“Non condivido il progetto di Alfano”: Schifani si dimette da capogruppo dei centristi

Politica
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Non è stato onorato il patto politico”, ha scritto Schifani in una lunga lettera inviata ai senatori di Ap

Non condivido il progetto centrista di Alfano. Non mi sento attaccato alla poltrona o a posti di prestigio e lascio il mio ruolo da capogruppo perché non sono in linea con un’operazione che mi appare più da Palazzo che da territorio e non manifesta il nostro posizionamento e identità di centrodestra”. Con queste parole Renato Schifani si è dimesso da capogruppo di Ap in Senato e ha spiegato i motivi della sua decisione – già annunciata ad Alfano – in una lunga lettera inviata ai colleghi di Palazzo Madama.

Si tratta del quarto capogruppo Ncd tra Camera e Senato a lasciare. Prima di lui Maurizio Sacconi, sempre in Senato, rimasto comunque nel gruppo parlamentare anche se con una certa autonomia. Alla Camera avevano si erano già dimessi Enrico Costa e Nunzia De Girolamo. A sostituire Schifani dovrebbe essere il vicepresidente vicario del gruppo Luigi Marino.

Il motivo, spiega Schifani, è che la “casa” dell’Ncd costruita nel 2013 dopo la scissione di Forza Italia “non è stato onorato. La casa non esiste più perché è venuto meno il pilastro. Ecco perché oggi lascio qualcosa che non c’è più“, ha scritto ancora il senatore siciliano che, ha detto in conferenza stampa, per ora rimarrà nel partito, “poi valuterò”, ma “fin quando resterò in Ncd voterò in conformità con il gruppo”. 

Eravamo stati costretti con dolore a lasciare Silvio Berlusconi – ha spiegato Schifani – in quanto vedevamo, in quel momento, attorno a lui il prevalere di posizioni ed atteggiamenti che tendevano ad un estremismo del tutto estraneo alla storia del nostro partito”. Ma poi, sostiene l’ex presidente del Senato, Ncd non ha saputo portare avanti l’idea da cui era partito, cioè rafforzare il centrodestra e “l’oggetto sociale del ‘nuovo centro destra’ – ha aggiunto – è stato via via nel tempo disatteso”, in particolare “quando abbiamo deciso di sostenere il governo Renzi, senza però un minimo accordo preventivo di programma, che contenesse i punti e gli obiettivi figli della nostra identità”.

Un mancato accordo che ha portato poi il partito a una divisione interna “tra un’ala filogovernativa (costituita da quasi tutti i nostri esponenti di governo, ma anche da altri colleghi) ed un’altra più politico-parlamentare, che si interroga sugli sviluppi del nostro progetto e sulla avvenuta distonia tra la nostra identità fondativa ed il presente”.

“L’idea di Alfano di creare, ad un anno e mezzo dalle elezioni, (se non ancor prima) una nuova forza politica che rappresenti un quarto polo politico nel paese non ha più spazio sia temporale che politico. Anche la proposta progettuale non è chiara, come del resto non lo è la futura collocazione politica di riferimento, che sarebbe dovuta essere naturalmente di centrodestra nel rispetto della nostra matrice elettorale. Si configura, invece, per lo più come un mero tentativo di tenere in vita un gruppo parlamentare sotto l’egida di un futuro ambiguo, di una formazione politica tutta da costruire su iniziative ed idee che non provengono dal territorio, ma da stanze di palazzo. Il tutto, ovviamente, accompagnato dalla previsione di un ‘tagliando al governo’ che, nella ambiguità della sua formulazione, nasconde la decisione di rinviare sempre di più una scelta di coerenza”, ovvero “considerare a tempo ed eccezionale la nostra alleanza col Pd per salvare il paese dal tracollo economico”.

 

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