Mosul, cronaca di una battaglia

Reportage
epa05579749 Iraqi Kurdish Peshmerga fighters take up positions around the town of Basheqa which remains on the frontline of fighting between Kurdish forces and militants from Islamic State (IS), 150 Km northeast of Erbil, Iraq, 10 October 2016. Media reports said Islamic State militants are isolating the inhabitants of Mosul from the outside world as the operation as the operation to liberate the northern Iraqi city from their hands seems imminent. Major General Nur al-Din Hussein, a Peshmerga Commander on the Pasheqa front line said Kurdish forces are ready for the upcoming offensive to liberate Mosul city.  EPA/AHMED JALIL

L’incredibile racconto con i peshmerga del Puk incaricati di prendere tre dei nove villaggi in mano a Daesh, ultima barriera per l’avanzata dell’esercito iracheno

Dunque la madre di tutte le battaglie, come dicono gli scemi di ogni battaglia, è cominciata davvero.

Avendone raccontato premesse e posta qui domenica scorsa, me ne risparmio la ripetizione, e rinvio invece alle cronache che ormai trovate dovunque. L’esercito iracheno si è mosso – i peshmerga più sarcastici vi diranno che l’esercito iracheno si muove da fermo, e in effetti ho appena visto una numerosissima parata dei militari iracheni in impeccabili uniformi nere ai bordi di una strada di passabile circolazione, con dozzine di carri armati alle spalle. Si vantano di essersi mossi, in barba a tutte le diffide, i miliziani sciiti Hashd al-Shaabi, e hanno messo in rete i loro carri in marcia verso Mosul.

Il presidente curdo, Masoud Barzani, ha tenuto una importante conferenza stampa sul suo fronte, a Khazir, confermando di aver congelato i propositi di un imminente referendum sull’indipendenza, e lodando l’unità senza precedenti fra i peshmerga e i militari di Baghdad.

La convinzione corrente, che Barzani ha del resto evocato francamente, è che fra lui e Abadi, il premier iracheno, si sia concluso un accordo che dà al Krg, il Governo Regionale Curdo, tutti i territori occupati nel corso della guerra all’Isis: un grosso acquisto per i curdi. Ha ammonito anche che la liberazione di Mosul prenderà tanto tempo. Intanto ci sono le prime notizie sulle fughe riuscite o tentate della gente di Mosul; più verosimilmente, non sta ancora fuggendo nessuno. Di turchi, curdi del Pkk e altri scomodissimi attori avremo il tempo di parlare nei prossimi giorni, e che Dio ce la mandi buona.

La notte prima dell’azione

sofri6Verso Mosul: le operazioni sono state suddivise fra i partecipanti convenuti – poi ci sono gli abusivi. Domenica pomeriggio mi è arrivato l’invito, molto desiderato, a unirmi ai peshmerga del Puk, cioè della metà del Kurdistan radicata a Suleimania e a Kirkuk, incaricati di prendere tre dei nove villaggi in mano al Daesh che costituivano l’ultima barriera per l’avanzata dell’esercito iracheno verso Mosul.

Sono i villaggi di Kharaba Soltan, Kher Kasha e Big Badana, nel distretto di Hamdaniya, a sudest di Mosul. Svolto il compito, i curdi devono fermarsi lì e lasciare l’avanzata dentro Mosul all’esercito iracheno. Dunque è questa la battaglia che racconterò. Anche perché avevo già partecipato, da spettatore partigiano, ad altre battaglie, ma mai alla vigilia e soprattutto mai alla notte che precede l’azione. L’azione comincia ancora, come nelle «giornate» delle guerre di una volta, alla prima luce del giorno, alle 6, di norma, che questi militari chiamano, se ho capito bene «alle Sessanta». Ma come le aspettano le 6? Sappiamo del principe di Condé, che «dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi»: bene, i peshmerga no. E non perché siano trepidanti, non ho mai visto aspettare la battaglia con tanta naturalezza, eppure i peshmerga sono un miscuglio di giovanissimi e di padri di famiglia e veterani: la cosa che si avvicina di più all’idea di un popolo in armi (senza donne o quasi, qui, a differenza che nel Rojava o fra i curdi di Turchia).

sofri3Molti restano sui tetti dei villaggetti in rovine in cui ci si insedia per l’occasione, a fare la guardia, qualcuno dorme per terra, ma piuttosto tardi, avvolgendosi in qualunque tappeto, i più fanno dei fuochi e ci restano attorno a scherzare e raccontarsi storie. Fanno dei fuochi: annotatelo, perché di giorno si sta ancora sui trenta gradi e di notte a zero, e neanche il Condé avrebbe chiuso occhio nell’abbigliamento sbagliato. Ospite com’ero e straordinariamente benvoluto ho fatto il giro di una quantità di fuochi e familiarizzato come succede solo in circostanze simili: in galera, in guerra, in un terremoto. A gesti e ad abbracci – i curdi sono espansivi, e anche gli italiani, quando non siano così stupidi da vergognarsene – perché, come ci diciamo scuotendo la testa fra noi stranieri: «Quasi nessuno parla inglese, né francese, né spagnolo».

In realtà, quasi tutti noi non parliamo né curdo, né arabo, né turco, mentre loro lo fanno benissimo. Da quando ci sono i telefonini tutto è cambiato, perché ci si fa la foto, si guarda come’è venuta, poi il video, e si canta in coro e si battono le mani, canzoni inclini al Kurdistan e al suo valore. Si fa anche il tè, sul fuoco. Prima si è cenato, col pane- nan – il riso e un sugo di zucchini o di bamya, la verdura più buona.

Il fuoco rende le facce ispirate, e la nostra notte, quella fra domenica e lunedì, aveva anche la luna più piena del mondo, e tutto questo brulichio di peshmerga e di armi e blindati strampalati stava a bagno nel biancore lunare. All’inizio della notte avevo di fronte l’Orsa grande, nel punto in cui se il cielo fosse occupabile sarebbe appartenuto all’Isis, almeno fino alla mattina dopo.

“Lui”

I comandanti in capo sono un generale, Ayub, e un colonnello, Zatyar: fra i peshmerga i comandanti sono decisivi, prima d’essere obbediti sono amati, e c’è fra loro un gran rispetto ma anche una confidenza da campeggio di boy scout, non so: e i peshmerga sono associati in gruppi e in azione sembrano avere un’autonomia larghissima. Forse militarmente è un difetto, un residuo dei tempi della montagna. Forse. I comandanti in capo mi hanno portato al tramonto a vedere il campo della battaglia da un tetto diroccato. Hanno un drone, Ayub sembra appassionato e i soldati più giovani lo assistono come i ragazzi farebbero col padre incappato nel videogioco.

sofri2A un certo punto della notte il freddo e la stanchezza, e la preoccupazione di mal figurare all’indomani, prevalgono, e mi butto anch’io per terra, ma non ho niente in cui avvolgermi. Vengono a prelevarmi e mi collocano su un pavimento della casa sventrata. Non sono all’altezza, così dopo un po’ mi alzo e ci faccio un giro di perlustrazione, alla luce del telefonino. Fino a ieri la casa era dei Daesh, e i segni del bivacco sono deprimenti. Però scopro in un angolo una culla, buttata via con altra monnezza, in ricordo di quando qui c’era una famiglia e dei bambini. Prima loro, poi Daesh, poi noi e io.

Ho per la prima volta una sensazione disturbante – infatti non ho mai provato compassione per questi videomaker del taglio di teste, solo disprezzo e orrore, e desiderio di impedirgli di nuocere. E ora torno a sdraiarmi su una specie di stuoino lurido sul pavimento di vetri rotti, e penso che sullo stesso stuoino lurido avrà dormito, o cercato di dormire, «lui», ieri notte; e che gli saranno saltate addosso le stesse pulci di cui adesso mi gratto io. Mi passa presto, intendiamoci: «lui» deve smettere di nuocere. Alle 5 sono già tutti attorno ai fuochi riattizzati, e hanno le facce dei meridionali che arrivavano a Torino di mattina. Ma il comandante Zatyar, seduto contro un muro, ha in una mano uno specchietto e si sta facendo la barba, praticamente a secco. Poche ore fa, quando la notte era già avanzata, l’avevo lasciato che rifiniva coi collaboratori più stretti i piani per la battaglia, i tre gruppi, i tre villaggi, la distribuzione dei compiti. Chissà se il Condé si fece la barba, avanti Rocroi.

Ingorgo di blindati

sofri1Alle 6 si comincia davvero. Ma molto lentamente e macchinosamente. Intanto, ogni inizio dell’attacco somiglia a un ingorgo stradale, magari senza strada. Immaginate un ingorgo di carri armati e blindati di ogni genere. Il veicolo decisivo e trascurato dai cantori militari è però il bull dozer e in genere le macchine del movimento terra. Il nemico ha scavato trincee lunghissime, profonde tre metri e larghe due, e ha coperto strade e sentieri di colline di terra e detriti. L’avanzata comincia con la costruzione della strada: si riempie un pezzo di trincea, si sgomberano i mucchi di terra, si alza al cielo una polvere che fra poco si confonderà coi fumi delle bombe. Anche le esplosioni sono preventive: qui oggi non c’è il sostegno aereo della coalizione, giudicato forse superfluo. Si sa che i villaggi sono già svuotati degli abitanti, ed è possibile che anche i combattenti dell’Isis abbiano scelto di squagliarsela alla volta di Mosul o della Siria.

Le esplosioni sono tante lo stesso, e il loro effetto iniziale si riduce a voli esasperati di passeri e colombi che non sanno più da che parte ripararsi. Siamo in una vasta piana gialla di stoppie e di grano non colto, e di colpo l’attenzione è attratta da un congegno scuro che vola e si ferma in alto come fanno gli elicotteri, e tutti pensano a un drone, e i droni ora ammazzano, invece si tratta di una vera aquila; del resto l’aquila, halò, è l’emblema anche del Kurdistan, come il leone, sher, e altri animali di rispetto. Fra poco però intensità e provenienza delle esplosioni cambiano.

Dapprincipio non è facile capire, per me impossibile. Nelle battaglie si è sempre come Fabrizio del Dongo a Waterloo: qui ci sarebbe l’ausilio dei telefoni da campo che fanno una radiocronaca ininterrotta, ma bisogna sapere il curdo, di nuovo. Nelle battaglie, sapete, la cosa più difficile è capire quali botti vengono da noi e quali contro di noi, e restare impassibili ai primi e buttarsi per terra ai secondi: fraintendete e siete sputtanati.

Ora vengono contro di noi: i villaggi sono stati davvero evacuati, ma una postazione di artiglieria dell’Isis di cui qualcun altro avrebbe dovuto occuparsi tira una metodica sequela di proiettili di grosso calibro verso la colonna del villaggio di mezzo, il nostro.

Alle 8 e mezza ci sono i primi morti e feriti, la corsa delle ambulanze: alla fine saranno sette, e una dozzina di feriti. Alle 10 e mezza è centrata un’altra auto, davanti ai miei occhi. Più tardi guardo le fotografie, con tre di loro mi sono fatto la fotografia il giorno prima. A mezzogiorno i villaggi sono stati occupati e ripuliti, facciamo il giro completo – solo macerie – mentre l’artiglieria continua: il soccorso aereo è stato chiamato, verrà forse nel pomeriggio. I curdi hanno fatto la loro parte, ora tocca agli altri. Sarà vero?

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