Netflix, ma siamo certi che sia questa la rivoluzione tv?

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Nessun palinsesto, un’offerta per il momento contenuta di serie tv e film. Più uno strumento per nativi digitali che per il grande pubblico

E dunque lo scorso 22 ottobre Netflix è finalmente sbarcata anche in Italia rendendo disponibile il suo catalogo di film e serie tv in streaming. In realtà, fuori dal clamore degli spettatori meno attenti, una piccola rivoluzione la società californiana l’aveva già portata a compimento quando, nel 2008, dichiarando la volontà di produrre contenuti originali, aveva dato alla luce il pluripremiato House of Cards; salvo poi cederne i diritti esclusivi a Sky. Abbiamo provato per voi il servizio. La prima cosa che colpisce dopo aver fatto il login, è la scelta a cui siamo chiamati: smart tv o lettore blu ray? Cellulare o tablet? Desktop o laptop? Playstation, xbox o apple tv? Questa selva di opzioni multimediali la dice lunga sulla portata di questa rivoluzione e soprattutto sui soggetti coinvolti, vale a dire quella fetta di popolo televisivo appassionata di supporti digitali o nativa digitale (cresciuta ad esempio con YouTube) e più vicina a certe modalità di fruizione per motivi generazionali. Una modalità che si dichiara apertamente individuale e non familiare, visto che sarebbe quanto meno difficile guardare tutti insieme un film sullo schermo dell’i phone. Con buona pace della tv come focolare domestico.

Netflix sia chiaro non è una televisione. Nessun palinsesto. Nessun programma prettamente televisivo. Solo una fornita bacheca di serie, film e qualche cartone. Per chi poi avesse immaginato un repertorio vasto o fortemente innovativo, la delusione è dietro l’angolo: mancano i film più recenti e le serie già apprezzate dal pubblico ed attese anche in Italia (spesso prodotte in esclusiva da CBS o da HBO); ma fanno capolino prodotti interessanti come Orange is the new black, già premiata dalla critica, e la prossima produzione di Suburra, tratta dal film di Sollima in questi giorni nelle sale. Interessante anche il prezzo dell’abbonamento, assestato, per ora, su 7.99 euro.

Dunque, se la tv non è il cinema con lo schermo più piccolo, Netflix non è la tv. E non è neppure un nuovo modo di vederla, come ha osservato Zappia, amministratore delegato di Sky, puntualizzando che, dal primo servizio offerto con sky go ad oggi, gli utenti Sky che utilizzano contenuti on line sono 2 milioni e 800mila. Ma di sicuro questo piccolo terremoto, più mediatico che sostanziale, ci dice qualcosa sui nuovi consumi. E molto sulle mancanze della tv tradizionale. Un segmento di pubblico, soprattutto giovane (non il più vasto, in effetti), non considera più la tv come momento di condivisione, prediligendo piuttosto una fruizione individuale e interattiva su tablet o smartphone. Fenomeno per altro avviato anni addietro col posizionamento di un televisore in ogni stanza. Ma soprattutto questo pubblico non vuole restare passivo rispetto ai contenuti, ma intende, piuttosto, sceglierli. Come vuole e quando vuole. Cosa che è successa in parte, prima dell’on demand, con i canali tematici. Ed è qui che la cosa si complica. Perché è qui che la tv tradizionale mostra le sue crepe. Questo esodo, che tendiamo ad attribuire al cambiamento sociale dei consumi dell’intrattenimento, nasconde anche una carenza di contenuti della tv generalista, da sempre territorio di Rai e Mediaset.

Le scelte di Netflix incentrate esclusivamente su serie tv e film, così come la programmazione di Sky che offre un posto di rilievo proprio alle serie di qualità, con attori, registi e sceneggiatori da oscar, alle prime visioni cinematografiche, ai documentari d’arte e ai programmi tv più interattivi e innovativi rivolti ai giovani, dovrebbe far riflettere sugli ormai desueti contenitori pigliatutto che, proprio come buchi neri, inghiottiscono giovani miss in cerca di collocazione e personaggi letteralmente inventati dalla stessa tv, al di là della quale non hanno alcuna consistenza, efferati dettagli di cronaca nera e gossip, passando con disinvoltura per la politica come una pennellata di colore e perdendo, è ovvio, quella parte di spettatori che ‘crede’ di essere meno affezionata alla tv perché, proprio grazie all’on demand, decide di scegliere contenuti più elitari; laddove proprio questa tendenza potrebbe contribuire a far nascere una nuova televisione di qualità. Magari pubblica. C’è qualcosa che si perde nella volontà di comporre da soli il proprio personale palinsesto. Se è vero che può essere utile, veloce e momentaneamente soddisfacente bere qualcosa da un distributore automatico quando si ha sete, è vero anche che, entrando in un bar, il gestore potrebbe sorprenderci offrendoci bevande che non conosciamo o insegnarci qualcosa su come si prepara il caffè. Credo che quel ruolo di guida culturale che la tv di stato ha man mano perduto, in parte cedendolo ad altri, insieme alla sua funzione didattica, sia proprio l’elemento da rimpiangere e da perseguire, soprattutto in un momento socialmente complesso come questo. E se c’è una cosa che del nuovo servizio offerto da Netflix che mi sembra degna di nota è che la politica della produzione è quella di rendere disponibili serie già interamente realizzate, con finali prestabiliti che non dipendono dai gusti del pubblico o dall’andamento degli ascolti, cosa che, a prima vista, sembra quanto di più lontano dalla tv commerciale. Ben diverso dalla pratica imperante anche in Rai che costruisce in progress il finale più apprezzato dal pubblico anche a discapito della storia raccontata. Gli amanti della coerenza dovranno farsene una ragione.

 

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