Noi di L’Aquila che ci ricordiamo…

Terremoto
image

Il grande racconto di chi ha vissuto la tragedia del terremoto

Eccolo che si scalda, si scalda come se aspettasse questo sfogo da anni, anni in cui il terremoto è stato per noi inferno e poi vita che ricomincia, nonostante tutto. La gente parla a vanvera – alza la voce, papà, per sovrastare le nostre – ma dimmi te, quando succedono ste cose so’ tutti scienziati. Non è neanche un tuffo nella memoria il suo, ma il ritorno a qualcosa che brucia, ancora, tanto, anche se in modo latente fino a qualche giorno fa.

Alzo lo sguardo, oltre le sue mani che gesticolano. Ci sono ulivi dappertutto, i busti nodosi che muoiono dentro al terriccio rosso. Qui a Ostuni, al confine con Martina Franca, c’è una piccola comunità di aquilani. Nel 2009 una coppia di amici ha comprato un trullo – si sta sereni in Puglia, niente rischi sismici – e i miei, poco dopo, li hanno seguiti. Trascorrono le vacanze in una casa di pietre a secco, piena di amici, dove il silenzio non esiste e si mangia sempre troppo. L’odore di ortica e rosmarino è ravvivato dal vento che arriccia la tovaglia. Siamo una tavolata di dieci persone, l’accento greve degli aquilani, doppie dove non servono e quel modo strano (familiare) di storpiare le t.

Eravamo gli stessi un anno fa, ma allora si parlava della ricostruzione, i lavori in centro che stanno per partire, progetti depositati e attese che sembravano non finire mai. I toni erano quelli di oggi, chiassosi, frasi che suonano come sentenze.

A noi aquilani piace la voce piena, tirare fuori qualche storiella che tutti conoscono e che tutti ascoltano come fosse la prima volta. La sai quella di…?, è un tormentone senza fine per noi. I toni, un anno fa, erano gli stessi di oggi ma i discorsi no. C’erano meno sospiri, da quel che ricordo, e meno silenzi. Iniziamo a guardare il Tg da stamattina.

All’inizio quelle immagini erano insopportabili per ognuno di noi. Un padre in attesa davanti al cumulo di macerie che ha inghiottito la figlia, ma non dovrebbero vietarlo? Chissà, comunque noi abbiamo cambiato canale. O forse ce lo diciamo perché avremmo voluto farlo, come se spegnere quell’immagine potesse significare azzerarla, cambiare il dorso della storia.

Il marito di Rosa è tornato in città, come tutti i consiglieri comunali – la Protezione civile di L’Aquila è stata una delle prime a raggiungere i paesi distrutti – chiama la moglie, mentre siamo a pranzo, e la aggiorna sugli interventi, vuole sapere cosa ha mangiato di buono. A tavola sono tutti medici per lo più, come i miei genitori. Il direttore generale dell’ospedale, mi dice Rosa, si è sentito col sindaco per allertare dottori e infermieri ma non ce n’era bisogno, dopo la prima scossa eravamo già tutti lì, per dare una mano. Annuisco io, e lo fanno gli altri.

L’ex direttore amministrativo della Asl mi spiega che gli aquilani sono fra i primi donatori di sangue. E no! Proprio non le sopportiamo le critiche senza senso, su questo siamo d’accordo. I nostri angeli al posto delle ali hanno completi antifiamma, al posto dei riccioli un casco in testa, e strisce fluorescenti sulle braccia. Vigili del fuoco e Protezione civile erano lì, fin dalle prime ore, e lì sono rimasti nei mesi dopo. Sono tutti scienziati adesso, hai ragione tu, papà.

Cediamo così alla tentazione di saperne più degli altri. Noi aquilani da una parte e voi dall’altra. Come era un tempo con le barricate, noi fuori dalla zona rossa e i Vigili dentro, a smistare il traffico di chi tornava in casa per guardare il disastro. Noi e gli altri, ancora oggi dopo sette anni. Noi con loro, le vittime di questo terremoto. Tutti quelli che non possono sapere sulla sponda opposta. In mezzo, un fiume di ricordi. La sciocca sensazione che se non lo vivi non sai. Chissà se mi infastidivano anche all’epoca certe frasi postate su Facebook, provo a sforzarmi ma non ricordo. Ero presa da altre cose, mi dico. Chi tira in mezzo gli immigrati, chi se la prende con lo Stato, chi va in tivù a dire che il terremoto era prevedibile.

Eccolo che strilla, strilla mentre la faccia si gonfia e si accende di rosso, stringe la sedia con le mani papà, come se la forza d’urto del terremoto lo cogliesse in fallo per la seconda volta, nel bel mezzo di un pranzo con gli amici di sempre, lontano da casa in una regione che non è sua, ma che a differenza della sua non rischia di essere travolta da uno scossone. Prevedibile cosa?, grida.

Già, perché a differenza di altri noi non ce lo possiamo permettere di credere a queste storie. Se tutto fosse stato prevedibile, la morte ci apparirebbe ancora più crudele e la vita più ingiusta. Allora scegliamo di dar credito agli esperti e punto. Nessuna dietrologia da tinello.

Siamo ancora noi contro gli altri? Forse. Ma con tutti gli altri attorno, quelli che ci hanno mandato coperte, vestiti, spazzolini, shampoo secco, assorbenti, cibo e bevande. Quelli che regalavano libri, che venivano a leggerli nelle tendopoli, che donavano un euro a testa, che chiamavano da fuori per dirci di resistere. Noi insieme alle vittime di questo terremoto, che crescono di giorno in giorno. Arriveranno a 309, anche loro? Una gara macabra, senza competizione alcuna. Speriamo di no. Annuisco io, lo fanno gli altri. Nel silenzio, penso che devo chiamare le nonne, chiedere se sono riuscite a dormire stanotte, se la paura è un po’ meno.

Scrive una mia amica su Facebook: la cosa che ho riguadagnato in questi ultimi anni è la mia individualità, dopo tanto tempo in cui ho subìto quella condizione umana obbligatoria di terremotata. E allora basta con questa immedesimazione fuori tempo massimo. Che si cambi aria a L’Aquila, nessuna lezione da reduci veterani.

Per fortuna, qui a tavola non ci sono sguardi seri di chi la sa lunga. C’è solo la voglia di guardare al bello delle cose, anche nella tragedia, a costo di scavare tanto e rendersi un po’ ridicoli, ricordarsi di quel Vigile così gentile, e non dell’amore distrutto ma di quello trovato senza che te lo aspetti.

Qui a tavola si parla di Perdonanza – il sindaco ha cancellato l’evento in segno di lutto – e del Festival del Jazz che sarà spostato a Roma. Tiziana è proprietaria di un albergo in centro, insieme al marito, Roberto. Ci abbiamo messo anni a risalire la china, mi dice, così diamo l’idea che L’Aquila non sia sicura, o no? È tenera mentre cerca conferma col suo sguardo dritto, non so perché ma devo trattenere le lacrime. Le camuffo dietro uno sbadiglio. Se non che, all’improvviso, sbuca una risata che somiglia a uno scoppio. Il solito tormentone: la sai quella di…?

Povera gente, fa mia madre, e non si sforza neanche di fingere che stiamo pensando ad altro adesso, che siamo perfettamente in grado di dirci sciocchezze. Povera gente, ripete zia Cri. Forse, adesso, lo sguardo serio di chi la sa lunga un po’ ce lo abbiamo. Lo ripetiamo un paio di volte, povera gente, povera gente, e nel silenzio passiamo al dolce.

Vedi anche

Altri articoli