Nessuna sorpresa, Merkel fa solo gli interessi della Germania

Europa
epa05133635 German Chancellor Angela Merkel fits an earpiece in place during a press conference with Italy's Prime Minister Matteo Renzi in Berlin, Germany 29 January 2016. Renzi and Merkel met in the German Chancellery before bilateral talks.  EPA/MICHAEL KAPPELER

Italia e Germania sono due paesi forti, ma Berlino con l’Ue ha guadagnato più di tutti

La differenza tra Germania e Italia? La prima ha sfruttato tutto dell’Unione quando le è servito e dopo ha fatto chiudere i cordoni della borsa. La seconda, non ha chiesto mai nulla, anzi ha sostenuto con 50 miliardi di euro la solidarietà comunitaria e quando ha avuto necessità, come ora con il caso banche e il Moloch di sofferenze da smaltire, le è stato impossibile. In concreto, e questo spiega anche perché i nostri titoli creditizi cadono in borsa, Berlino ha salvato i propri istituti di credito e solo dopo ha spinto l’Ue a far adottare la direttiva ‘bail in’ sull’autosalvataggio. Roma ha fatto l’esatto contrario e ora ha le mani legate. Noi siamo stati generosi, sicuramente ingenui e frettolosi nel recepire direttive e regolamenti senza pensare agli effetti; loro, hanno scritto le tavole della legge a propria immagine e somiglianza ma dopo essersi messi in sicurezza.

E’ questa l’Europa a due velocità che non si può accettare, una cosa ben diversa da quella che paventano il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni e Etienne Davignon, ex numero due di Delors e che è figlia del caos politico generatosi con la sospensione sostanziale di Schengen.

L’Europa che serve invece è quella dipinta da Matteo Renzi e Angela Merkel alla fine del loro quarto incontro, dove entrambi hanno riaffermato con forza il ruolo che i due paesi hanno nel tenere unita tutta la confederazione. L’Ue, senza Germania e senza Italia che concordino su quali passi fare nella politica estera e in quella economica, non esiste: è un dato fondamentale. Si sta insieme per costruire e non per dividere. Vale per i rimpatri, il diritto d’asilo, la lotta al terrorismo ma anche per le troppe distonie economiche.

Anche perché italiani e tedeschi devono tanto alla partecipazione all’euro. Bastano poche cifre a indicare come la scelta di credere ancora nell’Unione Europea sia obbligata e dettata dai confortanti (talvolta ottimi) risultati economici.

Analizzando gli effetti del Quantitative Easing della Bce, enorme iniezione di liquidità da oltre 1.500 miliardi di euro, fotografati nel primo mese del 2015 (anno del suo varo) con le ultime stime disponibili, si scopre che è proprio la Germania tra i principali beneficiari del bazooka di Mario Draghi.

I dati parlano chiaro. Il Pil tedesco è aumentato dal +1,4% di inizio anno al +1,7% (dato di fine settembre 2015), il debito pubblico è diminuito dal 74,3% del Pil al 71,9% (fine 2014 su fine 2015), la disoccupazione è a livelli americani (è scesa in un anno di QE dal 6,5% al 6,3%) e le esportazioni hanno registrato un boom: da un saldo attivo di 90 miliardi di euro, ora la Cancelliera può gioire per un più 106 miliardi di euro.

Anche il  nostro paese ha beneficiato delle politiche espansive dell’Eurotower. Nel primo anno del QE, il Pil è passato da un meno 0,4% del 2014 a un +0,8% (o +0,7%, si vedrà a consuntivo) dodici mesi dopo, la disoccupazione è calata dal 12,4% all’11,5%, le esportazioni mostrano un saldo attivo in aumento (da 33,5 miliardi a 33,8 di fine ottobre 2015), lo spread Btp-Bund viaggia intorno quota 100 dopo aver cominciato il 2015 a 120 punti base.

Ci sono ancora nodi finanziari che ci oppongono, è vero, ma sono superabili. Non passa giorno che Bruxelles non ricordi a Roma di fare qualcosa per il proprio debito pubblico: è ancora troppo alto, sopra il 133% del Pil, infinitamente lontano dall’ormai dimenticato livello del 60% fissato dal Trattato di Maastricht. Il maggior stimolo per arrivare ad operazioni significative di Tagliadebito è proprio il tanto criticato Fiscal Compact, che pur nella sua irragionevole concezione recessiva, impone a qualsiasi governo della penisola di impegnarsi a ridurre l’indebitamento per arrivare ad un ‘equilibrio’ di bilancio. Lo dobbiamo ai nostri figli, ha ricordato giustamente Renzi a Berlino, non tanto per accontentare i burocrati di Bruxelles e la Bundesbank.

Dobbiamo però francamente chiederci come andrebbero le aste del Tesoro da 300 miliardi di euro l’anno senza questo pungolo continuo a rispettare gli accordi comunitari e senza la possibilità di avere tassi d’interesse molto bassi, grazie proprio all’ingresso nell’euro.

Ma anche i lander hanno mostrato di utilizzare al meglio la partecipazione all’Unione monetaria.

Il livello di cambio marco-euro ha permesso a Berlino di ripagarsi gli immensi costi della riunificazione, grazie agli aiuti di Stato è stato messo in sicurezza il sistema bancario tedesco, il primo salvataggio della Grecia targato Ue è servito a far pagare a tutti i paesi membri le spericolate operazioni finanziarie degli istituti di credito teutonici.

Ma c’è anche un’altra motivazione economica che giustifica la partecipazione tedesca al Trattato sulla libera circolazione delle persone, oggi di fatto sospeso nel Nord Europa, e per cui il governo Merkel insiste sugli aiuti alla Turchia, snodo delle migrazioni di massa: i conti previdenziali. Entro il 2035 l’invecchiamento della popolazione tedesca farà sì che il rapporto tra lavoratori e pensionati passerà da 3 contro 1 a 2 contro 1, con problemi seri di sostenibilità. Ecco il vero motivo delle porte aperte agli immigrati e delle pressioni a finanziare Istanbul. Senza questi passaggi l’esecutivo dei lander dovrà fare una manovra gigantesca di riequilibrio pensionistico, ma certo non possono essere finanziati dagli stati membri (Italia in primis) senza che questi abbiano certezze sullo scomputo delle risorse dai vincoli di Maastricht.

In conclusione, ogni mossa di politica estera di Berlino, l’energia non fa eccezione, è dettata solo da convenienze economiche domestiche ma si nutre proprio sulla sua partecipazione all’Europa unita.

Roma fa meno calcoli ed è sempre in prima fila (spesso da sola, come è accaduto per anni a Lampedusa) quando si tratta di dare un aiuto concreto. Nel derby infinito Italia-Germania, sarebbe bello considerare tutti questi elementi che uniscono i due paesi più dei tanti stereotipi (tedeschi seri, rigorosi, egoisti; italiani allegri, spendaccioni, inaffidabili) che purtroppo oggi echeggiano ad ogni vertice europeo. Siamo due paesi forti, possiamo prendere per mano l’Europa, coinvolgendo anche l’inerte Francia. Prendiamone atto, facciamolo subito.

 

 

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