Nel suo stile un messaggio moderno

Berlinguer
Berlinguer

L’ultimo Berlinguer è stato uno straordinario innovatore al quale oggi occorre attingere

Biagio De Giovanni ripropone nella sostanza, con la consueta lucidità, la tesi di Enrico Berlinguer conservatore, espressione di un passato di cui non si può essere nostalgici. Si tratta di una tesi largamente sostenuta già quando Berlinguer era vivo – da parte del gruppo dirigente craxiano, e dell’intellettualità che lo sosteneva (ad essa si ispira ancora Fabrizio Cicchitto su queste colonne) -; tesi poi a più riprese riproposta con l’obiettivo di “deberlinguerizzare” la sinistra italiana, come ebbe modo di sostenere, in un pamphlet che fece rumore, Miriam Mafai vent’anni fa. Ogni progetto di “rifondazione” o “revisione radicale” della sinistra italiana – com’è anche quello sostenuto da Matteo Renzi – sembra muovere ancora da questo tentativo.

Vorrei dire il mio pensiero oggi su due punti, anche andando oltre a quello che negli anni passati ho scritto sull’argomento (I ragazzi di Berlinguer, Baldini e Castoldi, 1997 e, nuova edizione rivista, 2004). Enrico Berlinguer è stato un grande continuatore della politica togliattiana. Ha del tutto ragione Emanuele Macaluso a sostenerlo. Il compromesso storico, e poi la stagione della solidarietà nazionale, furono il compimento di un lungo cammino nato nel cuore dell’impianto del PCI e della svolta di Salerno. Per rendere credibile politicamente quell’impianto, Berlinguer doverosamente lo accompagnò dalla scelta atlantica e dall’eurocomunismo, fino a un europeismo spinto, ben lontano dalla posizione assunta vent’anni prima dai comunisti italiani.

Questo Berlinguer – oggetto di una importante riabilitazione col film di Walter Veltroni – è stato sconfitto e ha perduto per due ragioni. La prima, la totale inadeguatezza dell’evoluzione del PCI sul piano internazionale, e soprattutto del giudizio sull’URSS. Berlinguer fece tutti gli strappi necessari, fino al famoso giudizio sull’esaurimento della spinta propulsiva dell’Ottobre russo: ma questi strappi furono tardivi e solitari, con una sorda resistenza di una parte del gruppo dirigente (ricordo il dissenso di Giorgio Amendola a proposito del giudizio critico sull’invasione sovietica in Afghanistan), e relazioni dirette da parte di molti suoi esponenti di primo piano con Mosca durate ben più del dovuto (come Gianni Cervetti ha del resto nel passato ricordato). Il ritardo con cui il PCI arrivò a questi cambiamenti fu esiziale. Fu anche per questo che i rapporti di forza internazionali impedirono di proseguire il progetto del compromesso storico, fino a intervenire, in forme oscure, per bloccarlo. Ma non basta. Trovo del tutto parziale la tesi del solo “complotto” che impedì il cambiamento.

La seconda ragione della sconfitta risiede infatti in una visione non sufficientemente matura della società italiana. L’alleanza di tutte le grandi forze politiche, in una fase di profondi mutamenti, di conflitti, di tensioni sociali – contro il rischio di un colpo di stato – esprimeva un classico vizio della cultura comunista e stalinista, una sostanziale sfiducia nel conflitto sociale e democratico, e nella possibilità di organizzare una democrazia dell’alternanza. Il compromesso storico fallì perché era portatore di una visione conservatrice, dirigista, non consapevole della società italiana. Occorre avere la forza di riconoscere che una parte del pensiero critico che si raccolse all’inizio attorno alle bandiere del nuovo PSI, dopo il Midas, aveva un grande fondamento, era intriso di istanze civili, liberali e libertarie importanti, e che allora – non negli anni 80 – una posizione del PCI più dialogante e aperta a quelle ragioni (tra queste una critica più radicale e definitiva al modello sovietico) avrebbe forse contribuito a cambiare il corso degli eventi.

L’ultimo Berlinguer è stato uno straordinario innovatore, oltre gli orizzonti del togliattismo. La tesi che sostengo, su questo punto non da oggi, è che l’ultimo Berlinguer, rappresentato dall’allora componente riformista-migliorista come chiuso e settario, fischiato nel 1983 a Verona al Congres-so socialista, è invece quello più fecondo, più attuale, e al quale oggi occorre attingere. La fine del compromesso storico – la sconfitta subita – spingono il segretario del PCI a cercare nuovi lidi. Anzitutto molto lontani da quelli del sovietismo, e che cercano di fondare un nuovo pensiero critico sulla società e sul capitalismo non muovendo dalla tradizione, ma da un avvio di un’esplorazione più aperta e attenta sul mondo, sulla vita, sui problemi. La questione morale come base di una prassi nuova dell’agire collettivo, il tema ambientale e della sobrietà negli stili di vita, quella dei diritti civili, a partire da una visione più aperta alla critica femminista alla politica, la volontà di orientare le nuove tecnologie – quelle digitali, diremmo oggi – verso obiettivi più alti di libertà, di salute, di cultura per tutte e per tutti, l’interrogarsi sul senso della pratica della fede religiosa e sull’impegno al cambiamento sociale che ne scaturisce (penso all’interesse di Berlinguer per la teologia della liberazione) rappresentano alcuni titoli dell’agenda di questi anni. Ed è sulla pace e sul dialogo che questa sperimentazione dell’ultimo Berlinguer tocca le punte più elevate. Ad Assisi, dopo l’incontro col Sacro Convento, ad una immensa folla di giovani, parla di Francesco, del “folle Francesco” che contestava ogni distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta e che dialogava con il Sultano.

Come si fa a sostenere che questo Berlinguer non abbia più nulla da dirci oggi? Francesco, il papa, fa di un’agenda molto simile l’unico vero progetto progressista universale, rispetto al quale impallidiscono le timidezze e i provincialismi di quella che fu la grande sinistra europea e l’Internazionale Socialista. Certo. Si può dire che l’ultimo Berlinguer fu sognatore, fu profeta, non seppe portare a compimento – o non ebbe il tempo di farlo – quell’innovazione e trasformarla, dopo la tragica sconfitta degli anni 70, in una strategia politica a breve. È vero. Ma quel Berlinguer, vivaddio, è vitale e attuale! Così come lo è quell’interpretazione del proprio essere leader politico, molto diversa dall’eccesso di personalizzazione e di leaderismo che progressivamente abbiamo conosciuto. In quello stile c’è un messaggio modernissimo.

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