Nel mondo di Monti non c’è la politica: ecco perché è per la Renxit

Il Noista
Former Italian Premier Mario Monti arrives to attend the Ambrosetti workshop ''Today and tomorrow scenario for competitive strategies'' in Cernobbio, northern Italy, 04 September 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

Che importa se il Parlamento è debole, tanto le decisioni si prendono altrove

Le tribù noiste sono molte, e ciascuna ha le sue ragioni e le sue emozioni, i suoi obiettivi e i suoi bersagli. A Giorgia Meloni e a Matteo Salvini, per esempio, della riforma importa poco e nulla, e magari neppure la conoscono nei dettagli: il loro problema è mandare a casa Matteo Renzi e il suo governo. Niente di male: chi sta all’opposizione ha il diritto di usare tutti i mezzi leciti per sbarazzarsi di chi sta al governo.

La Renxit – così Salvini e Meloni hanno ribattezzato l’oggetto del referendum del 4 dicembre – c’entra poco con l’esigenza di avere un sistema più efficiente e meno costoso (che peraltro aiuterebbe anche Meloni e Salvini, qualora andassero al governo), ma tant’è: la politica così funziona e nessuno se ne stupisce troppo.

Per la Renxit, a sorpresa (o forse no) si è schierato anche Mario Monti, e la sua intervista di oggi al Corriere merita una doppia attenzione, sia per l’autorevolezza del personaggio, sia per la bizzaria dell’argomentazione.

In sintesi, l’ex presidente del Consiglio, che ha votato sì alla riforma in Parlamento, voterà no al referendum per contrastare “l’evasione, la corruzione e una classe politica che usa il denaro degli italiani di domani come una barriera contro la propria impopolarità”.

Renzi, secondo Monti, “da tre anni lubrifica l’opinione pubblica con bonus fiscali, elargizioni mirate o altra spesa pubblica” e dunque va fermato anche se “di questa riforma mi hanno sempre convinto la modifica del rapporto fra Stato e Regioni, l’abolizione del Cnel e la fine del bicameralismo perfetto” – cioè tutto ciò che contiene.

E’ un peccato che una persona seria e saggia come Monti, abituata a frequentare le università e i centri studi di mezzo mondo assai più che il sottoscala di Montecitorio, si allinei a Salvini e Meloni nell’eroica battaglia per la Renxit, prescindendo completamente dai contenuti della riforma: ma non si può che prenderne atto.

Però c’è una cosa che Monti non dice e che invece sta al cuore della sua posizione.

Monti non ama la politica: né la sua autonomia rispetto ai poteri non elettivi, né il suo indispensabile radicamento nel consenso popolare. La politica non gli piace perché ha bisogno dei voti dei cittadini, e perché, forte del consenso raccolto, pretende di decidere senza necessariamente chiedere il permesso alla tecnocrazia o alla magistratura o alle università o a chicchessia.

Nel mondo di Monti il funzionamento del Parlamento suscita poco interesse, perché le decisioni si prendono altrove, fra gli happy few che hanno studiato, conoscono l’inglese e frequentano Bruxelles. Anzi, più debole è la politica e meglio è; più farraginoso e inconcludente è il processo decisionale e più facile è il ricorso ai “tecnici”; meno contano gli elettori e meno disastri si fanno.

Logico dunque che si contrapponga oggi a Renzi, cioè al leader che più di tutti, in questi anni difficili, s’è impegnato per restituire dignità ed efficienza alla politica, vale a dire ai cittadini elettori.

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