Napoli in carne e ossa, solo Toni Servillo la rappresenta così

Teatro
in primo piano Toni e Peppe Servillo

Superba prova dell’attore insieme al fratello Peppe

Scorrono uno a uno i grani di quel rosario eretico che è Napule di Mimmo Borrelli nella superba interpretazione di Toni Servillo, che cavalca la libera successione di rime baciate e alternate in cui si snocciolano i misteri di questa città gioiosa, dolente, gloriosa, inondata di luce.

Indugiando e rinforzando sillabe e fonemi – la ‘gn’, la ‘sc’, la ‘gl’, la ‘n’ -, soffermandosi una frazione di secondo in più su una parola, o chiudendo alcune strofe con un suono lungo, Servillo non potrebbe introdurci meglio a quello che è il senso e il titolo dello spettacolo, La parola canta, in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma (sala Sinopoli) fino al 14 febbraio.

Evoluzione del suo precedente Servillo canta Napoli vede ora coinvolto anche il fratello Peppe, cantante oltreché premiato attore ne Le voci di dentro, frontman degli Avion Travel, un gruppo che ha lasciato orfani una schiera di fans che sperano sempre che una volta o l’altra ritornino.

A loro è dedicato Sogno biondo, la canzone scritta insieme a Mario Tronco compresa in Poco mossi gli altri bacini, un album del 2002, qui inserita in una scaletta di classici napoletani che vanno da Està – Nun voglio fa’ niente e Guapparia scritte da Libero Bovio nel 1913 e ’14 a Maruzzella del ’54, attaccata da Toni a cappella, e continuata da Peppe, come O’ festino in cui i due dialogano fronte a fronte, in controluce e arretrati sul palco, dove lasciano in primo piano i Solis String Quartet, strepitoso quartetto d’archi che accompagna tutto lo spettacolo, anche con brani solo suonati, come Mozartango di Antonio Di Francia e Gerardo Morrone Minuano di Pat Metheny.

Ma è Napoli, convitata in carne e ossa, che vibra e pulsa attraverso le parole che suonano e risuonano anche negli echi, significanti di per sé, e poco importa se non sempre decodifichiamo il significato.

La Napoli di Eduardo, presente con Vincenzo De Pretore, di Litoranea di Enzo Moscato, restituita da Toni attraverso una magistrale scomposizione e ricomposizione della metrica lasciandoci alcuni lunghi secondi sospesi su una ‘a’ in mezzo ai ‘granchi’, di Fravecature di Raffaele Viviani, in cui le parole scarne e asciutte sembrano intagliate nel legno, o ribadite come chiodi, il rumore ossessivo, ansimante.

E poi c’è la Napoli di Michele Sovente, con la sua lingua che unisce italiano, latino e napoletano vernacolare. Un poeta morto cinque anni fa “ingiustamente poco conosciuto”, dice Toni prima di recitare Cose sta lengua sperduta, in italiano e in napoletano.

Non è tutto, ma la chiusa è di nuovo di entrambi, con un classico tra i classici, Te voglio bene assaje, scritta nel 1839 da autore ignoto. Comincia Toni, composto, con un melodico quasi parlato e segue Peppe, che in scena è sempre un segno in movimento: forte, nitido, elegante, che in quel modo lì non lo può fare nessuno.

Alla prima romana, che in realtà arriva dopo una lunga tournée, erano presenti in sala anche Franco Marcoaldi, autore di Commedianti, e Giorgio Battistelli, che ha composto le musiche di Sconcerto.

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