatori contemporanei vedere come uno stesso tema abbia attratto in maniera diversa gli artisti dell’Occidente e dell’Est.

Il consumismo che offre a Warhol il vocabolario visivo e ripetitivo della pubblicità, è osservato da artisti rumeni, polacchi, cecoslovacchi, con curiosità mista a desiderio, se confrontato con le imposizioni e le censure nei loro paesi. La Pop art filtra in questi anni negli ambienti giovanili underground di Bucarest, Varsavia o Bratislava, dove si ascolta musica rock e circolano clandestinamente le riviste occidentali. Sorprendono l’intera stanza dedicata all’artista rumeno Cornel Brudascu e ai suoi ritratti di giovani in interni, e opere shock come quella del polacco dissidente Zielinski, che fa uscire da un suo quadro una lunga lingua di panno rosso cucita sul pavimento della galleria. Un’immagine che sembra quasi fare da controcanto allo sberleffo libero e spensierato dei Rolling Stones.

Un altro tema a doppia se non tripla lettura riguarda il concetto di “massa”: tra gli anni ’60 e ’70, grandi manifestazioni contro la guerra e per i diritti civili scuotono l’Occidente, ma sono gli stessi anni in cui le strategie pubblicitarie affilano più che mai le armi rivolgendosi alla massa indistinta, seppur indirizzando i loro messaggi a un preteso “gusto individuale”. Gli artisti rispondono ai diversi contesti in cui si muovono: l’aspirazione a distinguersi scendendo in strada nelle marce di protesta in aperta sfida all’appiattimento commerciale, altrove diventa spinta ad uscire dall’uniformità imposta dalle marce imposte da certi paesi dell’Est. Regimi che censurano e bannano artisti come Josef Jankovic di Bratislava, reo di criticare il culto della personalità in auge nell’area del socialismo reale.

Nella decina di stanze in cui si snoda la mostra con circa 160 opere, appare però evidente che quando si cambia prospettiva, come dopo un black out della memoria, si scopre che là fuori c’è una gran quantità di artiste, al solito trascurate da una certa storiografia. Donne dell’Est, dei paesi latinoamericani ed europei affollano il percorso espositivo con opere che illuminano i grandi temi di questi decenni cruciali per i diritti civili e l’identità femminile. Per la sua particolare traiettoria tra i continenti vale la pena citare Nicola L: nata in Marocco e sbarcata a New York negli anni ’60, si accasa al Chelsea Hotel tra gli artisti beat. La sua specialità sono oggetti antropomorfici, come l’ironico e brillante “Little Tv Woman”, un televisore al femminile che sottotitola: “Sono l’ultima donna oggetto”. Ma la sua creazione più potente rimane il “Red coat” l’impermeabile collettivo confezionato per un gruppo di musicisti rock al concerto dell’Isola di White del 1970. Oggi Nicola L lo porta in giro nelle sue performance, durante le quali invita i passanti a infilarsi in questo indumento unico e plurale, insieme ad altri sconosciuti di ogni età, genere o etnia.

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