Nasce a Pomigliano il primo comitato di fabbrica per il Sì

Referendum
Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Inaugurato alla Fca anche il circolo dem: una battaglia durata due anni

“Ci abbiamo messo due anni ma alla fine ci siamo riusciti: il 25 settembre inauguriamo il circolo di fabbrica del Pd”. Il circolo di fabbrica. “Non è stato facile far passare l’idea di un circolo di fabbrica, le resistenze maggiori le abbiamo trovate tra i delegati di fabbrica e i sindacati”. A parlare è Gerardo Giannone, 42 anni, operaio in contratto di solidarietà alla Fca di Pomigliano – 4515 dipendenti, di cui 3600 in forza lavoro giornaliero e 900 a rotazione – dove si produce la Fiat più venduta in Italia, la Panda. Nello stabilimento napoletano non ci sarà soltanto il circolo di fabbrica, ma anche il Comitato per il Sì al referendum.

“Lo abbiamo fondato a luglio, 50 euro a testa. Tutto deciso una sera a Casalnuovo, un paese a un chilometro dalla fabbrica dove c’è la sede della nostra associazione Classe Operaia. Ci siamo ritrovati in una ventina, di tutte le età, dai 27 anni ai 50, abbiamo raccolto il materiale e iniziato a parlare del referendum durante le pause di lavoro”. Mezz’ora in tutto al giorno, su otto ore di lavoro, ogni pausa dieci minuti. Non può immaginarsi le scintille in quei dieci minuti. Qui in fabbrica i sindacati, Fiom, Fim, Uim, e M5s sono tutti contro il governo, il jobs act, la riforma. Inizi a parlare dei contenuti e ti accorgi che non li conoscono, ma ogni volta ti rispondono “è una riforma che mina la democrazia”. Allora gli chiedi perché, su quali basi, e ti accorgi che questa riforma la conoscono in poco”.

Gerardo racconta che oggi sono in 50 gli operai che aderiscono al Comitato per il Sì e che le discussioni coinvolgono sempre più persone. Racconta anche che come circolo di fabbrica Pd (due anni per ottenere l’ok dalla federazione provinciale del partito) di battaglie ne fanno parecchie e anche in questo caso di muri ce ne sono altrettanti. “Qui anche se piove danno la colpa a Renzi, poi si dimenticano degli 80 euro, dei permessi per allattare allargati anche ai padri, dei bonus per i figli che nascono, dei 500 euro per i loro figli, dei treni gratis per i figli degli operai che devono andare all’università… Capisco la critica ma noi che non guadagniamo tanto, che stiamo sui 1200-1300 euro al mese abbiamo accesso a tutte queste agevolazioni e non è che puoi dimenticartene e criticare soltanto il jobs act”.

Della vita della fabbrica, della classe operaia, Gerardo è non solo un rappresentante, ma un cultore. Ha scritto un libro, “Classe operaia” (Il quaderno edizioni) nel 2011 e dice che ormai “non si fa più politica nelle fabbriche e questo non fa bene a nessuno. Agli operai prima di tutti”. Racconta anche che insieme ai colleghi del circolo di fabbrica e a quelli dell’associazione, stanno organizzando una trasferta nelle zone terremotate. “Offriremo una colazione a tutti a base di ‘Frolle’, le nostre sfogliatelle”. In fabbrica, invece, si batteranno per il Sì al referendum e offriranno decine e decine di volantini, “già abbiamo iniziato ad attaccarli in bacheca”. Una battaglia, fatta a suon di attacca e stacca.

Vedi anche

Altri articoli