Non è la fine di Mihajlović, è la fine di Berlusconi

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Silvio Berlusconi, Barbara Berlusconi, Adriano Galliani e Sinisa Mihajlovic in occasione della presentazione alla stampa del mister a Casa Milan, in una immagine del 03 luglio 2015.
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Il presidente rossonero e il suo “ghe pensi mi” ormai non possono garantire più una squadra vincente. Forse è giunto il momento di cedere la società

C’era una volta il Milan di Berlusconi, una squadra vincente, solida. Questa grande storia è durata per 25 anni, e poi è andata via via sparendo. L’imprenditore milanese decise di acquisire la sua squadra del cuore nel 1986, gli ultimi anni erano stati molto difficili e dopo lo scudetto della stella, nella stagione 1978/79, la squadra aveva avuto alti, molto pochi, e bassi.

In questo contesto iniziò l’era rossonera di Berlusconi. Nella prima stagione, 1986/87, decise di mantenere sulla panchina Nils Liedholm che guidava la squadra già da due stagioni, ma non essendo una sua scelta a sei giornate dal termine del campionato lo esonerò per promuovere il tecnico della primavera, Fabio Capello, un nome che alcuni anni dopo avrebbe vinto tutto sulla stessa panchina.

Si può dire che l’inizio vero e proprio dell’era Berlusconi sia nel 1987, quando scelse Arrigo Sacchi, allenatore che aveva portato il Parma dalla C1 alla B e che aveva eliminato il Milan dalla Coppa Italia nella stagione precedente. Le critiche per la scelta del presidente rossonero furono molte, da quelle dei giornalisti a quelle dei giocatori, ma fu una delle decisioni più azzeccate nella storia del club rossonero. Insieme ad un allenatore innovativo, al Milan arrivarono campioni del calibro di Marco Van Basten e Ruud Gullit, seguiti l’anno successivo dal terzo olandese Franklin Rijkaard. Da allora il Milan iniziò a vincere, in Italia e in Europa, e diventò la squadra faro degli anni ’90 e 2000.

Una caratteristica ha sempre contraddistinto il Milan di Berlusconi: la continuità tecnica. Pochi cambi di panchina e allenatori che riuscivano a lavorare serenamente e a costruire un progetto vincente, naturalmente con alcune eccezioni.

Dal 1987 al 2013 la panchina è passata di mano solo quattro volte: Nils Liedholm, Óscar Tabárez, Alberto Zaccheroni e Fatih Terim. Nei trent’anni di presidenza solo 14 allenatori (Brocchi compreso) hanno guidato la squadra. Il numero è aumentato drasticamente nelle ultime 3 stagioni, con ben 5 allenatori a susseguirsi su quella che sembra essere diventata una delle panchine più calde della Serie A.

Questi continui cambi sommati ai risultati mediocri, per essere clementi, denotano una società allo sbando, che ha perso completamente la Trebisonda. Il cambio d’allenatore in alcuni casi può essere salutare, vedi Spalletti alla Roma o Donadoni al Bologna, ma molto più spesso è un tappeto sotto il quale nascondere gli errori della dirigenza nella costruzione della squadra, oppure nella scelta della guida tecnica.

L’era berlusconiana forse si è conclusa nel 2007, anno della conquista della settima Champions League. Poi ci sono state alcune grandi stagioni, come il 2010/11 quando la squadra guidata da Massimiliano Allegri ha conquistato il suo ultimo Scudetto, ma è stata una parentesi, esaltante per i tifosi, ma che non cambia il giudizio sull’operato della dirigenza in questi ultimi anni.

Sia ben chiaro: Siniša Mihajlović ha le sue colpe, ma anche analizzando le precedenti stagioni crediamo che la società abbia le responsabilità maggiori. E in questo Silvio Berlusconi forse è il colpevole principale per diversi motivi: il primo è quello di credere che una squadra mediocre, perché la rosa del Milan di questa stagione non è assolutamente di prima fascia, possa essere in grado di lottare per obiettivi importanti. La seconda colpa è quella di non aver capito il cambio di regime del calcio mondiale per tempo. Nelle ultime stagioni la dirigenza rossonera ha sempre cercato il nome ad effetto (rapportato alle finanze rossonere), non costruendo un progetto credibile. Le disponibilità economiche dei top club europei sono enormi e come giustamente dice il presidente rossonero non sono alla portata del Milan.

Capirlo in tempo avrebbe consentito di costruire un progetto, e magari oggi la squadra sarebbe stata in grado di lottare per altri obiettivi. Ma Berlusconi ha continuato nella sua recita, ha continuato a fare proclami nonostante la mediocrità della rosa, ha continuato a vendere fumo senza che ci fosse l’arrosto, ha continuato ad usare il Milan per la sua propaganda politica (vi ricordate: “L’Italia sarà vincente come il mio Milan”), non riuscendo nemmeno in questo.

L’esonero di Mihajlović è l’ennesimo episodio che dimostra che l’era dei trionfi rossoneri sotto la presidenza di Berlusconi è definitivamente tramontata. Gli unici a non comprenderlo sono Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. E’ impensabile esonerare un allenatore dopo che la squadra ha giocato la miglior partita della stagione, contro la capolista, che non perde in campionato da 22 partite, e a poco più di un mese dalla finale di Coppa Italia. Per l’ex Cavaliere, è forse arrivato il momento di cedere lo scettro, se veramente tiene alla squadra, perché vedere questo teatrino è diventato veramente insopportabile, non solo per i tifosi, ma per tutti quelli che si sono innamorati del calcio vedendo le imprese rossonere.

E’ l’ennesima dimostrazione del protagonismo, dell’ossessione dell’ex premier di risolvere i problemi in prima persona, problemi che spesso ha creato lui, e che molto più spesso non ha contribuito a risolvere. E’ l’ossessione del ghe pensi mi che ha contraddistinto la sua carriera politica, imprenditoriale e sportiva. E mentre, almeno sportivamente, nel passato questo suo protagonismo aveva funzionato, anche grazie agli ingenti investimenti, oggi questo protagonismo non funziona più.

Il Berlusconi di vent’anni fa non avrebbe mai portato il Milan a questi livelli, si sarebbe accorto prima degli altri dei cambiamenti del calcio mondiale, e magari li avrebbe anche anticipati. Ma il tempo passa per tutti e oggi, se non vuole che il ricordo della sua presidenza sia legato solo a queste ultime stagioni, deve mettere la parola fine all’era berlusconiana del Milan. Per la squadra, ma anche per lui.

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