Mosul, il fronte sud e le donne peshmerga

Reportage
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È raro che di loro si parli, e perfino che se ne conosca l’esistenza, all’opposto che per le donne del PKK turco-curdo e del Rojava, ma una divisione femminile del PUK esiste fin dal 1996

Eravamo a Kirkuk, dove si stimava che fossero ancora in circolazione alcune decine di miliziani Daesh sbandati degli almeno 150 che avevano condotto l’attacco lo scorso 21 ottobre, quando la sicurezza curda ha avuto notizia che si stesse per tentare un attacco analogo a Suleimaniah.

Dunque ci siamo spostati al suo seguito a Suleimaniah, di cui non voglio dire che sia la più bella città curda per non far torto alle altre, ma è senza dubbio la città curda in cui è più bella e dolce la vita.

Sciiti contro sunniti, sciiti contro curdi

Fra domenica e lunedì la polizia ha dunque arrestato nei capoluoghi provinciali di Suleimaniah e Halabja e i distretti di Raparin e Garbiyan più di 40 persone sospettate di voler attaccare per conto dell’Isis le sedi del governo e del partito che ha la larga maggioranza nella città, il PUK, con autobomba e attacchi suicidi. Suleimaniah è in apparenza la grande città più al riparo dalle minacce terroriste. In realtà è in prima linea nella difesa di Kirkuk e del suo territorio e nel confronto con la roccaforte meridionale dell’Isis, Hawijia. Quella stessa Hawijia largamente sunnita sulla quale ieri le sciite Forze di Mobilitazione Popolare, Hashd al-Shaabi, hanno proclamato di voler marciare, nonostante l’opposizione degli arabi sunniti, dei curdi e degli americani.

Hawijia, più di 150 mila abitanti, nonostante un esodo ingente, e 400 mila nel distretto, è uno snodo strategico nella direzione di Mosul e un centro decisivo per la sicurezza di Kirkuk, che da lì subisce i ricorrenti attacchi suicidi. Attorno a Hawijia, come già a Tuz Khurmathu, città mista quest’ultima ma con una maggioranza sciita turcmena, la tensione fra peshmerga curdi e milizie sciite è fortissima ed è sfociata più volte in scontri armati e morti.

A questa duplice tensione –milizie sciite contro sunniti da una parte, contro peshmerga curdi dall’altra- si attribuisce la dilazione, militarmente illogica, della espugnazione di Hawija all’Isis, cui i curdi di Kirkuk e Suleimaniah si dichiarano pronti da tempo. Manca soltanto l’appoggio aereo americano. Be’, «soltanto».Quando parlate in confidenza con i comandanti peshmerga e i dirigenti politici più avvertiti e schietti, vi dicono che i bombardamenti aerei americani (e francesi) sono stati e restano decisivi in ogni scontro con le forze dell’Isis. Le quali sono strenue in battaglia e dispongono, a partire dalla rotta dell’esercito iracheno nel giugno del 2014, di armamenti incomparabilmente superiori a quelli di cui la coalizione avaramente fornisce i suoi stivali sul terreno, e specialmente i curdi.

Le donne peshmerga dalle belle e buone lingue

immagine2 Di questo argomento avevo raramente sentito parlare così francamente come ieri a Suleimaniah in un incontro con le donne peshmerga del PUK. È raro che di loro si parli, e perfino che se ne conosca l’esistenza, all’opposto che per le donne del PKK turco-curdo e del Rojava, che si sono guadagnate l’attenzione impressionata dei media per la combinazione fra prodezza e protagonismo sociale e politico. Una Divisione femminile del PUK esiste invece fin dall’11 novembre 1996, dicono fieramente, quando fu voluta da Jalal Talabani, la prima in tutto l’Iraq. Il PDK ha una sua forza femminile solo da un anno. Ora sono circa 500 in 4 battaglioni, a capo una signora generale di brigata. Le prime due ad accoglierci hanno il grado di capitano, si chiamano Joana e Chinoor, hanno partecipato «dall’Ora Zero del primo giorno» all’offensiva per Mosul, sul fronte di Khazer. Hanno un passato di combattenti contro i fanatici jihadisti di Ansar al Islam, la banda terrorista del famigerato Mullah Krekar, quello che la Norvegia sogna di trasferire in Italia. Poi alla guerra contro Saddam e ora contro l’Isis, soprattutto a Khanaqin e a Kirkuk. «Siamo pronte a sacrificare la vita per il Kurdistan», dicono, ma lo dicono con un tono meno marziale e quasi affabile, a differenza dei maschi. 30 di loro sono state addestrate da istruttrici e istruttori italiani, che ora sono via per un cambio turno. Hanno ricevuto una prima istruzione nella lettura delle mappe, poi due corsi, uno di tiro uno di fanteria.

Apprezzano, ma «ci istruiscono su armi vecchie e superate, così tutt’al più impariamo qualche espediente tattico. Dovremmo imparare a usare le armi nuove, quelle che usa l’Isis. Prendete un’arma preziosa come il missile anticarro franco-tedesco Milan, che peraltro è nuovo per modo di dire. Be’, noi ne abbiamo uno solo per ciascuna Divisione! Gli istruttori dovrebbero avvertire i loro governi che il nostro arsenale è decrepito. E i loro governanti si fanno un’idea ridicolmente sbagliata quando vengono in visita e vedono le guardie del corpo dei nostri capi politici munite di armi smaglianti. E invece peshmerga e comandanti si arrangiano spesso a comprarsi armi migliori coi loro soldi, se ce li hanno».

Le donne peshmerga sono reclutate su base volontaria. Che cosa pensate delle militanti curde del PKK e del Rojava siriano, la YPJ? «Siamo fiere del loro valore. Siamo fiere di tutte le donne che si battono per la propria libertà». Loro adottano accanto a una convinzione femminista una morale sessuale molto rigida. «Sono situazioni diverse. Noi qui abbiamo il nostro Stato di fatto, e lo avremo anche di diritto. Loro combattono una guerra partigiana, come noi negli anni ’80. E sulla morale sessuale noi possiamo essere più libere. Sposarsi fra peshmerga, avere figli. Anche da noi ci sono voci favorevoli a una disciplina più rigida. Dicono: poi rimangono incinte… Ebbene, se rimangono incinte faranno come tutte le altre donne», ridono.

Le donne peshmerga, a parte le situazioni di emergenza, fanno 4 giorni di servizio completo in caserma e 8 di riposo. E i pregiudizi dei maschi sulle donne soldato? «Anche loro sono capaci di qualche progresso –ridono ancora –specialmente dopo l’Isis». Il nostro accompagnatore, Ari Taha, un veterano che ora ha un ruolo che si potrebbe dire di commissario politico, racconta di un celebre comandante curdo, Mam Khafour, che un giorno arriva con la sua truppa scelta a un check-point sorvegliato da donne.

Il convoglio è fermo, le peshmerga chiedono i lasciapassare, lui chiede che cosa succede, sono donne, gli dicono. «Noi col cazzo non abbiamo combinato niente, e ora vogliamo liberare il Kurdistan con la fica?».

(Storie così ce ne sono tante, e vere. Un altro famoso comandante curdo, Mahmoud Sangawi, sente che sono state assegnate delle pensioni di veterane combattenti a parecchie donne, e commenta: «Se c’erano tutte quelle donne in montagna come mai correvamo dietro agli asini?»).

Nasreen, Rangin, Aji Nasreen Hamlawa è davvero una veterana della montagna ora è colonnello, parla francamente delle divisioni dentro il PUK. «Sono naturali –dice- siamo liberi. Il PUK ha un numero enorme di caduti, ed è la più dedita forza combattente. Pressoché tutti sono parenti di caduti, ed è questo alla fine a unirli».

immagine1Lei è la madre della giovane donna il cui viso è ritratto su un cartellone all’ingresso del loro reparto, e su un manifesto nell’ufficio del comando. Si chiamava Rangin, era tiratrice scelta, aveva 26 anni e il grado di tenente quando, il 30 gennaio 2015, fu uccisa in battaglia contro l’Isis a Daquq, la cittadina a sud di Kirkuk. Una sua sorella, Aji, è viva e fa il suo servizio nello stesso battaglione. La signora Nasreen si lascia fotografare con il ritratto di Rangin da un lato, e la sorella viva dall’altro.

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