La notte più lunga e triste della città che aveva scommesso tutto su Hillary

Usa2016
clinton-party_3

Dalla festa mancata di Hillary Clinton al party quasi improvvisato di The Donald

NEW YORK – Alle sette e mezza di mattina la maglietta nera con scritta bianca “Fuck Trump” giace in terra a Times Square, fuori dalla metro, all’incrocio con la 42^. È quasi piegata. Non sembra persa. Piuttosto abbandonata al suo destino quando, nella notte americana, The Donald ha raggiunto quota 270 grandi elettori sbattendo la porta della Casa Bianca in faccia alla nasty woman, al secolo Hillary Clinton.

New York non è l’America. Eppure era stata scelta dai due candidati come luogo del confronto finale, quello che non lascia appello, dove ci sarebbe stato un vincitore e un vinto. La Capitale del mondo per sancire il risultato di un voto storico, in un modo o nell’altro: la prima donna alla Casa Bianca; il primo presidente antisistema che è andato avanti da solo, contro il suo stesso partito, sintonizzandosi benissimo con la pancia di un paese impoverito, arrabbiato, in cerca di “cambiamento”. Un populismo che in Italia e in Europa conosciamo bene. Da anni.

I due party

New York non aveva dubbi su chi sarebbe stato il vincitore. I grandi giornali, gli opinionisti e anchorman o woman dei più importanti network televisivi, tutti erano pronti per la festa al Jacob Javits center, il più grande centro congressi d’America in riva all’Hudson. Eppure sembrava non bastare. Da qui grande selezione sulla stampa accreditata – nessun italiano ammesso – 30 mila all’interno dove era stato alzato il palco a stelle e strisce. Quasi il doppio fuori, ma dentro, grazie ad una lista guest conquistata a fatica con una delle più massicce registrazioni online di cui si abbia memoria. Così, almeno, spiegavano domenica mattina al Comitato Clinton di Broadway bassa.

Al confronto la lista per accedere al Midtown Hilton Hotel di Manhattan, sede scelta da Trump per il Victory Party (ha sempre avuto le idee molto chiare, The Donald) faceva ridere. E comunque l’hotel, asettico come solo certi alberghi americani possono essere, non avrebbe potuto tenere più di tremila persone. clinton-party_4Due location che non potevamo essere più diverse. Come il loro pubblico. Noi della lista guest ci si mette in fila per entrare al Javits alle quattro e mezzo del pomeriggio. Mancano ore alla chiusura dei seggi qui a New York. Ed è un giorno lavorativo. Ma la coda occupa già a quest’ora i quattro lati di un intero block. La festa inizia qua. Perché incredibilmente nessuno ha dubbi su come andrà a finire. Mikaela ha 25 anni, si è appena laureata in Scienze politiche e sfoggia una t-shirt “pensata da me”, precisa, non di quelle che staranno vendendo ad ogni angolo della città. C ‘è scritto che “il posto di una donna è alla Casa Bianca. Da lei ci aspettiamo il completamento di quelle riforme sociali che Obama ha potuto solo iniziare”. img_2319È una coda molto disciplinata, venditori di magliette e spillette fanno affari d’oro. Interviene Steve, più in là negli anni, da ragazzo ha giocato a baseball anche con Donald, “e si capiva già che tipo sarebbe diventato. Le regole non gli sono mai piaciute. Vuol sempre vincere lui “. Piuttosto, aggiunge, “speriamo bene perché io non avrei mai immaginato così tanto razzismo in questo Paese. Trump lo ha sdoganato, gli ha dato cittadinanza. Ora ne trovo molto più di quanto potessi immaginare”.

Finalmente dentro

clinton-party_2Dopo controlli di polizia maniacali in un hangar – più che comprensibili vista la folla e il rischio attentati – finalmente entriamo al Javits center. Sulla destra la fila per i tagliandi blu e gialli, quelli che entrano all’interno del palazzetto di cristallo dove è previsto il discorso di Hillary appena toccati i 270 grandi elettori. Noi, con la nostra mail di conferma, andiamo a sinistra tra maxi schermo, venditori di hot dog e patatine e musica dance. È una gigantesca festa di popolo. Dove si parla di politica e si scommette sul futuro con gli occhi sui cellulari connessi ai siti di proiezioni e il naso verso il maxi schermo. “An afroamerican, a woman and then we will have an afroamerican woman, Michelle”, dice Jane. clinton-partyCi sono tanti giovani, tanti millennials, di tutte le razze, in quel miscuglio di colori e parole che solo New York riesce a mettere insieme. Wendy, afroamericana, è vestita con un abito di piume “antico e tribale perché oggi è una giornata in cui facciamo la Storia”. Ci sono soprattutto donne, una netta prevalenza. Il fattore di genere era stato tenuto un po’ in disparte negli ultimi giorni della campagna elettorale. Alcuni sondaggi invitavano a non insistere più di tanto su quel tasto: esiste una bella fetta di signore che non amano Hillary e non l’avrebbero votata. Sapremo dopo qualche ora che è andata esattamente così. Qui invece è l’elemento chiave. Amy, Natasha e Kathrina indossano una fascia da miss. Sopra c’è scritto: “Vote for Nasty Woman”. “Vedi quel palazzo? – dicono indicando le pareti di cristallo del centro congressi – Ecco, bene, tra poco andrà tutto in frantumi”. La metafora del soffitto di cristallo, quello del potere, finalmente rotto dalle donne è la più gettonata su spillette e magliette. Alle 19.30 sembra tenere anche il voto degli immigrati. Alle primissime proiezioni del North Carolina, dove il black vote stringe Trump, al 7% la piazza esulta.

Ma non è così facile

Certo, si capisce subito che è più dura del previsto. Testa a testa in molti swinging state. La gente siede in terra, sarà lunga, c’è meno voglia di ballare. Tre le 21.30 e le 22 le certezze sono pari ai dubbi. Florida, Michigan, Ohio, Wisconsin, North Carolina, Pennsylvania, tutti gli Stati in bilico cadono uno dopo l’altro nelle mani di Trump. Alle 22.30 il New York Times, che in questi mesi ha sempre dato Hillary vittoriosa al 90% improvvisamente mette Trump al 78%.

Tra facce sbigottire, alcune spaventate, altre che iniziano a rigarsi di lacrime, le mamme portano via in fretta le bambine portate al grande appuntamento con la storia e si capisce che quella al Javits è la festa sbagliata della notte americana. Tocca lasciare il centro congressi – impresa non semplice – tra deposti di camion e di pullman, raggiungere la metro – nel frattempo chiusa per questioni di sicurezza – e andare a piedi verso Midtown. All’Hilton Hotel.

Cambiare festa

20161109_000605Si attraversa la città da ovest verso est, si passa da Times Square pronta dalla mattina per la maratona dello spoglio che però sembra quasi non volersi più concentrare su un voto imprevisto che non piace a questa città. Si raggiunge l’Hilton dove sono arrivati i Trump guys. I giornalisti arrivano alla spicciolata, le produzioni stanno cambiando in corsa i collegamenti. Li aspetta un marciapiede perché entrare è impossibile. E non c’è neppure un maxi schermo. I supporter di The Donald provano a mettere il naso fuori anche in questa città. “Non avete capito che lui è veramente il cambiamento mentre Hillary è la continuazione del vecchio sistema” argomenta Tom, avvocato. “Hillary sarebbe stata la solita ministra scaldata” incalza Denise, giovane donna manager.

All’una di notte si consolidano i risultati di Arizona,Minnesota, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin. New Hampshire. Al Janitz John Podesta, numero 1 della campagna di Hillary, manda tutti a casa, Trump è a 244, Hillary a 218.
Finisce 290 a 240. Trump pronuncia il suo victory speech alle due di notte. Davanti all’hotel ci sono un migliaio di persone. Inizia una storia che neppure The Donald riesce ad immaginare.

Vedi anche

Altri articoli