“Non solo lavoro, ma conoscenza del tema”: perché Ravenna ha detto No al referendum

Referendum
michele de pascale ravenna

Parla il candidato sindaco del Pd, Michele De Pascale: “L’unica piattaforma che va chiusa è quella di Angela Angelina. Le altre non fanno male all’ambiente”

La regione Emilia-Romagna è quella con più piattaforme rispetto al resto dell’Italia, ma, a differenza della Basilicata e della Puglia, le percentuali di affluenza ai seggi sono rimaste lontane dal quorum (34,3%).

Solo a Ravenna si trovano 35 piattaforme entro le 12 miglia ed è lì che è avvenuto l’unico grande incidente che l’Italia ricordi, quando la piattaforma Paguro saltò in aria nel lontano 1965. Da allora più nessun problema e gli abitanti della provincia si dicono ormai tranquilli sia dal punto di vista della sicurezza che dell’ambiente.

La cosa che più li preoccupa e che li ha portati a disertare il referendum (l’affluenza si è fermata sotto il 29%) probabilmente è stata l’occupazione, anche se il destino dei lavoratori delle piattaforme non è stato l’unico motivo che li ha spinti convintamente verso l’astensione o il No (quasi il 30% in provincia) al referendum.

“Ravenna è una delle città italiane con la più alta incidenza dell’economia legata all’offshore, non solo per l’attività che viene svolta qui, ma anche per le nostre aziende leader nel resto d’Italia e in tutto il mondo”, spiega a Unità.tv il candidato sindaco del Pd Michele De Pascale, che però precisa: “Il tema dell’occupazione ha pesato molto e i numeri dimostrano che la questione era reale, ma non difendiamo cose sbagliate perché ci lavorano delle persone. La verità è che c’è un tema di occupazione, ma anche di politiche energetiche per l’Italia che è sbagliato disperdere“.

Quello che ha portato al No o all’astensione è stato “un livello di consapevolezza ancora più alto che in altri luoghi del Paese. Qui non si è parlato meno di referendum; qui se ne è parlato di più. E chi si è opposto al referendum non lo ha fatto perché contrario alle energie rinnovabili o a una politica equilibrata. Semplicemente qui si è capito bene qual era il contenuto del referendum e si è ritenuto che fosse una scelta sbagliata”, spiega De Pascale.

“Difendiamo l’attività estrattiva – prosegue il candidato dem alle elezioni del prossimo giugno – perché a una distanza dalla costa di almeno 5-6 miglia (il limite delle 12 miglia è legato a una questione territoriale e non un dato scientifico) le attività di estrazione non creano problemi all’ambiente e il referendum di questa cosa non teneva assolutamente conto”.

“Negli stessi giorni nei quali spiegavamo che il referendum era sbagliato – continua De Pascale – abbiamo anche votato un ordine del giorno per la chiusura della piattaforma a 1,5 miglia dalla costa, che generava problemi, Angela Angelina. Mentre è risaputo che le piattaforme oltre le 5 miglia non creano problemi di subsidenza”, ovvero di sprofondamento del fondale marino.

La piattaforma Angela Angelina rappresenta infatti un vero paradosso di questo referendum, perché, pur essendo l’unica piattaforma entro le due miglia, ha una delle concessioni più lunghe tra le piattaforme entro le 12 miglia con scadenza nel 2027 e quindi non sarebbe stata chiusa a breve nemmeno con una vittoria del Sì al referendum. Eppure si tratta “dell’unica piattaforma che andrebbe chiusa – spiega De Pascale – perché essendo a 1,5 miglia genera subsidenza. Noi crediamo che Eni possa rendersi disponibile a un dialogo per anticiparne la chiusura, visto che Ravenna ha dato anche una risposta molto forte alla difesa dell’attività estrattiva nel suo complesso”.

Oltretutto il gas è considerato una delle fonti di transizione verso le rinnovabili, ma si tratta di “una transizione ancora lunga, che deve vedere prima la riconversione di un’economia legata al petrolio e al carbone verso il gas metano. Le attività estrattive a distanza dalla costa di almeno cinque o sei miglia – dice ancora De Pascale – non creano alcun tipo di problema: quella è stata la grande truffa di questo referendum; il fatto che si voleva raccontare che le attività estrattive a 9-10 miglia creassero problemi all’ambiente”.

E all’indomani del referendum quale deve essere l’obiettivo del Paese? “L’Italia con questo referendum è arrivata a un corto circuito – dichiara il candidato sindaco ravennate – ora riprendiamo i fili della politica energetica. Ora la questione del governo è quella di mettere in atto una politica energetica che tuteli l’occupazione e le risorse del metano italiane e che faccia un investimento molto forte sulle rinnovabili. In questo momento il governo può decidere di riunire il Paese: gli italiani hanno risposto in maniera responsabile rispetto a un tema molto complesso, però ora sta al governo dare una risposta a quei 13 milioni che sono andati a votare. E la risposta è investire nelle fonti rinnovabili e dare all’Italia una politica energetica compiuta“.

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