Nepal prima e dopo, viaggio nel Paese che non esiste più

Mondo
nepal

Un giovane fotografo parte con l’Unicef per aiutare le popolazioni sopravvissute al sisma. Diario tra speranze e immani rovine

Mi chiamo Jacopo Brogioni, ho 25 anni. E questo è il mio primo reportage. Parte da “Bring Back Those Colours” un progetto fotografico a favore dei piccoli nepalesi che ho realizzato in Nepal tra dicembre 2014 e luglio 2015, prima e dopo i devastanti terremoti del 25 aprile e del 12 maggio che hanno sconvolto il paese e la sua popolazione. Se la prima volta è stata la curiosità a portarmi in Nepal, la seconda mi ha guidato la consapevolezza che non avrei mai piu trovato quello che avevo visto solo nove mesi prima.

Sentivo l’esigenza di completare il progetto e, grazie al supporto ricevuto da Unicef ho raggiunto luoghi in cui non sarei mai potuto arrivare. Ho passato i primi giorni a Kathmandu ad ottenere informazioni sulle condizioni del Paese e ad organizzare insieme allo staff dell’Unicef gli spostamenti nelle aree più difficili. Così ho scoperto, ad esempio, che nel distretto di Sindhupalchok, una delle zone maggiormente colpite, il 90 per cento dei palazzi e l’85 per cento delle scuole erano state rase al suolo – 35mila le aule distrutte – e che i danni causati dalle terribili scosse hanno subìto un forte peggioramento a causa delle frane secche e dalle alluvioni. Nel distretto del Gorkha, il luogo dell’epicentro del primo sisma, le strade sono spesso interrotte ed i villaggi, molti dei quali completamente rasi al suolo, sono difficilissimi da raggiungere.

Il 90% dei palazzi è crollato

È nel Gorkha che, pochi giorni dopo, avremmo dovuto portare ed allestire una Shelter Home, una tenda in cui le donne incinte possono partorire e fermarsi per il tempo necessario per affrontare lo stato di degenza. Ho approfittato di quella pausa per visitare la capitale e le città limitrofe. È stato toccante rivedere quei posti irriconoscibili così ridotti in rovine. I nepalesi che ho incontrato avevano voglia di parlare, mi hanno spiegato che per sopravvivere cercano di andare avanti nel modo più normale possibile, nonostante la morte «in due attimi» abbia ucciso piu di 9.000 persone. Ognuno di loro ha avuto qualche vittima tra i propri cari ma tutti cercano di non perdere il sorriso, senza però dimenticare. Ho avuto la sensazione che i nepalesi sorridano sempre: ogni qual volta mi trovavo a puntare la mia macchina fotografica verso di loro, un sorriso colorava il loro volto. Queste persone sono anime forti e coraggiose, rivogliono indietro le loro case e i colori che amano tanto: è stata proprio questa l’impressione del mio primo giorno. Arrivato a Basanthapur, la piazza principale di Kathmandu, che avevo già fotografato durante il mio primo viaggio, sono riuscito a salire in alto e il panorama circostante era paradossalmente suggestivo: tra i palazzi completamente distrutti e gli edifici superstiti, le persone si muovevano tra le rovine come se nulla fosse successo, accettando ormai di vivere una realtà disperante, nella quale ogni giorno si cerca di cavarsela, ricominciare. Pensai all’ultima volta che vidi quella piazza: era dicembre ed era piena di gente in festa e musiche e colori che invadevano quel luogo.

Niraj, senza casa e senza gli amici

Era tempo di partire. Andai a Nala, in un distretto vicino alla capitale. Qui ho assistito a due campagne di nutrizione Unicef e osservato le attività dello Spinal Injury Rehabilitation Centre, centro di riabilitazione per soggetti paraplegici e per coloro che hanno subìto la perdita degli arti e gravi menomazioni in seguito ai disastri. L’o- spedale si trova a Kavre, poco fuori da Katmandu. I pazienti sono quotidianamente sottoposti a visite, trattamenti di riabilitazione motoria e a corsi di apprendimento di lavori manuali volti all’agevolazione del loro reinserimento nella società. L’ospedale ha ricevuto in donazione da Unicef delle tende adatte a ospitare i pazienti che si rifiutano di essere ricoverati all’interno della struttura, temendone il crollo. Il centro era affollato, lettini dappertutto, e su alcuni di essi dormivano in due: il malato e un parente che lo assisteva. Nella citta di Bhaktapur ho incontrato e intervistato un ragazzo di nome Niraj, quasi mio coetaneo, studente dell’universita di Kathmandu, che ha perso la zia e due dei suoi migliori amici sotto le macerie, quelle delle loro case. Gli ho chiesto: «Con quale forza pensi di andare avanti? » Mi ha risposto: «Non ho altre alternative, si deve sopravvivere». Ma nonostante cercasse di trattenerla, la disperazione si leggeva nei suoi occhi. Fino a poco tempo fa pensava al suo futuro e a ciò che avrebbe voluto fare da grande, e si è poi ritrovato improvvisamente, senza una casa e senza gli amici più cari dove posto dove stare, senza i suoi più cari amici e in una città interamente da ricostruire. Arrivato a Gorkha City ho documentato il carico di una Shelter Home, una fra le tende allestite da Unicef, all’interno delle quali si offre assistenza alle donne incinte. Mi sono fermato nel villaggio di Channaute e, muovendomi in jeep lungo il villaggio distrutto di Dhodeni, sono giunto sul versante della montagna, dove ho dovuto fermarmi a causa della pioggia e del fango. Le strade sono praticamente inesistenti, il pericolo frane è perennemente incombente. Mi sono rifugiato nella casa di una famiglia locale che mi ha messo a disposizione una tenda della Croce Rossa cinese, dove ho dormito per quella notte. Ricordo che quel giorno, durante il sonno, ho percepito una lieve scossa sismica della durata di due o tre secondi. Ho fatto fatica a riaddormentarmi. Dhodeni, nel distretto di Gorkha, è un villaggio che si sviluppa lungo una strada e non ha l’elettricità. Lo scenario era simile a quello di una guerra: poche case si sono salvate dalla distruzione e la pioggia e il fumo che usciva da un camino rendevano l’atmosfera ancora più drammatica. Dovunque andassi m’imbattevo in grandi cumuli di sassi e travi di legno. Così era anche Simjung, dove ho visitato l’Health Post e la scuola locale.

 

Scena di guerra

Peggio ancora lo stato di Pokharatar. Solo due o tre abitazioni sono rimaste in piedi e mucchi di effetti personali sparsi in mezzo ai sassi: una valigia rotta, un cesto pieno di libri marciti, un quaderno, dei vestiti, scarpe… Ho raccolto un libro a caso e un quaderno, e ho chiesto ad un operatore Unicef il permesso di tenerli con me per portare a Roma una testimonianza più diretta dell’accaduto, qualcosa che si possa toccare, che vada oltre le foto. Nella piazza centrale di Baluwa ho assistito a uno spettacolo di attori e cantanti del Nepal, organizzato dal programma radiofonico Bhandai Sundai, in collaborazione con Unicef, per donare qualche ora di svago ai piccoli. Nel campo sfollati di Tundikhel, ho conosciuto un bambino di nome Bibash, non faceva altro che disegnare scene di distruzione e disperazione: palazzi in fiamme e gente che scappava urlando. Sono rimasto colpito da Bibash e dal suo modo pacato di parlare della tragedia. Mi ha raccontato che disegna il terremoto perché non vuole che torni e il suo pensiero è continuamente rivolto a quei momenti. Mi ha regalato il suo disegno e l’ho portato con me fino a Roma. Anche a Sangachok Bhangang, nel Sindhupalchowk, ho trovato tanto dolore e lacrime. Si va a scuola in alcune capanne con il tetto in lamiera di zinco..Sono entrato in quella che era solo il ricordo di un’aula, con finestre senza vetri e muri pieni di crepe e qui ho scattato una foto a una bambina del luogo. Una delle pareti aveva una crepa simile ad una grossa ragnatela, ma lei non aveva alcuna paura, stava lì come se tutto fosse normale. Anche a Chautara l’atmosfera era quella di un paese in guerra: fango e macerie, palazzi storti che sembravano sul punto di cadere, gente che ancora cercava tra le macerie i propri effetti personali o che estraeva i mattoni buoni per ricostruire la sua casa. Ho visto poi una comunità di orfani del sisma e ho chiesto al responsabile il permesso di intervistare uno degli ospiti. Mi ha presentato una ragazzina di 13 anni di nome Somo Tamang. Durante il terremoto si trovava con la nonna e, appena tornata a casa ha saputo che la mamma era morta ed ha assistito al recupero del corpo dalle macerie. Somo ricordava senza battere ciglio, lo sguardo impassibile non lasciava trasparire alcuna emozione. Di ritorno a Kathmandu mi sono diretto al Teaching Hospital, dove ho potuto fotografare alcuni pazienti. Stare con loro è stato estremamente toccante. Mi ha colpito uno in particolare: un ragazzo quasi completamente paralizzato che riusciva a nutrirsi solamente dal naso attraverso un sondino. Quel ritratto mi emoziona ancora, ogni volta che lo guardo. Ho visitato anche il Nepal Orthopedic Hospital dove ho fotografato una giovane madre, mia coetanea, con un figlio di 10 anni. Suo marito, anche lui della mia età, è morto tra le macerie della propria casa durante il secondo sisma. Questo è il Nepal oggi, un Paese segnato da una immane tragedia e in cui il 40 per cento della popolazione è composta da bambini che improvvisamente si sono trovati senza futuro. A loro è dedicato “Bring Back Those Colours”. Con l’augurio che i colori in questa terra martoriata possano davvero tornare a splendere.

 

Vedi anche

Altri articoli