Nel regno dei Narcos tra informatori e vecchi sbirri

Cinema
sicario

“Sicario” di Villeneuve è un poliziesco oliatissimo che pone delle domande: è lecito, per mettere fuori gioco un potente narcotrafficante, usare i suoi stessi metodi?

Ci sono due sequenze, in Sicario, che spostano radicalmente il giudizio e possono farlo oscillare tra «entusiasmante» e «riprovevole». Una è il finale, che naturalmente – trattandosi di un thriller – non racconteremo. L’altra è l’ingresso della polizia americana in Messico nella primissima parte del film. Questa sì, possiamo raccontarla anticipandovi che è la più potente scarica di adrenalina ricevuta al cinema nel corso del 2015.

Siamo a El Paso, Texas: dall’altra parte del confine c’è Ciudad Juarez, il regno dei narcos, forse la città più pericolosa del mondo. Kate Macy (Emily Blunt) è una giovane agente Fbi appena reclutata per la missione più importante di una fresca e promettente carriera: sotto la guida del rustico veterano Matt (Josh Brolin) e dell’enigmatico consulente ispanico Alejandro (Benicio Del Toro), e assieme a un gruppo di teste di cuoio super-addestrate, dovrà entrare «non ufficialmente» in Messico per prelevare un boss catturato dalla polizia locale.

È un boss di mezza tacca, ma interrogato con le dovute «buone» maniere potrebbe condurre ad arresti ben più significativi. Il convoglio dell’Fbi parte da El Paso ed entra a Juarez ovviamente senza fermarsi alla dogana… la regia di Villeneuve lo segue dall’elicottero, mostrandoci un paesaggio vasto quanto tutto il Messico. Il boss viene prelevato, sembra che tutto proceda bene. Ma rientrare dal Messico negli Usa si rivela più complicato. Il convoglio si ritrova bloccato in un ingorgo inestricabile, e lì parte la paura: ciascuna delle macchine accanto potrebbe nascondere un pericolo, qualunque movimento di un guidatore può essere il segnale di un assalto dei narcos per liberare il prigioniero. Capire quando è il caso di sparare, e soprattutto a chi, diventa questione di vita o di morte. E la sparatoria, prima o poi, arriverà…

Sicario è almeno per 90 minuti su 120 un meccanismo poliziesco oliatissimo. Nulla, in questo meccanismo, è nuovo: abbiamo visto e letto di tutto sul confine Usa/Messico e sugli sporchi traffici (di persone e di cose) che si snodano sulle due rive del Rio Grande. Gli esperti di serie tv segnalano tra l’altro che la trama deve molto alla serie The Bridge, interpretata da Diane Kruger e Demian Bichir. In Sicario la dialettica «agente yankee vs. poliziotto messicano» si articola su tre personaggi: la giovane poliziotta onesta, il vecchio sbirro che ne ha viste troppe nella vita e l’informatore chicano dal passato misterioso. Ben presto è il personaggio di Alejandro a prevalere: silenzioso e totemico come solo Benicio Del Toro sa essere, diventa il nucleo della storia.

Tutti ci identifichiamo con Emily Blunt e siamo ansiosi di sapere tutto di quell’uomo, forse siamo persino pronti (e pronte, care lettrici) a innamorarci di lui. Ma il passato di Alejandro è terribile e nella suddetTesto di Alberto Crespi ta, indicibile ultima sequenza emerge come un incubo. L’uomo collabora con l’Fbi perché vuole una sua vendetta personale. E a quel punto Sicario pone, alla giustizia e a noi spettatori, un dilemma etico difficilmente risolvibile: è lecito, per mettere fuori gioco un narcotrafficante potentissimo e spietato, usare i suoi stessi metodi e lasciare per strada decine di “danni collaterali”? Un buon film pone domande, non dà risposte.

Ed è quanto fanno Denis Villeneuve, canadese 45enne divenuto famoso per La donna che canta, e Taylor Sheridan, un attore/scrittore alla sua prima sceneggiatura importante (ma ne ha già scritta un’altra dal titolo seducente, Comancheria). Sicario è un copione solido girato con stile qua e là fiammeggiante. Villeneuve è indubbiamente un talento, e il film si vede senza un attimo di tregua. Ovviamente è l’esatto opposto di El sicario, room 164, il documentario di Gianfranco Rosi (l’autore di Scaro GRA) in cui un narcos pentito e incappucciato si lasciava intervistare nella stanza di un motel: grande spettacolo qui, grande introspezione là, ma il contesto è lo stesso, quello di una guerra non dichiarata che fa della frontiera El Paso/Juarez una delle polveriere del mondo moderno.

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