Obama e l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Tutto quello che c’è da sapere

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FILE - In this Jan. 20, 2015, file photo, President Barack Obama waves before giving his State of the Union address before a joint session of Congress on Capitol Hill in Washington. Obama will deliver his final State of the Union address Tuesday, Jan. 12, 2016, to a nation with a burgeoning job market, flat wages and two things that to the president's dismay are rising: global temperatures and Americans' concerns about terrorism.  (ANSA/AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, File)

Tra gli ospiti attesi anche un rifugiato siriano, Refaai Hamo

Questa sera, alle 21, le tre di notte in Italia, Barack Obama pronuncerà il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Sarà possibile seguirlo in diretta sul sito della Casa Bianca. Come ogni anno sarà l’occasione per tracciare la linea tra quanto è stato fatto e quanto c’è ancora da fare. Con una serie di differenze fondamentali.

La prima è quella più evidente: essendo l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione sarà anche un modo per fare la somma dei traguardi raggiunti nei 7 anni di presidenza, non solo dell’ultimo lustro, e tirare la volata alla front-runner di partito per la corsa alla Casa Bianca, Hillary Clinton.

La seconda riguarda gli eventi degli ultimi mesi. Se prima le preoccupazioni degli americani erano incentrate sulla politica interna e sull’andamento dell’economia, con un’attenzione particolare alla disoccupazione, ora i fatti di Parigi e quelli di San Bernardino hanno spostato il focus sulla sicurezza, la politica migratoria e, non ultima, la spinosa questione delle armi.
Lo sanno bene i candidati alle primarie che presto si confronteranno sul primo terreno di battaglia, l’Iowa prima e il New Hampshire poi. Piccoli stati ma che storicamente sono determinanti per chiarire il futuro dei candidati e la loro effettiva forza elettorale.

A scorrere la lista degli invitati che saranno presenti domani sera è possibile capire quali saranno i punti cruciali dell’intervento presidenziale e il tenore che Obama intende dare al suo discorso. A partire da Refaai Hamo, un rifugiato siriano di 55 anni che ha abbandonato il suo paese nel 2003, dopo che una bomba aveva distrutto la sua casa e la sua famiglia. In quell’attacco, perse sette familiari, tra cui la moglie e una figlia. La sua fuga lo ha portato prima in Turchia e poi negli Stati Uniti, quando è riuscito ad ottenere lo status di rifugiato.

Tra i 23 invitati ci sarà anche Ryan Reyes, il partner di una delle 14 vittime dell’attacco terroristico di San Bernardino. La sua non è solo la testimonianza di quella tragedia, ma anche la prova di come si possa reagire ad un evento simile senza cedere al razzismo e alla paura. Dai fatti del 2 novembre scorso, infatti Ryan si è speso fortemente contro la radicalizzazione della rabbia che in quei giorni ha monopolizzato l’opinione pubblica e il dibattito politico.

Gli altri ospiti che saranno presenti alla seduta comune del Congresso, sono tutte personalità che in qualche modo hanno fatto parte di quel cambiamento che Obama ha voluto imprimere al suo mandato e che firmava la sua prima campagna presidenziale. “Change, we can believe in” recitava uno dei suoi slogan e ora, dopo 7 anni, Obama può vantare i suoi risultati. In particolare i dati sull’occupazione, quelli più soddisfacenti e più facilmente spendibili. Anche in termini elettorali per i democratici. Gli economisti credono che l’America sia vicina alla piena occupazione e questo, di certo, non può essere un punto a sfavore, né un punto controverso. Come invece sono stati gli interventi sulla sanità, l’ambiente e la politica estera.

Non mancheranno i grandi temi che hanno dominato le ultime settimane. Compresa la stretta sulle armi fortemente voluta dal Presidente ma altrettanto fortemente osteggiata dal Congresso. Per questo una delle sedia sulla tribuna degli ospiti resterà vuota. Quella destinata a ricordare tutte le vittime delle armi che gli Stati Uniti, e dunque il Congresso, non hanno saputo proteggere.

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