Non nascondiamoci dietro Draghi, ora bisogna tagliare il debito

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Tra due anni lo scudo salva-spread dell’Eurotower non ci sarà più. Meglio pensarci per tempo usando la riforma Boschi per limare le spese delle regioni

Never rain in California. Vale anche per l’Europa, ma solo perché è aperto l’ombrello di Mario Draghi. Quando nel 2017 si concluderà il Quantitative Easing della Bce, noi italiani dovremo farci trovare preparati ed affrontare subito il nodo del debito pubblico. E’ arrivato a 2.191 miliardi, oltre il 132% del Pil, e senza crescita e inflazione ci espone più degli altri paesi ai futuri aumenti dei tassi di interesse. Unimpresa, sulla base di dati della Banca d’Italia e del ministero dell’Economia, ha calcolato che alla fine dell’anno vanno in scadenza 280 miliardi di titoli di stato, mentre nel triennio 2016-2018 scadono obbligazioni governative per complessivi 680 miliardi e nel periodo 2019-2047 per altri 1.125 miliardi: in circolazione, in tutto, ci sono titoli di Stato pari a 1.805 miliardi. Oggi è tutto sotto controllo ma tra due anni lo scudo salva-spread dell’Eurotower non ci sarà più. Meglio pensarci per tempo.

Occorre quindi intervenire subito sul debito pubblico, tagliandolo, con massicce dismissioni patrimoniali, come quelle annunciate dal Demanio, riducendo la spesa improduttiva, ma anche affrontando parte delle cause di esso. Una mossa importante sarebbe quella di contenere da subito le spese delle Regioni. In tre lustri siamo diventati un paese dove il federalismo si è compiuto, senza che ce ne accorgessimo. Alla massima potenza, nemmeno fossimo dei lander tedeschi. Basta scorrere l’elenco delle materie delegate alla legislazione decentrata dalla riforma del Titolo V del 2001 per averne conferma. Tre pagine di competenze, circa 500 miliardi di euro di debito pubblico in più dal 2002 ad oggi. Magari è una coincidenza, c’entrano anche la crisi finanziaria, la recessione, il boom della spesa, ma è un elemento da non dimenticare. Come non si può tacere che, nel momento in cui di nuovo si invoca proprio l’abolizione delle Regioni, la riforma costituzionale di Matteo Renzi contiene alcuni passaggi cruciali, se ben applicati.

Come notato da Italia Oggi, la nuova revisione del Titolo V della Costituzione presente nel ddl Boschi, in via di definitiva approvazione, prende infatti di mira i poteri (talvolta super) degli enti locali. Nella versione ancora in vigore, la Carta suprema prevede una «concorrenza» legislativa delle Regioni su un elevato numero di materie. Ciò ha prodotto un’infinità di contenziosi con lo Stato centrale, sfociati in centinaia di ricorsi alla Corte costituzionale, promossi da Regioni e governo, per stabilire ogni volta il perimetro legislativo dei due contendenti. Mentre il tempo passava e la spesa montava. Basti pensare ad un esempio recente come lo scontro Stato-Regioni sulle autorizzazioni per le trivelle in cerca di petrolio e gas lungo le coste. Gli esiti di questo braccio di ferro tra dieci governatori e Roma, è ancora da decifrare, ma certo le multinazionali che vorrebbero investire in Italia non stanno applaudendo. Quando e se la riforma costituzionale sarà in vigore, scontri di questo tipo non saranno più possibili. Un male? Un bene? Dipende ovviamente dal contesto e dalla tipologia della materia in questione, che può essere la salute pubblica, il servizio sanitario o la tutela dell’ambiente.

Intanto però le potestà legislative sono state interamente riscritte nel nuovo articolo 117, che le definisce in modo minuzioso, conferendo quasi tutte le competenze allo Stato centrale, e lasciando alle Regioni poche briciole di potere legislativo. Leggerle di seguito per credere: rappresentanza delle minoranze linguistiche, pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, dotazione infrastrutturale, programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali. Insomma, una potatura delle autonomie che dovrebbe incidere anche sulla capacità di spesa (e di indebitamento, che si riverbera poi sul debito complessivo) delle amministrazioni locali. E soprattutto davvero poca cosa se paragonate alle due paginate di testo che elencano le materie su cui lo Stato tornerà invece ad avere una potestà legislativo esclusiva, e non più concorrente. Oltre ai poteri legislativi su politica estera, immigrazione, difesa, moneta, sistema fiscale, ordine pubblico, giustizia, ordinamento scolastico, previdenza sociale, politiche attive del lavoro, ordinamenti professionali e dogane, il potere nazionale legifererà di nuovo su infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale; disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo. L’elenco è magari pedante, ma dieci righe spiegano più di cento commenti. Siamo di fronte ad una vera Controriforma.

E’ lecito aspettarsi che su questo aspetto, che fa tornare indietro di 15 anni le lancette del bilanciamento dei poteri, ci sarà ancora da discutere tra chi vorrebbe addirittura andare oltre la Boschi e portare da 20 a 12 le regioni, e chi queste super entità vorrebbe mantenerle a vita. Ma è auspicabile che una revisione del genere – se confermata dal referendum del prossimo autunno – dia il suo contributo per evitare che nei prossimi dieci anni il debito pubblico aumenti di nuovo di altri 500 miliardi di euro, bilanciando meglio i poteri, perché alla fine a caricarsi il debito pubblico saremo sempre noi italiani, a prescindere dal dialetto e dal campanile. E senza l’ombrello di Draghi a proteggerci.

 

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