Note d’Europa tra Guccini e Baustelle

Musica
Italian songwriter Gianna Nannini performs during a concert at Auditorium Parco della Musica in Rome, 13 April 2016. ANSA /VINCENZO PAGLIARULO

La Nannini ha coltivato il sogno europeista, Rino Gaetano ha previsto le contraddizioni: il nostro continente nelle canzoni italiane

C ome tombaroli del costume italiano viene la tentazione di scendere nell’immensa necropoli della musica più o meno leggera per scavare tra i testi delle canzoni, già ampiamente saccheggiate dal cinema per titoli di film trascurabilissimi e oltraggiati dalla necrofilia delle cover. Tra i tesori che si possono rinvenire in quella ricca miniera dell’identità nazionale, quella partitura collettiva che ha anticipato, seguito, o solo accompagnato, la recente storia del nostro paese, si trova quasi di tutto: dalle tensioni politiche alle istanze sociali, dai mutamenti economici agli slittamenti della morale che hanno contraddistinto gli ultimi cinquanta anni (le prime testimonianze significative risalgono al dopo ‘68, prima risultano del tutto inutilizzabili).

Ma se invece dell’Italia si scende là sotto a cercare l’Europa, ecco che i reperti si fanno più rari e nascosti. La nostra musica sembra avere il suo limite –e la sua forza –in un’impronta provinciale (la Genova per noi [Paolo Conte, ndr], la Bologna [Francesco Guccini, ndr] dai fianchi molli, l’Emilia paranoica [Cccp, ndr] fino a una Pesaro [Calcutta, ndr] che è diventata da poco una donna intelligente), fatta d’immagini e racconti molto personali (4/3/194 3) [Lucio Dalla, ndr; c’è sì la politica (La locomotiva[Francesco Guccini, ndr], La canzone popolare[Ivano Fossati, ndr]) ma trionfano storie minute (Bocca di rosa [Fabrizio De André, n]) e situazioni quotidiane (Innocenti evasioni[Lucio Battisti]), canzoni leggere (Sono solo canzonette [Edoardo Bennato]) pensate e immaginate a uso e consumo di un pubblico nazionale (Viva l’Italia [Francesco De Gregori]) che si identifica con un bacino linguistico ristretto.

Eppure sarà proprio il simbolo per eccellenza del nazional-popolarismo italiano, il Festival di Sanremo, a ispirare quello che sarebbe dovuto diventare uno show internanazionale  in grado di intrattenere e «formare» un pubblico europeo, ancora convalescente dai postumi della Seconda Guerra Mondiale: l’Eurovision. Proprio l’anno scorso l’Eurovision è entrato nel Guinnes dei primati come programma musicale internazionale più longevo di sempre, ma la sua eco nel ruolo nella costruzione di un immaginario europeo risulta piuttosto flebile anche a voler fare esercizi intensivi di Nada Yoga.

Uno sconfinamento in qualche modo emblematico del pop italiano in terre mitteleuropee avviene con la Nannini dei primi anni Ottanta che, grazie a Conny Plank (maestro dei sintetizzatori e produttore tra gli altri degli Eurythmics e degli Ultravox) e a un sound europeo miscelato con la romanza italiana, ottiene una consacrazione da vera rock star anche nella fredda Germania.

«Tu, ragazzo dell’Europa», canta Gianna

«Tu, ragazzo dell’Europa, tu non perdi mai la strada», magari non è il primo, ma di certo si consacra il riferimento più esplicito all’Europa in un testo musicale italiano. E non è un caso che proprio Gianna Nannini cantasse così nel 1982 (dopo aver tributato all’America solo qualche anno prima il privilegio di rappresentare l’apice massimo di jouissance).

L’album è «Latin Lover», l’Italia di Bearzot è Campione del Mondo e l’Europa nelle cartine appese in classe appare più piccola e – per quanto si possa essere polemici con l’odierna Ue –indubbiamente più divisa di oggi. Nel riferirsi a Berlino bisognava specificare se est oppure ovest, un romantico fine settimana a Parigi necessitava di un preventivo quanto deprimente passaggio in banca a cambiare le lire in franchi e a sconfinare in Slovenia a caccia di cinghiali si rischiava nel migliore dei casi una fucilata da un cecchino di Tito (nel peggiore la Terza Guerra Mondiale).

Poco più di trenta anni sono passati da quella canzone, davvero pochi nella storia di un continente così vecchio, eppure ne sono cambiate di cose. «Tu non ritorni a Varsavia / Per non fare il soldato / Ora vivi in mezzo a una sfida per le vie di Colonia/ Non sai dove andrai tu ragazzo dell’Europa / Tu non pianti mai bandiera».

L’Europa che Gianna Nannini immaginava come videoclip dei primi Ottanta era un’Europa che sognava la fine della Guerra Fredda, un’Europa dove i ragazzi si toglievano la divisa per infilarsi – o sfilarsi – i jeans (per Pasolini si trattava in fondo solo di un’altra divisa) e fare l’amore, un’Europa senza bandiere e senza frontiere.

La stessa Europa che i Kraftwerk sognavano infinita nel 1977, seguendo un’utopia che sembrava già retro-futurista allora, e in effetti la Trans Europe Express –per quanto abbia avuto la sua gloriosa esistenza dal 1957 al 1995 – oggi sembra una creatura generata più da un pop visionario che dalla prosaica realtà.

Per arrivare a quell’Europa, se non infinita, quantomeno compatta, bisogna pazientare ancora e aspettare il Live in Berlin dei Pink Floyd del 21 luglio 1990, dove la caduta del Muro a colpi di piccone e voglia di libertà («hey teacher, leave them kids alone») da parte di milioni di giovani sembrava d’un tratto trasformare i casermoni delle ideologie in roba buona per le imprese demolizioni&smaltimento calcinacci.

Se Gianna coltivava il sogno europeista c’era anche chi due anni prima di lei intravedeva già tutte le contraddizioni di un Italia sospesa tra modernità e arretratezza, un’Italia «metà Africa» e «metà Europa» quella vista da Rino Gaetano: da una parte «i riti tribali / di stregoni cardinali / di ministri triviali / è Africa, dall’altra Europa / le lotte di classe Europa/ la difesa del posto Europa / per i tuoi interessi per i figli e noi stessi / per chi c’è e chi è disperso Europa».

Una fotografia d’impressionante attualità se raffrontata con un’Italia non meno triviale (ora si direbbe cafonal) e anzi più burina, ma forse meno bigotta, di trenta anni fa e un’Unione Europea in piena crisi di occupazione e spaccata sulle politiche di accoglienza ai migranti. In sostanza Rino identificava la modernità con l’Europa e l’arretratezza con l’Italia, un’e quazione forse fin troppo semplice che andrebbe riformulata con nuove incognite ancora tutte da calcolare.

Ancora più pessimista la visione di Ivan Graziani, che in quella che sembrerebbe solo una canzone d’amore rigorosamente senza lieto fine, Lugano Addio, mette in campo tutto il senso di inadeguatezza di un ragazzo italiano di fronte non soltanto all’idea di Europa (ammesso che la Svizzera si trovi in Europa), ma di un altrove prossimo, come in un inciampo di immaginazione in cui persino le Alpi appaiono colonne d’Ercole. «“Lugano addio”cantavi / mentre la mano mi tenevi / “Canta con me”/ tu mi dicevi / e io cantavo di un posto che non avevo visto mai».

La storia di amore e lontananza è con tutta probabilità tra una ragazza bene del nord col padre partigiano («Mio padre sì…quassù in montagna ha combattuto») che canta Addio Lugano bella la canzone dell’anarchico Pietro Gori di fine Ottocento, e un ragazzo del sud («mio padre fermo sulla spiaggia, le reti al sole, i pescherecci in alto mare») che sente tutto il peso di un atavico immobilismo, ed è interessante come il conflitto nord/sud sembri riverberare nel contesto più ampio dell’Europa. Per la ragazza del nord, la Svizzera è un posto immaginabile e storicamente connotato (è lì che è stato incarcerato Pietro Gori), per il ragazzo del sud un territorio di spaesamento astratto.

Nei nuovi musicisti qualcosa è cambiato

Ma qualcosa è cambiato tra la vecchia e la nuova guardia di musicisti italiani, e se in Dalla, l’Europa si affaccia in chiave di bozzetto («A Berlino ci son stato con Bonetti era un po’ triste molto graaaaaaande»), negli Afterhours la stessa città diventa la metafora di tutto ciò che si è perduto, una sorta di eroica sincerità della giovinezza («Non sarebbe bello riprendere Berlino, non sarebbe strano prenderla senza eroi» si chiedono). Così anche Parigi, passa dal perdere il paragone con Bologna nella retorica gucciniana («Bologna per me provinciale, Parigi minore») a diventare l’incarnazione di velleità emo-intellettuali nei Baustelle («Sei nei caffè di Parigi o sei sul porto di Amsterdam. Mi dici che ti emoziona il tramonto e io ti chiedo se ce l’hai per caso in tasca un chewingum»).

E arriviamo al disincanto ironico di Elio e le storie tese, che dopo essersi augurati «un valido vaccino contro l’hiv per amare in Europa», esprimono la loro «istintiva fiducia verso le donne dell’est Europa» per aver ricevuto la mail di una ragazza ucraina che recita così: «sono una donna bravo che non cerca avventure corte bensì una relazione fisso». Più malinconico il disincanto di Cosmo: «l’ha detto un mio amico un po’ di tempo fa, e adesso mi sembra la sola risposta, la posto qui in testa: “L’Europa è un gigantesco Luna-park”».

Forse l’unico che sembra aver capito dove si nasconde la falla nel sistema Europa è quell’avvocato di Asti che per fortuna nella vita non ha esercitato la professione: «Sì, tu parlavi difficile, come fa l’Europa quando piove», canta Paolo Conte in Blue Haways. È proprio questo il problema: che siano i regolamenti sulla lunghezza del cetriolo di un burokrate di Bruxelles o le conclusioni di un vertice tra capi di Stato su una portaerei, l’Europa parla difficile. Sempre più difficile, per noi che cerchiamo faticosamente di sentire qualcosa che sovrasti il rumore della pioggia. A Roma come a Strasburgo.

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