Musica o bachi da seta non importa: il sud non si rassegna

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Quattro storie di riscatto, rinascita e speranze. Tutte made in sud

Under 30, legati alle proprie radici e con un sogno: dimostrare che Sud non è uguale a rassegnazione, meridionale non significa indolente. E che, come diceva Ignazio Silone, Il destino è solo un’invenzione della gente fiacca e rassegnata.

I Tipi Tosti questa volta sono quattro. La prima è lucana, i suoi lavori rimandano alla Basilicata. Un giorno, non tanto lontano, spera di tornare nella sua terra in modo definitivo. Gli altri sono calabresi e stanno provando a realizzare un progetto unico, laddove in genere nessuno ha mai voglia di scommette niente.

Tatiana Tarsia è nata nell’ ‘89 a Policoro – un comune di diciassettemila abitanti, in provincia di Matera – un territorio con una storia antica, che sorge a poca distanza dalle rovine di Siris ed Heraclea. “Da qui – ci racconta – tanti giovani scappano. Anche io l’ho fatto, ma ogni fine settimana ci torno e sogno di restarci per sempre”.

Tatiana vive a Roma ed è una cantante. “Mio padre faceva il Dj – dice – e ho dovuto faticare molto per farmi conoscere, non avendo protettori. Prova ad immaginare quanto abbia sgomitato! Donna, meridionale, in un mondo, quello della musica, ancora piuttosto maschile. Dalla mia, però, ho sempre avuto la forza che mi ha trasmesso mia madre, donna testarda del Sud che, sin dall’inizio, mi ha incoraggiata a credere nei miei sogni. Quella della musica è una passione nata quando ero piccolissima. I primi concerti live  risalgono all’età dell’adolescenza. Li tenevo tra amici e parenti. Durante gli anni del liceo ho seguito corsi di canto e musica a Napoli. Ero molto presa dalla musica, per questo molti professori dicevano che mi applicavo poco a scuola.  Ho iniziato a viaggiare da sola a 15 anni.  A 18 mi sono trasferita nella capitale. In tanti erano convinti che non avrei mai fatto nulla con il canto. I miei sogni non erano facili da realizzare. Lo sapeva anche mio padre che, pur conoscendo le mie capacità, ha accettato la mia scelta con grande resistenza. I miei amici mi hanno sempre presa per un’illusa e solo dopo alcuni anni hanno capito che la musica sarebbe diventata il mio lavoro. Quando canto mi sento viva e non avrei mai potuto smettere. Oggi, quei parenti e amici che per tanto tempo mi hanno derisa, sono tutti miei fan. Ho dovuto, ripeto, lavorare tanto. All’inizio è stato difficile integrarsi a Roma. Ero sempre una persona che veniva da fuori a rubare il lavoro. Ma ho continuato a presentarmi a tutte le jam session per cercare di mettere su dei gruppi ed esibirmi. Anche qui un passo alla volta, e alla fine ci sono riuscita. Ho sofferto molte  depressioni artistiche, come tutti quelli che fanno lavori creativi e precari, però, ho sempre avuto la fortuna di incontrare persone che mi dicevano di non mollare. Il mondo della musica è molto competitivo. Molti cantano senza averne le capacità. E, purtroppo, non c’è spazio per tutti. Ma la musica non si fa per fama, solo per amore”.

Tatiana ha partecipato a vari concorsi – Premio Martini, Sanremolab, Girofestival, Festival di Napoli, classificandosi sempre nelle primissime posizioni. Ha fatto uno stage a Londra, a 20 anni è entrata nella Scuola di Arti Sceniche di Madrid, dove si è laureata e misurata con moltissimi artisti della scena musicale e teatrale spagnola.

“Tornata a Roma – aggiunge –  mi sono iscritta al  College Saint Louis e lì ho avuto la possibilità  di conoscere grandissimi musicisti italiani con cui ho lavorato. Di musica è difficile vivere. Ho fatto molti lavori per comprare strumenti e pagare le lezioni di canto. Oggi insegno in un’Accademia di musica e viaggio in tutta Italia per concerti e stage. Giro come una trottola, ho dovuto accettare di vivere lontano dalla mia famiglia, ma è proprio questo che mi rende orgogliosa di me”.

Il produttore artistico del nuovo progetto in cui Tatiana  propone vari brani della musica italiana anni Sessanta e Settanta, è  Giuseppe Marco Albano, regista lucano, che nel 2015 ha vinto il David di Donatello.

“Ci eravamo già sentiti qualche anno fa – racconta Tatiana –  Lui aveva visto alcuni miei video e mi aveva scritto per farmi i complimenti.Poi quest’anno ci siamo finalmente conosciuti e abbiamo parlato di musica, delle nostre passioni. In pochi mesi Giuseppe ha creato una squadra e deciso di sostenere il mio progetto. Lui è come me, l’anima di questa idea. Inutile dire che i miei lavori risentono molto delle nostre tradizioni. Ogni volta che canto porto con me l’animo selvaggio delle mie radici, le sfumature della mia Basilicata, terra aspra, ma carezzevole. Una volta uno mi ha detto: “La tua voce è un velluto raffinato e il tuo mondo e la tua semplicità vengono fuori perché sei vera. Sono autentica, ma schietta, come molti meridionali e penso che questo sia uno dei complimenti più belli che abbia ricevuto”.

Progetti? “Mi piacerebbe lavorare – dice – con artisti come Eduardo De Crescenzo, Fabio Concato, ma anche Caterina Caselli e produrre il mio disco di inediti. Non so cosa mi riservi il futuro, ma sono certa di una cosa: la musica mi ha reso una persona migliore, che si diverte a sfidarsi sempre. Avere delle passioni e inseguire i propri sogni ci rende unici e forti. Un giorno insegnerò questo ai miei figli”. Il nuovo progetto di Tatiana Tarsia è online .

i tre della cooperativaI calabresi, invece, sono: Domenico Vivino (’87), laureato in Comunicazione Pubblica, sociale e politica, Miriam Pugliese (’89), diplomata in Relazioni internazionali e Marketing e Giovanna Bagnato (’89), diplomata presso la scuola d’arte di Squillace. Tutti e tre di San Floro, una realtà di 600 abitanti, in provincia di Catanzaro. Amici da tanti anni, nel 2014 hanno fondato la cooperativa Nido di Seta.

“Due anni fa – ci dice Domenico – il Comune ci ha dato per venti anni in concessione un terreno, destinato alla coltura dei bachi da seta, che aveva 2.500 piante di gelso. Abbiamo ottenuto anche la gestione del Museo della seta – la vera attrazione del piccolo comune – che si trova in un castello del 1400, sempre di proprietà comunale. Ci siamo detti: perché non sfruttare le risorse che abbiamo? Perché emigrare? In genere su queste terre nessuno ha voglia di scommettere. Anzi, alla prima occasione si fanno le valigie e si va via. Noi siamo rimasti e abbiamo creato per gli abitanti anche un nuovo modo di vivere insieme, fatto di cose semplici, natura, tradizione, aria pulita e mangiare sano. La nostra cooperativa è diventata un punto di aggregazione per tutto il territorio”.

Dalla terra al gelso, dal gelso al baco e dal baco alla seta. “Il progetto di Nido di Seta – dicono Miriam e Giovanna-  è partito con una filosofia di crescita che si basa sulla valorizzazione delle risorse locali, integrando agricoltura, artigianato e servizi turistici. Abbiamo lavorato tanto per mettere a posto l’area naturalistica, ripristinare il gelseto e rendere fruibili tutte le strutture. E tutto con pochissime risorse. Certo, una mano ce l’hanno data amici e parenti, ma il lavoro più considerevole – i primi quattro mesi sono stati massacranti – continuiamo a farlo solo noi tre. Siamo tenaci, appassionati e, anche se ancora non abbiamo entrate, crediamo di aver dato a questa terra opportunità di crescita. Qualcuno, che aveva in mente di andarsene all’estero, comincia a pensare di poter fare qualcosa qui. Stiamo ancora oggi effettuando modifiche, ristrutturazioni per offrire il massimo in tutti i servizi. Da aprile ad ottobre arriviamo a lavorare anche per dodici ore ogni giorno. Ma non ci pesa.”

Se Miriam e Giovanna hanno dovuto imparare in questi anni, Domenico ha una lunga esperienza con i bachi da seta. Li alleva da quando era bambino.  Ma perché puntare sul baco da seta? “Il nostro comune – spiegano – era uno dei maggiori produttori di bozzolo fresco dal 1400 al 1700. Con la vecchia Giunta comunale si era portato avanti un progetto per la ripresa della coltura di gelsi. Erano stati piantati 3500 alberi ed era nato il Museo della seta. Con il cambio di amministrazione il progetto si è interrotto. Abbiamo pensato di riprenderlo, dopo dieci anni, consapevoli che non sarebbe stato facile. Ce l’abbiamo fatta e oggi la nostra idea piace a privati, trasformatori di prodotti agroalimentari, intenditori del nostro tessuto, amanti della natura, scuole, turisti nazionali e internazionali,  i cosiddetti sensation seekers”.

In futuro? “Abbiamo un sogno – rispondono – realizzare la nostra linea di abbigliamento, biancheria per la casa con la nostra seta pura e tinta solo con elementi naturali del territorio. Creeremmo un prodotto unico e, soprattutto, utile ad identificare il nostro territorio. Ci auguriamo anche che i servizi offerti dalla nostra Cooperativa vengano inseriti presto in circuiti turistici internazionali. Ci sono mille ostacoli, di natura politica ed economica. Ma non pensiamo di mollare. In questi due anni abbiamo imparato a trasformare gli ostacoli in opportunità. Siamo tosti, perché, nonostante le difficoltà di questa terra, abbiamo deciso di viverci, lavorarci, recuperando quello che era rimasto abbandonato per anni”.

 

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