Le critiche ad Obama e il provincialismo della politica italiana

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Dopo l’endorsement del Presidente degli Stati Uniti per il Sì, le reazioni denotano una mancanza di visione dei politici italiani

“Il Sì al referendum del 4 dicembre può aiutare l’Italia verso un’economia più vibrante ma Renzi deve restare in politica a prescindere dal risultato del voto poiché rappresenta una nuova generazione di leader non solo in Italia, ma in Ue e nel mondo”. Queste parole pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama hanno suscitato subito reazioni in alcuni casi sdegnati tra i politici italiani fautori del No.

Si va dal leader leghista Matteo Salvini secondo cui con l’intervento di Obama si è raggiunto il “ridicolo, tra lui e Renzi non so chi faccia più ridere”, al deputato grillino Alessandro Di Battista secondo cui il sì di Obama “è solo uno scambio di favori tra due presidenti mi auguro uscenti”.

Secondo il collega Manlio Di Stefano il sostegno “alla schiforma costituzionale renziana è arrivato dai cosiddetti ‘poteri forti’ e ora s’aggiunge il sostegno del Presidente che ha fallito di più nella storia degli Stati Uniti d’America”. C’è poi l’immancabile Renato Brunetta che non perde l’occasione per far prevalere il suo noto profilo di raffinato statista: “Gli endorsement di Obama portano sfiga”. 

C’è poi l’ex segretario Dem Pier Luigi Bersani che dice: “Siamo al basta un Yes” ricordando che “ci vuole misura, ci vuole garbo quando si parla di Costituzione”, mentre per l’ex premier Massimo D’Alema, Obama sostiene il Sì perché “non conosce la riforma di Renzi”. Potremmo continuare ancora, ma le critiche sono più o meno sempre le stesse.

C’è una sorta d’insofferenza per quella che è considerata un’ingerenza impropria nella vita democratica italiana. Potrebbe essere anche un discorso giusto, se non fosse che in un mondo globalizzato quel che succede in un Paese, specie se importante come l’Italia, interessa a tutti, Stati Uniti in testa, così come agli italiani interessa chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Nessuno di coloro che hanno giudicato inopportuno l’intervento di Obama si è lamentato per le ingerenze sulla Brexit, o per il referendum greco.

Anzi in molti che oggi criticano l’appoggio esplicito di Obama hanno fatto campagna attiva o dichiarazioni per l’una o l’altra posizione. Certo un endorsement di Salvini per il Leave nel Regno Unito non verrà ripreso come una dichiarazione di Barack Obama, ma certo questa non è una colpa del Presidente degli Stati Uniti.

Non possiamo pensare che i governi di Paesi a noi alleati e legati economicamente non esprimano un’opinione su temi cruciali che possono aprire opportunità economiche non solo per il Paese alleato, ma anche per loro stessi. E’ frutto di un mondo sempre più globale dove gli interessi si sovrappongono, dove il provincialismo, specie nella classe politica, è dannoso. Nel mondo di oggi bisogna avere una visione globale, non si può pensare solo al proprio orticello facendo finta che le dinamiche degli altri Paesi non ci interessino e agli altri non debbano interessare i nostri.

E’ un po’ quello che sta succedendo in Europa per il fenomeno dei migranti, dove la classe politica dei vari paesi agisce solo per interessi elettorali, non capendo che il problema è globale e non solo dei paesi più esposti.

 

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