Muore a 77 anni Abbas Kiarostami, maestro del cinema iraniano

Cinema
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Vincitore della palma d’ora a Cannes nel 1997 con “Il sapore della ciliegia”, il regista è stato tra i grandi protagonisti della “New Wave” cinematografica iraniana

Ci ha lasciato ieri, all’età di 77 anni, Abbas Kiarostami, il più influente e controverso regista iraniano. La sua opera ha contribuito, soprattuto negli anni ’80 e ’90, a veicolare il volto più artistico e “umano” degli Iraniani, in un’epoca in cui l’occidente guardava con sospetto ai regimi post rivoluzione degli ayatollah.

Laureatosi a Tehran negli anni sessanta presso la facoltà di Disegno e Belle Arti, Kiarostami comincia la sua carriera come illustratore e poi occupandosi di pubblicità. Il suo interesse per il cinema si sviluppa di pari passo a un incarico ottenuto all’interno del Kaun, dipartimento iraniano per “lo sviluppo intellettuale dei ragazzi e dei giovani adulti”. Il futuro regista dirigerà il dipartimento per cinque anni, girando allo stesso tempo il suo primo film, Bread and Alley, del 1970. La sua poetica si sviluppa e acquisisce contorni ben definiti grazie a questa esperienza: Il Kaun è deputato a produrre film educativi per ragazzi, senza nessuna aspettativa di riscontro commerciale, e questo influirà anche sul lessico realista del Kiarostami degli anni a venire.

Schermata 07-2457575 alle 18.26.30Vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1997 con Il sapore della ciliegia, autore di indiscussi capolavori come Close Up (1990) e lungometraggi che gli hanno garantito una certa visibilità anche in occidente (è il caso di E la vita continua del 1992), Kiarostami è, a suo modo, un innovatore. Ma la sua arte non nasce come fenomeno isolato, piuttosto va contestualizzata all’interno della cosiddetta “New Wave” iraniana: una corrente cinematografica che si sviluppa a partire dagli anni sessanta e che si contraddistingue sia per un certo realismo che per l’uso di metafore come espedienti stilistici. Kiarostami si appropria di entrambi questi linguaggi: quello metaforico, in particolare, da sempre insito nel dna culturale degli iraniani, sembra nel suo caso un mezzo ideale per poter parlare dei problemi sociali e politici dell’Iran riuscendo a eludere la censura.

Ma più di ogni altra cosa, a caratterizzare il cinema di Kiarostami è il meccanismo attraverso il quale viene gestito il non detto, il sottinteso, ciò che non viene mostrato. I suoi film pullolano di tracciati invisibili, lasciati alla libera interpretazione dello spettatore, che spesso è stimolato a interagire con l’opera del regista per metterla a fuoco, per intuire le motivazioni personali dei personaggi, per ricostruire il percorso di senso che innerva le storie.

Con Kiarostami se ne va l’artefice di un cinema che celebra il linguaggio filmico nella sua ricchezza: un linguaggio mai ridondante, quasi una sorta di “economia espressiva”, ma sempre mirata a cogliere l’universale. I suoi lavori riescono a evitare l’esotismo compiaciuto attraverso il quale spesso viene raccontato il terzo mondo; la sua arte interroga istanze fondamentali dell’uomo e allo stesso tempo rende lo spettatore partecipe di questa indagine. Ne viene fuori una ricerca dell’essenziale in cui non c’è differenza tra le forme di vita che abitano remote aree rurali dell’Iran, e quelle che occupano le file dei cinema d’essai nel mondo occidentale.

(Foto © Nosrat Panahi Nejad  Abbas Kiarostami a Palermo 1996)

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