Mosul: le battaglie dell’ottavo giorno

Reportage
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I territori sui quali si combatte pullulano di villaggi e in ciascuno c’è uno scontro da combattere, trincee da colmare e riscavare, congegni da sminare, cecchini da stanare, sicché si procede a passo d’uomo

Ed eccoci all’ottavo giorno. Al settimo non si riposarono. Continuarono gli scontri attorno a Mosul, si liquidò quasi del tutto la pendenza di Kirkuk. All’ottavo giorno continuarono attorno a Mosul e anche a Sinjar, la città e la montagna rese atrocemente famose per la caccia agli yazidi nell’estate di due anni fa, e anche a Rutba, cittadina sunnita nell’Anbar occidentale, la provincia di Ramadi. È chiaro il proposito dell’Isis di moltiplicare le sortite sui fronti più diversi per allentare e dirottare la stretta su Mosul.

I territori sui quali si combatte pullulano di villaggi, a volte mucchietti di case di mattoni forati di cemento grigio e casupole di fango seccato, le più povere e le più belle. E in ciascun villaggio c’è una battaglia da combattere, trincee da colmare e riscavare, congegni da sminare, cecchini da stanare, sicché si procede a passo d’uomo – e infatti i soldati vanno a piedi dietro lo scudo dei grossi blindati, avanzando e fermandosi continuamente come in una nostra processione del Venerdì santo. E a volte da un villaggio espugnato bisogna ritirarsi per una sortita nemica – succede più spesso all’esercito iracheno e ancora più alla sua copia rumorosa, la milizia sciita, dicono i peshmerga.

I peshmerga, a parte le dichiarazioni ufficiali, dubitano dell’efficienza militare e dello spirito degli iracheni e vi assicurano che i piani sono una cosa e i fatti un’altra. E che nei fatti a loro toccherà, e tocca già, un compito molto più vasto di quello previsto dai piani. Sul Sinjar l’attacco dell’Isis è stato respinto distruggendo un buon numero di autobomba e uccidendo più di 15 uomini dell’Isis. Il Sinjar appare periferico rispetto alle principali direttrici su Mosul, ma va tenuto d’occhio perché vi si concentra il grosso della forza dei combattenti curdo-turchi del Pkk – quelli che Erdogan considera il nemico principale, ben più dell’Isis – e i loro affiliati curdo-siriani, oltre a gruppi consistenti delle minoranze, soprattutto gli yazidi, che nel Pkk trovarono al momento più tragico della persecuzione un sostegno strenuo.

I turchi, l’abbiamo detto, stanno ostentatamente nella partita di Mosul per avere una voce in capitolo sul riassetto della regione e perché sono gonfi di nostalgie ottomane: ma anche perché vi si regola una quota ingente del conto con i loro curdi. Lo stato maggiore del Pkk sta da sempre in esilio sui monti Qandil, nel Kurdistan iracheno al confine con l’Iran, ed è bersaglio costante dei bombardieri turchi che ignorano la sovranità curdo-irachena.

Sono persuasi, i capi del Pkk, che una volta sgombrata Mosul dal califfato, turchi di Erdogan e curdi di Barzani vorranno chiudere la partita con loro. È difficile dire se questa loro previsione sia fondata: Barzani e il suo Pdk – il partito che controlla larghissimamente la parte del governo regionale curdo, il Krg, di Erbil e Dohuk – sono sì in buoni termini con la Turchia e insofferenti della presenza armata del Pkk, il quale per giunta mira a una redistribuzione del territorio di Ninive che gli dia un «cantone».

Ma fare da spalla alla Turchia in una guerra finale con il Pkk, che peraltro gode di vasta simpatia militare e «nazionale» nell’altro grande partito, il Puk di Suleimania e Kirkuk, potrebbe costare carissimo a Barzani, che è un politico avveduto. Comunque sia, questa è una delle dieci (tante ne contò il Washington Post) o dodici guerre che covano dentro la guerra di tutti, in teoria, contro l’Isis. C’è, proprio dirimpetto, l’Iran, il cui uomo forte, Qassem Suleimani, il capo delle Guardie Rivoluzionarie all’estero, domenica era a Suleimania a incontrare i dirigenti curdi, quando a Kirkuk i fuochi non si erano ancora spenti. Torniamo un momento a Kirkuk.

L’Isis non può illudersi di suscitarvi un seguito come quello che ottenne a Mosul nel giugno del 2014, e che era preparato da un lungo e aggressivo radicamento fra la popolazione sunnita: se non altro perché Kirkuk è fieramente curda nella maggioranza dei suoi cittadini. Ma la vasta popolazione arabo-sunnita, più che raddoppiata dall’av – vento degli sfollati – oltre 700 mila, si calcola ora – fa credere all’Isis nella possibilità di qualcosa di più che un’azione di disturbo. Domenica, mentre si consumavano gli ultimi attacchi suicidi nella città, gli uomini della Terza Divisione delle forze speciali di Kosrat, vicepresidente del Krg e leggendario veterano di Suleimania, hanno reagito alla reticenza sullo scacco subito da Kirkuk diffondendo notizie drammatiche sul rischio corso – una larghissima parte della città in preda alle scorrerie degli assalitori Isis.

Hanno mostrato un video, diffuso in esclusiva dal quotidiano online Ilpost.it, nel quale il principale artefice dell’incur sione Isis, l’«emiro» Abu Islam alias eccetera, catturato vivo – un vigliacco, con il suo criterio – riferisce dettagli allarmanti: più di cento combattenti fatti entrare a Kirkuk da residenti che hanno corrotto la polizia ai check point e predisposto le loro incursioni armate su furgoni Kia verso i diversi bersagli scelti. Le notizie ufficiali avevano parlato di «una falla nella sicurezza» e una cattura attuata da civili.

I veri autori della cattura sono i peshmerga del brigadiere generale Mohammed Ali Balambo, curdo e svedese, rientrato per battersi contro il califfato. A Kirkuk ieri erano un’ottantina gli arrestati per complicità «terrorista» con l’Isis, che ha lasciato sul terreno un centinaio di uomini; e pochi meno sono morti purtroppo fra i peshmerga e i volontari. Sul fronte orientale di Mosul, in particolare attorno a Bashiqa, l’avanzata di curdi e militari iracheni coincide con rappresaglie sempre più feroci dei Daesh nei confronti della gente inerme che cerca di scappare e dei loro stessi militanti renitenti al suicidio. In 40 di questi sarebbero stati assassinati ieri mattina ad al-Ghazaliya, a sud di Mosul, e fra loro parecchi combattenti stranieri.

Rispondendo alle rimostranze dei peshmerga sull’insufficiente copertura aerea gli americani hanno dichiarato ieri che in nessuna settimana dall’inizio della coalizione si era bombardato tanto come nei sette giorni appena trascorsi, che forse è vero, ma occorre decidere se si sia bombardato molto ora o poco prima. Chiuderò questo articolo con le parole per me non inaspettate e per troppi dei nostri connazionali scandalose, di monsignor Rabban Al-Qas, vescovo di Zakho e Amadya dei caldei, Kurdistan iracheno, consegnate alla Fondazione Pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre: « L’attacco sferrato dai militari dell’e s ercito del governo di Baghdad e dai peshmerga curdi a Mosul, roccaforte dell’Isis in Iraq, è per noi fonte di rinnovata speranza». Non commento, ho già commentato.

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