Mosul, l’altra riva del fiume

Mondo
immagine

Il racconto di guerra di Adriano Sofri

Ieri gli scontri sono continuati nel sobborgo di Gobjali, più rarefatti, e la «Brigata d’Oro» irachena si è dedicata soprattutto alla ripulitura degli spazi conquistati.

I fiumi sono fatti per distinguere e unire le due metà delle città. Per dare una fisionomia diversa a ciascuna metà –trastevere, l’oltrarno, la rive gauche- e però congiungerle come una cerniera, come il bordo fra due pagine.

Mosul ha la sua riva sinistra e la sua riva destra, fortissimamente caratterizzate e fittamente cucite insieme dai ponti e da un viavai di imbarcazioni. La riva sinistra, che era stata già la splendida Ninive, fu poi la parte povera, una città di ripiego che guardava con soggezione alla Mosul della ricchezza e dei pascià.

Ora si combatte ancora sulla riva sinistra, ma presto la battaglia si sposterà sul fiume, ridiventato una spaccatura fra due città. Di là c’è quel milione e oltre di persone il cui destino è appeso ai fili di una violenza imprevedibile. Più che mai, con la distanza bruciata, ci si chiede che cosa proverebbe quella gente di fronte alla disinvolta lungimiranza con cui altrove ci si intrattiene sul dopo Mosul.

Lunedì il consigliere del segretario generale Onu per la Prevenzione del Genocidio, il senegalese Adama Dieng, ha pubblicato una dichiarazione su Mosul. Il suo allarme ha il merito di cominciare dalla condanna ribadita «dell’assoluto disprezzo per i diritti umani e il diritto internazionale da parte dell’Isis, appena confermato dai sequestri e dalle uccisioni di massa di civili e dal loro uso come scudi umani, dal ricorso a armi chimiche e da rappresaglie indiscriminate».

Il giorno prima l’Isis aveva tentato di deportare da Hammam al-Alil 25 mila persone da ammassare in una base militare già adibita a mattatoio umano. Formulato questo allarme, e raccomandata la documentazione dei crimini per cui un giorno i responsabili dell’Isis dovranno comparire davanti a un Tribunale Internazionale, Dieng ricorda al governo iracheno l’obbligo di perseguire immediatamente qualunque rappresaglia da parte delle sue forze regolari o delle forze loro associate –leggi le milizie sciite. Esprimendo la preoccupazione di violenze settarie sciite contro i sunniti Dieng aiuta a ricordare come l’esistenza stessa di forze armate sul fondamento di un’appartenenza religiosa sia inconcepibile, almeno quando la religione di quelle forze è al potere, come nel caso dell’Iraq –anzi, è doppiamente al potere, a Bagdad e a Teheran.

«Bagdad non ha un amico migliore di Ankara»

Ieri, le milizie sciite hanno dichiarato ulteriori avanzate nella direzione di Tal Afar, che avrebbe messo sotto il loro controllo le principali vie di comunicazione fra l’Isis di Mosul e quella di Raqqa. Ancora ieri la febbre fra turchi e iracheni sembra essersi repentinamente abbassata.

Dopo che il primo ministro Abadi aveva avvertito i turchi che avrebbero «pagato caro» la decisione di far guerra all’Iraq, il governo turco ha rimpiazzato la voce del ministro della difesa con quella del ministro degli esteri, che ha soavemente dichiarato che «Bagdad non ha alcun amico che le sia più amico di Ankara». E una così intima amicizia non sarà guastata dalle mene di «altri paesi» –cenno sobrio all’Iran. Ieri ancora la truppa sunnita arabo-turcmena addestrata dai turchi nel campo del distretto di Bashiqa, rinominata «I Guardiani di Niniveh», ha vantato la liberazione dall’Isis della zona di Abassiyah, fino a «meno di 3 km a sudovest di Mosul». (Non lontano cioè dall’area in cui operano le milizie sciite).

Il momento di Hawijia

A sera di ieri si è avuta notizia di raid aerei americani e alleati su Hawijia e Riaz, che fanno pensare che sia arrivato il momento tante volte rinviato della liberazione di Hawijia, l’irriducibile roccaforte dell’Isis a sud di Kirkuk. Là l’azione sul terreno spetterà ai peshmerga del PUK, che non hanno rivendicazioni su Hawijia ma ne subiscono gli attentati su Kirkuk. A Suleimaniah però si ritiene che l’azione militare inaugurata dai raid aerei non abbia di mira direttamente Hawijia, nemmeno questa volta, ma l’allargamento del suo territorio liberato così che la marcia irachena da sud a nord non debba trovarsi in una strettoia. Anche qui un grosso problema è posto dalla pretesa di Hashd al-Shaabi sciita di intervenire, respinta da curdi e americani. Io non scrivo dal fronte di Mosul, mi muovo altrove, come potete leggere qui oltre.

Leggo e guardo anch’io, col vantaggio della vicinanza, le testimonianze di chi vi si trova: i servizi televisivi di Lucia Goracci, fra quelli che riesco a vedere. Voglio citare un video pubblicato dalla curda (di Erbil) agenzia Rudaw, breve quasi come un batter d’occhi. Più esattamente, breve come il gesto di liberare la testa e il viso da un velo nero. È una giovane donna, dev’essere appena scappata, e fa quel gesto prima ancora di fermare la propria corsa. In tempo per tornare a essere se stessa.

 

Vedi anche

Altri articoli