Niente “guerra atomica”, venerdì la sinistra non affonderà il colpo

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Renzi ragiona sulla possibilità di mettere mano alla segreteria con un vicesegretario unico

 

“Non è che faremo la guerra atomica, no…”, sorride Roberto Speranza. Perché il problema è politico, non organizzativo: è questo il mantra della sinistra pd dopo un voto caratterizzato dalla brutta performance del partito e in vista della Direzione di venerdì pomeriggio. E’ una formula classica che prelude ad una discussione politica ad ampio raggio ma senza attacchi frontali al gruppo dirigente o al segretario-premier, tanto che nemmeno la questione del doppio incarico – da sempre criticato dalla sinistra – sembra essere al centro della loro iniziativa. Speranza nega che il punto sia organizzativo. Per capirci, quello di una segreteria unitaria: “Io mi sono dimesso da capogruppo, figurati se il mio problema è chi entra in segreteria…”.

Eppure la voce è circolata. Siccome Renzi ha in mente, almeno a quanto si dice, di mettere mano all’organismo dirigente del partito, ecco che l’idea di una segreteria più politica comprendente anche esponenti della minoranza – nel nome di una condivisione del difficile momento – non sarebbe peregrina.

Ma anche Nico Stumpo fa spallucce: “Prima viene la correzione della linea politica, poi i problemi organizzativi”. Ed è chiaro (se ne discuterà giovedì al Nazareno nella riunione della componente di Speranza e Bersani, senza i cuperliani che si incontreranno sabato a Bologna) che sulla linea la sinistra non farà sconti: “Il messaggio degli italiani è arrivato e non si può far finta di nulla – dice Speranza – qui bisogna ricostruire un Pd di centrosinistra, ancorato ai valori e ai programmi del centrosinistra: e invece abbiamo dato l’idea di essere un’altra cosa”. Ma parole come “scissione” sono fuori da questo orizzonte: “Io voglio fra vincere un Pd di centrosinistra – ripete l’ex capogruppo – delle poltrone mi interessa poco, non è che se un ministro va a fare il vicesegretario questo di per sé cambia le cose…”.

In queste ore Gianni Cuperlo è apparso ancora più attento a non inasprire gli animi: “Non conviene a nessuno far cadere Renzi, altrimenti tornano quelli di prima…”, ha confidato.

L’allusione è a quanto riportato dal Corriere della Sera, che stamane scriveva che Maurizio Martina, attuale ministro dell’agricoltura, potrebbe andare a fare il vicesegretario unico. In effetti, Renzi stima molto il ministro, ex bersaniano e quindi ottimo “pontiere” fra maggioranza e minoranza. Il problema è che al premier non piacerebbe molto toccare una casella nel governo. In ogni caso, il premier-segretario non sembra scartare l’idea, un tempo rigettata, di un vicesegretario unico con uno status forte che si dedichi a tempo pieno ai numerosissimi problemi del partito.

Renzi – ma non è affatto detto che ciò avvenga venerdì, anzi – potrebbe sfoltire la segreteria rendendola un organismo più in grado di assumere scelte politiche e non solo organizzative. Sempre il Corriere faceva i nomi di Errani, Zingaretti e Enrico Rossi (più probabile il primo) ma non sembrano i soli in pista.

C’è attesa inoltre per la posizione che sarà espressa dai Giovani turchi, corrente della maggioranza ma con una sua autonomia, in particolare da Andrea Orlando, la cui voce, molto influente, potrebbe avere un peso particolare già venerdì o nei giorni successivi; e dalla componente che fa riferimento a Dario Franceschini, sempre pronto ad un ruolo di mediazione politica.

Tornando alla sinistra, dunque, i toni sembrano meno bellicosi che in passato. “Sono persone serie, si rendono conto anche loro della situazione difficile che stiamo vivendo: e non gli farebbe certo comodo che il Pd passasse al 10 per cento…”, spiega un esponente vicino a Renzi. Il che peraltro non significa – come dice Stumpo – ignorare che “gli italiani non hanno gradito questi mesi anni di governo, è inutile negarlo, e che dunque bisogna cambiare l’asse”.

Anche l’intervista di Bersani, anch’essa al Corriere, è stata letta come un insieme di critiche non distruttive e dunque hanno fatto tirare un sospiro di sollievo nella cerchia renziana.

Il punctum dolens riguarda però il binomio referendum-Italicum, questione sulla quale la sinistra non ha ancora assunto una posizione chiarissima, limitandosi ad invocare “correzioni” alla legge elettorale. E senza correzioni che si fa? Bersani ha detto che voterà Sì ma senza fare campagna, altri voteranno No, risultato: libertà di coscienza. E’ una posizione forte?

 

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