Moravia come non l’avete mai letto prima

Letteratura
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È uscito “Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto”, raccolta di lettere giovanili inedite dello scrittore. Ne parliamo con Alessandra Grandelis, la curatrice del volume

Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto, uscito il 5 Novembre per Bompiani, corredato da suggestive fotografie selezionate da Nour Melehi, raccoglie 154 lettere che Alberto Moravia invia a diversi interlocutori tra il 1926 e il 1940; missive il cui contenuto apre uno squarcio nell’intimo dello scrittore, illuminando tutte le sfere della sua esperienza di vita, dal lavoro all’amore, dalle gioie ai turbamenti: quello che viene fuori è un quadro omnicomprensivo, sfaccettato e reale, della persona e dell’autore Moravia. Abbiamo parlato con la curatrice del volume, Alessandra Grandelis.

Qual è stato il criterio che ti ha orientata nell’assemblare queste lettere, come si è svolta la raccolta?

La raccolta, che è frutto di una ricerca in corso sull’epistolario dello scrittore, rappresenta in primo luogo il ritratto del giovane Moravia dai diciannove ai trentatré anni. È parso da subito importante mettere a disposizione dei lettori e dei critici le lettere, quasi del tutto inedite, che testimoniano il periodo meno conosciuto dell’autore, quello della gioventù, il più difficile da ricordare per la naturale fallacia della memoria e, nel caso di Moravia, per il complesso rapporto con il proprio passato. Questa parte dell’esistenza viene raccontata da Moravia in tempo reale: attraverso lettere di amicizia e di amore, di viaggio e di crescita intellettuale si traccia il percorso di iniziazione alla vita e alla scrittura.

A partire dalle dichiarazioni dell’autore, è stato possibile individuare le figure che hanno avuto un ruolo decisivo negli anni della formazione e in quelli a venire. Un lavoro quasi archeologico mi ha portata in numerosi archivi, pubblici e privati, dove si conservano le lettere di Moravia a coloro che sono state guide umane e intellettuali (il socialista Andrea Caffi, l’antifascista gobettiano Umberto Morra di Lavriano, il colto Gugliemo Alberti, Bernard Berenson con tutta la sua corte), agli amici (Nicola Chiaromonte, Carlo Levi, Curzio Malaparte, Mario Pannunzio, Giorgio Vigolo), al critico Pietro Pancrazi e a Giuseppe Prezzolini, al grande amore di questi anni, la pittrice svizzera Lélo Fiaux. Ma altre donne, molti altri sono i protagonisti che affollano le lettere, a partire da coloro che il giovane scrittore incontra nei salotti italiani ed europei più prestigiosi, come quello di Lady Ottoline Morrell del Bloomsbury set.

Leggendo le missive è come se Moravia prendesse tutti i lettori per mano e li accompagnasse nei luoghi della sua giovinezza, in Italia e nel mondo; le lettere hanno la forza di offrire uno sguardo privilegiato sull’esistenza e sull’opera di uno scrittore.

Qual è il filo conduttore che lega tutte queste missive tra loro? Nell’eterogeneità delle esperienze di Moravia in quegli anni è possibile rintracciare una matrice che le renda in qualche modo un percorso narrativo unitario?

Ciò che accomuna le lettere è certamente la loro verità. Sono missive spontanee in cui Moravia non lascia di sé un’immagine ‘letteraria’, ma si racconta con immediatezza, condivide la quotidianità di un giovane che dopo i lunghi anni della malattia («una rabbia durata 19 anni») desidera fare tutte le esperienze che la vita gli concede, tra il «furioso desiderio di fare qualche pazzia» fuori dall’ambiente borghese di provenienza e la noia che lo aggredisce e da cui cerca di liberarsi, senza peraltro riuscirci. Come anticipa il titolo, Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto, leggiamo la storia di un giovane colto negli anni della sua formazione, con tutte le aspirazioni, le inquietudini e le paure dell’età.

Cosa aggiunge questo volume a quello che è stato detto fino a oggi di Moravia?

Oltre alla sua vasta opera, Moravia ci ha lasciato lunghe interviste rimaste celebri, basta ricordare quelle con Camon, Elkann, Maraini e Siciliano. Eppure queste lettere aggiungono molto a quanto già si sa. In primo luogo illuminano rapporti più supposti che stabiliti con certezza, ne svelano degli altri del tutto sconosciuti insieme all’attrazione per personalità irregolari, fuori dal comune, «hippy ante litteram» come le definiva Moravia.

È così possibile colmare le lacune biografiche e chiarire gli spostamenti dello scrittore nello spazio e nel tempo. Insieme consentono di scoprire le letture precoci e voraci di Moravia, di entrare nel suo laboratorio mentre è impegnato a scrivere e a licenziare i primi due romanzi, Gli indifferenti e Le ambizioni sbagliate, e le prime raccolte di racconti, alla ricerca di un difficile equilibrio tra vita e scrittura in un confronto con i propri travagli interiori, sentimentali. Non è poi secondario che le lettere diano una panoramica sulle riviste italiane e internazionali dell’epoca a cui Moravia collabora con saggi e articoli di grande acume sinora poco conosciuti e ora riscoperti.

Emerge con forza la centralità che lo scrittore ha avuto nello sprovincializzare la nostra letteratura guardando all’Europa con curiosità e perspicacia ed elaborando in forma del tutto personale gli stimoli provenienti dall’esterno, della grande letteratura di Joyce, di Woolf e di molti altri. Quella di Moravia è un’opera che continua a parlarci e le lettere sono d’ausilio nell’approfondire questo dialogo.

Com’è Il 900 che viene fuori e che fa da sfondo al carteggio di Moravia?

Nei suoi viaggi, in Italia, in Europa e in continenti lontani, Moravia osserva con spirito acuto la realtà e gli avvenimenti. Sono gli anni del fascismo che limita, e di molto, la libertà dello scrittore di padre ebreo e cugino dei Rosselli. Le dieci lettere indirizzate a Moravia, che aveva l’abitudine di distruggere i documenti, da Andrea Caffi, Nicola Chiaromonte, Curzio Malaparte, Umberto Morra di Lavriano, Pietro Pancrazi e Silvia Piccolomini sono state rintracciate all’interno del fascicolo della Polizia Politica intestato proprio a Moravia, sotto stretto controllo del regime, pedinato nei suoi spostamenti. Sono gli anni in cui il nazismo giunge al potere, della guerra d’Etiopia, dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Moravia scruta l’orizzonte storico, frequentando gli ambienti dell’antifascismo, del liberalismo illuminato.

Ma è anche il ‘900 del «cantiere» americano. Quando Moravia riesce ad andare in America tra il 1935 e il 1936, dove vuole recarsi fin dal 1929, sperimenta in prima persona un nuovo modello di vita, distante da quanto vissuto in Europa, tra la vertigine e la frustrazione dettata da un collettivismo fittizio che si trasforma in esasperato individualismo, dentro una «macchina succhiante, assorbente». Le lettere fanno intravedere le lucide analisi dei reportage e mostrano la tensione civile che caratterizza tutta la vita di Moravia, nella convinzione che «l’azione dell’intellettuale sta nel suo lavoro».

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