La debole May al tavolo per una debole Brexit

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Iniziano le trattative per il ritiro della Gran Bretagna dall’Unione europea. Il risultato elettorale britannico peserà sui negoziati

E’ passato ormai un anno dal 23 giugno, quando i cittadini britannici decisero di uscire dall’Europa. Da allora di cose ne sono successe e molte: prima le dimissioni di Cameron con Theresa May che ne ha preso il posto, poi le elezioni generali anticipate, indette dalla premier per rafforzare la sua posizione, che invece ne è uscita molto indebolita, con i Conservatori che non sono riusciti a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.

Grazie ai deputati del Dup, il Democratic Unionist Party, formazione politica nordirlandese di centrodestra, la May è riuscita a rimanere al capo del governo, ma quello che in molti si chiedono è con quale forza e credibilità.

E’ con questa complicata situazione politica che iniziano ufficialmente le trattative per il ritiro della Gran Bretagna dall’Unione europea. Saranno David Davis, Segretario di Stato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e Michel Barnier, Commissario Europeo responsabile dei negoziati sulla Brexit a intavolare i negoziati, che si prospettano lunghi e difficili.

Al momento l’Europa gode di una posizione di forza per tre diversi motivi. Il primo è l’assenza di un governo, che visti i numeri risicati non si sa se verrà mai formato, e che forza avrà. Il secondo motivo è l’appoggio determinante del Dup alla maggioranza di governo: il partito nordirlandese è favorevole alla Brexit, ma contrario alla reintroduzione della frontiera con l’Eire. Terzo motivo sono i 13 deputati conservatori eletti in Scozia, contrari all’uscita dal mercato unico.

Tutto questo non va a favore di una hard Brexit, come vuole la premier, ma potrebbe portare ad una soft Brexit, con un’accordo simile a quello in vigore tra l’Ue e la Norvegia. Una sconfitta su tutta la linea per la politica della May.

I punti cruciali sono tre. L’Europa chiede al Regno Unito che ai tre milioni di europei residenti Oltremanica venga concesso un diritto di residenza a vita. Un punto cruciale per la vita di queste persone, su cui però si potrebbe trovare abbastanza facilmente un accordo, sempre che il governo britannico non li voglia usare come merce di scambio.

Poi ci sono i soldi che il Regno Unito deve ancora all’Europa, frutto degli accordi presi prima dell’uscita. La cifra oscilla fra i 60 e i 100 miliardi di euro, a cui si aggiungono i costi per la Brexit e le future pensioni dei funzionari britannici nelle istituzioni europee. In questa partita ci sono anche il costo del trasferimento delle due agenzie Ue, Agenzia del farmaco (Ema) e quella bancaria (Eba) da Londra. Sì perché la city perderà le due agenzie che occupano rispettivamente 890 e 189 persone. Per ospitare l’Agenzia del farmaco per il momento sono in corsa Milano, Amsterdam, Stoccolma, Vienna, Copenhagen e Lisbona. Mentre per l’Autorità bancaria europea sembra una lotta tra Francoforte, Parigi e Lussemburgo.

Terzo punto cruciale è la gestione dei nuovi confini tra Gran Bretagna e Unione, a partire da quello irlandese, politicamente e socialmente il più complicato. Ricordiamo che l’assenza del confine tra le due Irlanda ha contribuito fortemente a fermare le violenze nella regione, ripristinarlo potrebbe riaccendere vecchi scontri.

La vera partita però si gioca sul mercato unico e sulla libera circolazione delle persone. E’ su questo punto che la premier May vorrebbe l’applicazione di una hard Brexit. Da una parte c’è l’Europa che vorrebbe che la libera circolazione dei cittadini europei e britannici continuasse nonostante l’uscita, dall’altra il governo britannico vorrebbe un ripristino delle frontiere e un controllo dell’immigrazione. Non un ritorno al passato, ma comunque un controllo.

Chiudere le frontiere alle persone però vorrebbe anche dire l’addio al mercato unico europeo per il Regno Unito, almeno a quanto si capisce dalle mosse dell’Unione. Infatti per l’Europa una chiusura alla libera circolazione delle persone comporterebbe automaticamente una chiusura al mercato unico. Un piccolo disastro per l’economia britannica, che rischierebbe di perdere le multinazionali che fanno base sul suo territorio, e che forniscono il mercato europeo (Nissan e Toyota su tutte) e rischierebbe di perdere molte delle società finanziarie che fanno base a Londra. Due piccoli terremoti economici e occupazionali che metterebbero in ginocchio il Paese.

In questa partita sono molte altre le questioni che si intrecciano: la collaborazione tra i Paesi per arginare il fenomeno terrorismo, che ha colpito duramente la Gran Bretagna negli ultimi mesi o anche le ispezioni alle centrali nucleari britanniche, che erano affidate Euratom. Questi e molti altri saranno temi che verranno affrontati in questi due anni.

La domanda che tutti si pongono è: riuscirà una leadership debole (almeno numericamente in Parlamento) ed eterogenea a portare avanti tutti questi dossier? Il rischio e che l’accordo non si trovi entro la data limite del 2019, e che sarà il Wto a regolare le relazioni commerciali tra Europa e Regno Unito.


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