Non solo Brexit. L’Europa non riesce a uscire dal ginepraio polacco

Scenari
epa04921049 At the evening gala awards ceremony at the XXV Economic Forum in Krynica-Zdroj, southern Poland, 08 September 2015, Law and Justice leader Jaroslaw Kaczynski was awarded 'Man of the Year in 2014'. The programme of the three-day forum focuses on Europe's current economic, social and political problems. Some 3,000 participants from 60 countries are expected to attend.  EPA/GRZEGORZ MOMOT POLAND OUT

Varsavia continua a non dare risposta alle richieste di Bruxelles per il rispetto dei principi democratici. Ma l’Ue ha le mani legate dal fronte populista dei Paesi dell’Est

Il confronto sullo stato di diritto tra Polonia e Commissione europea rimane senza soluzione. È molto serrato, ma se ne parla in modo sporadico. In parte è comprensibile, dato che incombe il referendum sulla Brexit, con tutte le conseguenze che può innescare. Ma ciò non toglie che questa sia una delle crisi più gravi mai registrate tra l’Ue e un suo Paese membro.

Tutto è iniziato lo scorso gennaio, quando Bruxelles ha attivato per la prima volta la procedura di monitoraggio sul rispetto dello stato di diritto in uno dei Paesi membri dell’Ue, opzione introdotta nel 2014. A suggerire la mossa sono stati gli interventi effettuati sul Tribunale costituzionale da parte del governo polacco, un monocolore di Diritto e Giustizia (PiS), il partito a vocazione populista che ha dominato le elezioni parlamentari dell’ottobre 2015. Il Tribunale ha un ruolo centrale nell’assetto politico-giuridico della Polonia. Vaglia infatti le leggi adottate dal Parlamento, giudicandone la compatibilità con il dettato costituzionale. Il nuovo potere polacco, che lo considera sia un simbolo del consociativismo tra ex comunisti e liberali che a suo avviso ha inquinato la transizione, sia un ostacolo alle sue riforme, soprattutto quelle ad alto contenuto di spesa, vi ha imposto cinque nuove nomine a fronte delle due che spettavano effettivamente al nuovo Parlamento, innalzando inoltre quorum e maggioranza necessaria per emettere sentenze.

Per la Commissione europea queste misure sviliscono il Tribunale, rendendone farraginoso il funzionamento e mettendo di conseguenza a repentaglio il sistema di pesi e contrappesi che regola lo stato di diritto, e dunque lo svolgimento della vita democratica nelle istituzioni e nel paese. Lo stesso Tribunale ha adottato una sentenza con cui boccia quanto legiferato dalla maggioranza. Il governo si è rifiutato di pubblicarla – e ne sarebbe stato obbligato – sancendo una grave rottura.

epa05022410 Law and Justice (PiS) leader Jaroslaw Kaczynski (R) and candidate for new Prime Minister Beata Szydlo (L) during the inaugural sitting of the Sejm of VIII term in Warsaw, Poland, 12 November 2015.  EPA/JACEK TURCZYK POLAND OUT

Quanto alle richieste europee, Varsavia in questi mesi non le ha minimamente attuate e in questi mesi non ha fatto che ripetere che l’ampio consenso della maggioranza è la prova di un mandato chiaro e di una volontà di cambiamento assegnati dagli elettori. Lo ha spiegato il primo ministro Beata Szydlo, quando a gennaio si è recata all’Europarlamento a difendere le scelte polacche. Lo ha detto Jaroslaw Kaczynski, fondatore e capo indiscusso di Diritto e Giustizia. Lo hanno ripetuto un po’ tutti gli esponenti più in vista del governo e del partito che lo esprime.

“Kaczynski crede che, avendo ottenuto una così ampia maggioranza, sia legittimato a governare senza impedimenti, e che il mandato popolare non possa essere discusso”, ha scritto di recente il giornalista Henry Foy, corrispondente del Financial Times da Varsavia, in un saggio apparso su The American Interest. “Kaczynski è un ‘maggioritarista’. Per lui la democrazia è un atto che si svolge ogni quattro anni alle urne, e non un processo continuo, che informa ogni aspetto della gestione del Paese”.

Da gennaio, quando è scattata la procedura di monitoraggio, la Commissione e il governo polacco negoziano, discutono, si confrontano. Ma non è cambiato nulla. La prima continua a chiedere un passo indietro, il secondo non ne vuole sapere. È così che il primo giugno la Commissione, davanti all’impossibilità di trovare un accordo, ha inviato al governo polacco un’opinione, cui va data risposta con tempi “ragionevoli”. In teoria entro due settimane. Dunque, da qui a pochi giorni. Se la Commissione non dovesse ritenerla soddisfacente potrebbe deferire la questione al Consiglio europeo, che potrebbe giungere a sanzionare la Polonia fino a toglierle il diritto di voto, in seno allo stesso Consiglio, su alcuni temi.

Eppure “l’opzione nucleare”, come viene chiamata in gergo comunitario, sembra difficile da mettere in pratica. L’Ungheria di Viktor Orban, cui Kaczynski si ispira (“porteremo un po’ di Budapest a Varsavia” è stato uno dei motti della campagna elettorale), ha già detto che non voterà mai contro la Polonia. Ed è ben possibile che anche Slovacchia e Repubblica ceca, e forse i baltici, vi si oppongano. Sempre ammesso che si arrivi a questo scenario, che per prendere forma necessita eventualmente di tempi non certo stretti.

Varsavia dunque si sente da questo punto di vista abbastanza tranquilla e sa inoltre che la Commissione europea si trova come stretta in gabbia. Da un lato deve mostrare pubblicamente il ruolo di guardiana dei trattati europei, di cui il rispetto dello stato di diritto è ritenuto un pilastro. Dall’altro, assumendo un approccio troppo politico sulla faccenda polacca, rischia di andare oltre il suo mandato. Per di più Kaczynski sa che di questi tempi, con il referendum sulla Brexit che incombe, l’Europa non può permettersi il frontale con Varsavia. E infatti in questi mesi la Commissione, per questo e per i motivi di cui sopra, ha cercato fondamentalmente di arrivare a un compromesso decente.

Il leader polacco però tira la corda sfruttando le debolezze dell’avversario e punta a rimandare la soluzione della faccenda. Vorrebbe trascinarla fino a novembre, quando il capo dello stato Andrzej Duda, in quota Diritto e Giustizia, dovrà nominare il nuovo presidente del Tribunale costituzionale. Un’ottima occasione per spostare gli equilibri del Tribunale. Verso il governo, s’intende.

Messa così sembrerebbe che Kaczynski sia avvantaggiato. Ma per lui, dietro l’angolo, ci sono dei non trascurabili fattori di rischio. Uno, per esempio, è l’aumento della tensione sociale. Negli ultimi mesi ci sono state moltissime manifestazioni di piazza contro il governo, quasi tutte promosse dal Comitato per la difesa della democrazia (Kod), un gruppo espressione della società civile. Il governo e i suoi sostenitori le hanno liquidate come cose di poco conto, portate avanti da “traditori” della patria. E tali sono, secondo Diritto e Giustizia, anche i politici liberali che hanno retto il Paese nelle due ultime legislature.

Lo scontro tra le due famiglie politico-morali del paese, quella populista e quella liberale, appunto, sta toccando in ogni piano – istituzioni, piazza, stampa – livelli ormai preoccupanti. Ed è difficile conciliare due visioni del Paese e della democrazia così diverse tra loro.

E poi c’è l’economia. La Polonia continua a crescere, ed è destinata a viaggiare, quest’anno e il prossimo, a una media del 3,5%, forse qualcosa in più. Almeno secondo le stime. Ma la tensione interna e quella tra Varsavia e Bruxelles stanno allarmando un po’ gli investitori e portando le agenzie di rating a rivedere il proprio giudizio sulla Polonia. Standard & Poor’s ha declassato, Moody’s ha portato l’outlook a negativo e Fitch, che si pronuncia a breve, fa trapelare qualche preoccupazione. Situazione non proprio ottimale, per un governo che deve mantenere le tante promesse di spesa sociale – sono entrati in vigore assegni familiari generosi e si parla di taglio dell’età pensionabile – con cui ha costruito la vittoria elettorale e punta a mantenere ben oliato il consenso.

Per finire, gli equilibri nel Parlamento europeo. Quando la Commissione qualche anno fa criticò Orban per le misure prese su giustizia e media, dovette rinunciare all’attivazione di una procedura sullo stato di diritto, perché al Parlamento europeo il Partito popolare difese Orban, il cui partito, Fidesz, è membro. Diritto e Giustizia invece è affiliato al gruppo dei Conservatori e dei riformisti, in compagnia dei Tory britannici. È dunque molto meno facile ottenere sponde e protezioni, all’Europarlamento, a maggior ragione in caso di Brexit. E questo nell’economia della sfida sullo stato di diritto con Bruxelles potrebbe pesare. Anche Kaczynski, forse, ha bisogno di un compromesso.

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