No Man’s Sky, il videogioco che flirta con l’infinito

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Pochi giorni fa l’annuncio: No Man’s Sky uscirà a Giungo del 2016 per Playstation 4 e PC. Scopriamo quali sono i motivi che lo hanno reso il fenomeno più atteso da tutto il mondo dei videogiochi (e non solo) da molti anni a questa parte.

I Limiti dell’Universo Conosciuto

Sono passati ormai un paio d’anni da quando l’idea paventata da un manipolo di folli programmatori britannici, guidati da Sean Murray, ha cominciato ad aleggiare in rete, riempendo di aspettative milioni di appassionati in tutto il mondo; Il videogioco intorno al quale si è sviluppata quest’attesa febbrile, corroborata da brandelli di anticipazioni che periodicamente il team della Hello Games (casa di produzione dei sopracitati programmatori) ha rilasciato in rete, si chiama No Man’s Sky.
Il tipo di brivido che percorre la schiena del videogiocatore di fronte a No Man’s Sky è lo stesso che chiunque potrebbe avvertire immaginando di proiettarsi dentro ad un filmato di questo tipo: la ricostruzione dell’American Museum of Natural History che ci mostra i limiti dell’universo conosciuto.

Sono lontani i tempi in cui i videogiochi si sviluppavano attraverso una successione finita di mondi bidimensionali. Oggi ci troviamo di fronte all’esplorazione di universi molto complessi e strutturati; addirittura, nel caso di No Man’s Sky, l’esperienza di gioco si avvicina moltissimo alla possibilità di muoversi in uno spazio infinito. Assecondando i più arditi desideri umani di conoscenza del cosmo, l’avventura in questione ci consente di vestire i panni di un viaggiatore dei cieli, intento a navigare a bordo della propria astronave nella più totale libertà di movimento. Nel mondo di No Man’s Sky ci sono davvero “moltissimi” pianeti da esplorare; ecco, con moltissimi intendiamo, per essere precisi, 18.446.744.073.709.551.616: approssimativamente 18.4 miliardi di miliardi di pianeti oppure 18 quintilioni… ma qualunque sia la corretta dicitura di tale, mostruosa, cifra, quello che sappiamo è che questo insieme di numeri si approssima decisamente al concetto di tendente all’infinito. Considerando tra l’altro che le grandezze dei pianeti, in scala, variano sul modello di quelli realmente esistenti, ecco che già l’esplorazione di un singolo corpo celeste costituisce di per se un esperienza totalizzante.
La magia che sottostà a questa possibilità di creazione sconfinata si chiama programmazione procedurale, e non è la prima volta che questa tecnica viene usata nel mondo dei videogiochi. Volendo improvvisare una spiegazione for dummies, si tratta di demandare all’intelligenza artificiale del computer il compito di creare, all’istante, secondo determinati parametri, in base cioè a specifici algoritmi, tutte le ambientazioni che via via incontreremo procedendo nel gioco. Queste non rimarranno nella memoria del computer, ma i calcoli che serviranno a riprodurre tali ambientazioni verranno ripetuti ogni qualvolta queste si ripresenteranno nel gioco: in parole povere, invece di programmare il gioco, i cervelloni della Hello Games programmano il modo in cui il computer dovrà istantaneamente, volta per volta, programmare il gioco…
Ma questa spiegazione potrebbe togliere poesia a quella che invece si configura come un’esperienza dall’elevata potenzialità estetica. Il tratto peculiare di No Man’s Sky infatti è il suo configurarsi come un open world game, in cui non è dato uno scopo principale, una missione specifica da portare a termine; e anche la semplice esplorazione, per soddisfare le proprie necessità di contemplazione del creato, potrebbe essere un buon modo per approcciare il tutto. Ogni pianeta visibile sarà diverso in relazione alla sua posizione nello spazio: quelli più vicini alla loro stella avranno ovviamente temperature più elevate; flora e fauna verranno influenzate da questa caratteristica fondamentale e perfino l’atmosfera avrà una composizione tale da essere più o meno velenosa, più o meno adatta ad eventuali forme di vita.
In questo senso alcuni corpi celesti saranno totalmente disabitati, altri ricchi di vita, altri ancora popolati da bizzarri scherzi della natura; ed anche qui: ci troveremo di fronte un campionario pressoché illimitato di esseri viventi, vegetazione, ambientazioni e paesaggi..

Il monolite

Dicevamo prima della mancanza di uno scopo principale del gioco. Riprendendo le parole di Alex Wiltshire di Hello Games, che recentemente ha svelato 41 dettagli fondamentali di No Men’s Sky “Gli sviluppatori non vogliono raccontare una storia, vogliono che siano i giocatori a raccontarne una. No Man’s Sky parla del nostro viaggio.” Potete farlo diventare uno sparatutto prendendo parte alle numerose battaglie in corso nello spazio; oppure focalizzarvi sul potenziamento della vostra astronave, magari concentrandovi sull’accumulare risorse e partecipando attivamente agli scambi economici dell’universo (la cui valuta di scambio pare si chiami Unità); o magari concentrarvi sulla modalità di gioco online, nel disperato tentativo di incontrare qualche giocatore nell’universo (sfida lungimirante considerate le distanze in ballo…): la decisione di come interpretare l’avventura sta a voi; anche se in realtà un obiettivo principale, da quanto abbiamo appreso, pare esista davvero. Seppure in modo vago e poco definito da sfociare in un intento quasi allegorico, e sicuramente non così decisivo da determinare la fine del gioco (come detto, praticamente infinito), raggiungere il centro del cosmo potrebbe costituire un turning point fondamentale di questa esperienza.

Dicono di aver calcolato, alla Hello Games, che al ritmo di esplorazione (impossibile) di un pianeta al secondo ci vorrebbero qualcosa come 585 miliardi di anni per avere una panoramica esaustiva di No Man’s Sky; date queste grandezze è altamente probabile che ciascun giocatore si troverà a visitare per primo un pianeta oppure a scoprire una nuova forma di vita, un artefatto dalle origini sconosciute o la carcassa di qualche astronave abbandonata chissà quando e perché.  Ed è a questo punto che entra in campo un elemento fondamentale: L’Atlas; il simbolo di No Man’s Sky, un database intergalattico, sotto forma di enorme e misterioso diamante traslucido, all’interno del quale pulsa un agglomerato granulare di colore rosso, che si contrae come una massa di elettricità a mo’ di cuore pulsante. L’Atlas accumulerà piano piano tutte le scoperte che i giocatori faranno inoltrandosi nel cosmo, dando loro anche la possibilità di battezzare i pianeti, le forme di vita, i reperti rinvenuti per la prima volta, in modo da comunicarli a tutto il mondo connesso al gioco: una sorta di autocoscienza generale e costantemente in aggiornamento, che, a detta di Sean Murray, pare essere anche una chiave per capire cosa dobbiamo aspettarci di incontrare al centro dell’universo. Giocoforza, il rimando che viene spontaneo è con il famoso monolite di 2001: Odissea nello Spazio; una sorta di forma ultraterrena, il punto più alto dell’evoluzione dell’autocoscienza interstellare, e, come tale, la fine e l’inizio di ogni cosa: Il senso ultimo del cosmo.

No Man’s Sky uscirà a Giugno del 2016 e sarà davvero una grande sfida per quelli della Hello Games; il solo fatto di puntare così in alto, con tali, enormi, pretese, testimonia la volontà di  creare qualcosa di più di un semplice gioco: e questo ci fa sposare completamente la loro causa.

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