Mps, fatti non illazioni. Sentiero stretto tra bail-in e vigilanza Bce

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Il ministro Padoan ha spiegato che la normativa europea rende impraticabili “soluzioni finali” con soldi pubblici

La lettera del ministro Padoan al Corriere del Sera del 4 ottobre ha chiarito la posizione del governo sulla questione del Monte dei Paschi. Il punto centrale è che, data la normativa europea, “sono impraticabili, e peraltro non necessarie, le spesso invocate e presunte ‘soluzioni finali’ con massicce iniezioni di soldi pubblici”. Il fatto è che la minaccia del bail-in ha tolto ai governi lo strumento dell’intervento pubblico, inteso come intervento di ultima istanza potenzialmente necessario per mantenere la fiducia nel sistema bancario.

Fino a poco tempo fa, di questo si discuteva quasi solo in Italia. Oggi invece, il tema è al centro delle preoccupazioni dell’intera Europa per via delle difficoltà di Deutsche Bank. Peraltro, spiega ancora Padoan, l’intervento pubblico nel caso delle banche italiane non è necessario. Anche questa frase va letta alla luce della direttiva europea che consente l’utilizzo di denaro pubblico, in deroga alle norme sugli aiuti di stato, ma solo nel caso di una crisi che possa essere definita sistemica, una qualificazione che difficilmente può essere applicata all’Italia. In punto di analisi economica, si può obiettare che anche una crisi di dimensione limitata può avere conseguenze sistemiche, se mina la fiducia nel sistema bancario.

Questo è con tutta evidenza quello che è successo in Italia. La crisi del Monte dei Paschi è venuta alla ribalta dopo la comunicazione da parte della Bce dell’esito negativo degli stress test, conseguenza questa di una storia di errori e malversazioni che risalgono all’acquisto di Antonveneta nel 2008 ad un prezzo che, con il senno di poi, ci appare esorbitante, nonché dell’accumulazione di sofferenze dovute alla lunga recessione economica. Ma la questione si sarebbe posta con meno urgenza se l’anno scorso non ci fosse stata la caduta di fiducia dovuta al bail-in di quattro piccole banche. A queste difficoltà si aggiunge il fatto – spiega Padoan – che la vigilanza sulle banche è passata dalla autorità nazionali alla Bce in un contesto nel quale – aggiungiamo noi – l’unione bancaria è gravemente carente, in parte per via dell’opposizione tedesca alla costruzione del fondo comune per la garanzia sui depositi bancari.

La vigilanza europea fa fatica a tenere conto delle specificità nazionali e ci impone obblighi di ricapitalizzazione molto onerosi in un contesto in cui nessuno sembra interessato a comprare le banche a causa della loro bassa redditività. Il 29 luglio scorso scadeva il termine fissato dalla Bce per presentare un piano per la messa un sicurezza di Mps. Come noto, il piano concordato con la banca d’affari Jp Morgan era stato discusso preventivamente con la vigilanza e fu in effetti approvato dalla Bce. Un piano alternativo, di cui si fece portavoce l’ex ministro Corrado Passera, fu presentato poche ore prima della scadenza e, per quanto si sa, non sarebbe stato preso in considerazione dal consiglio di Mps.

Dato che ad oggi l’operazione con Jp Morgan non si è ancora realizzata, è comprensibile che alcuni commentatori, come Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera del 3 ottobre, si pongano delle domande su perché ciò sia accaduto e perché non siano stati presi in considerazione piani alternativi. Al riguardo, Padoan ci informa che “la banca ha presentato alla Bce le linee guida di un piano valido, convincente, nel quale il consiglio d’amministrazione crede e che gode del sostegno dell’azionista principale“, ossia del Tesoro tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Dal che si evince che i piani alternativi non avevano la stessa validità. Non ne sappiamo la motivazione, anche perché notizie su operazioni di questa natura sono coperte da riservatezza ai sensi della normativa Consob. Ma possiamo osservare che, ad esempio, del piano Passera non sono noti nemmeno i nomi dei fondi che sarebbero disposti a mettere i soldi o le garanzie necessarie.

E possiamo chiederci se non ci siano ostacoli relativi alla possibilità che tale piano sia accolto dalla Vigilanza. Le ragioni possono essere tante e – ripetiamo – le domande sono legittime. Non altrettanto legittime ci sembrano certe illazioni non tanto sul ruolo di alcune persone estranee alla vicenda, come l’imprenditore Marco Carrai (questione che De Bortoli ha chiarito in modo inequivoco), ma sui rapporti che potrebbero intercorrere fra chi ha responsabilità istituzionali e questa o quella cordata di imprenditori o banchieri interessati alle operazioni. Non ci convincono quindi ricostruzioni come quella pubblicata sul Fatto Quotidiano del 3 ottobre da Massimo Mucchetti, che ci sembrano più frutto di intelligenti supposizioni (chi ha parlato con chi, chi è amico di chi) che di fatti finanziari concretamente verificabili.

Il problema del Monte dei Paschi è serio come è serio quello delle quattro good banks che Roberto Nicastro finora non è riuscito a vendere. Se ci fosse una soluzione semplice e conveniente a questi problemi, sarebbe già stata adottata. Nessuno può dubitare che l’unico interesse che muove i vertici delle nostre istituzioni sia diverso da quello di mettere in sicurezza le banche. Le conseguenze di scelte sbagliate o anche solo di distrazione o negligenza sarebbero troppo gravi.

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