Niente tasse per gli universitari con buoni voti e molti esami

Università
Un momento della cerimonia di apertura della prima riunione mondiale dei laureati dell''ateneo Bolognese nell'aula Magna di Santa Lucia, Bologna, 19 Giugno 2015. ANSA/ GIORGIO BENVENUTI

Crolla il numero degli iscritti e quello dei laureati è tra i più bassi in Europa

Zero tasse universitarie sui redditi bassi, se si ha profitto negli studi. Questo il piano del governo sull’Università.

Per ora si tratta solo di un’ipotesi da verificare, ma il piano potrebbe entrare nella legge di Stabilità per il 2017. L’esenzione sarebbe legata al reddito Isee. Gli uffici tecnici stanno ancora verificando la soglia sotto cui far scattare lo sconto fiscale: si ragiona di una forbice tra i 13mila e i 15mila euro di reddito Isee, l’indicatore che misura la ricchezza del nucleo familiare dello studente. Insomma, un valore molto basso, tenendo conto che si tratta non solo del reddito da lavoro, ma anche del valore di case o altri investimenti immobiliari.

Ancora da definire la quantità di risorse che si vogliono destinare a questa operazione. Impensabile, infatti, che gli atenei possano rinunciare alle rette degli studenti. Lo Stato dovrà farsi carico delle tasse esentate, attraverso trasferimenti.

Il bonus fiscale in ogni caso dal secondo anno in poi sarà legato al profitto. Lo studente dovrà aver superato un certo numero di esami o ottenuto un a certa media di crediti formativi. Per le matricole le tasse sarebbero sospese fino a fine anno, in modo da verificare l’andamento negli studi.

Il piano del governo dovrebbe rivolgersi a tutti gli atenei italiani, anche se tra le 100 amministrazioni sparse sul territorio esistono regole e costi molto diversi tra loro. Oltre la detraibilità i tecnici dell’Economia stanno pensando anche alla possibilità di concedere una detrazione parziale della retta pagata a chi sta sopra la soglia dei 15mila euro annui.

In questo caso si tratterebbe di un aiuto al ceto medio, su cui oggi grava un pesante fardello fiscale. Obiettivo delle misure sarebbe frenare la verticale caduta degli iscritti che gli atenei italiani stanno registrando da 10 anni a questa parte.

Nel 2004 si iscrivevano all’Università 3 diplomati su 4, oggi siamo arrivati a due su 4. La tendenza ha avuto una lieve inversione di tendenza nell’ultimo anno accademico, ma non c’è alcune segnale che si risalga la china. Il crollo delle iscrizioni non dipende soltanto dalle tasse, naturalmente. C’è anche la sensazione che la laurea non sia utile alla carriera futura. In particolare, si crede che studiare non basti a trovare lavoro in Italia. A dimostrarlo ci sono i numeri che «raccontano» la fuga dei cervelli dal nostro Paese. Anche se la laurea resta ancora un valido strumento per riuscire a ottenere uno stipendio un po’ più alto dei diplomati.

Insieme al crollo degli iscritti gli ultimi 10 anni hanno registrato anche l’esplosione delle tasse universitarie, con un aumento del 50% in media, mentre in 8 atenei c’è stato un raddoppio.

Secondo dati riportati dal Sole24Ore a Lecce la retta di iscrizione è addirittura triplicata. Le due sole eccezioni sono state Firenze e Urbino, che addirittura sono riuscite a limarle un po’. Nel 2004 la tassazione media era di 736,91 euro annui (dati dell’Udu, unione degli universitari), mentre l’anno scorso è stata di 1.112,35 euro.

Nel 2014 c’è stato un aumento medio del 5%, con alcuni «picchi» come quello de La Sapienza a Roma, dove il rincaro è stato del 34%. I costi medi per studente si aggirano attorno a mille euro, con punte di duemila (a Venezia). Una tassa che si fa sentire parecchio sui bilanci familiari.

A Roma si pagava un anno fa 1.124 euro (l’anno prima 842), a Lecce 934 euro a Venezia 2.000. Nello stesso anno le immatricolazioni sono scese di 71mila unità. Nonostante il fatto che alcuni atenei hanno deciso, al contrario degli altri, di tagliare le rette in modo consistente: lo hanno fatto Benevento (-32%), Reggio Calabria (-25%) e Viterbo (-13%). Il dato sul crollo degli iscritti mette l’Italia agli ultimi posti in quanto a formazione della popolazione, con meno di un laureato su quattro (23,9%) nella fascia d’età 30-34enni, mentre l’Ue chiede di arrivare al 40%. Un cammino davvero lungo. La corsa agli aumenti è stata favorita dalla decisione del governo Monti che ha liberalizzato le tasse studentesche, lasciando gli atenei liberi di usare liberamente la leva delle tasse (prima c’era un «tetto» alle rette, che non potevano superare il 20% dei trasferimenti statali destinati all’ateneo).

Così tutte le Università hanno provato a «rifarsi» dei tagli subiti negli anni da parte di tutti i governi, sia di centrodestra che di centrosinistra. Purtroppo con questi aumenti l’Italia è rimasta al terzo posto in Europa come entità delle rette sborsate dalle famiglie. Altro che Università gratuita, come sostiene qualcuno. L’intervento a cui sta pensando il governo dovrebbe invertire la media, anche se il cammino per tornare ai livelli dei primi anni 2000 è ancora molto lungo.

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