Modello Libano per la svolta in Libia

Dal giornale
Un momento della firma a Skhirat, in Marocco, dell'accordo per un governo di unità nazionale, 17 dicembre 2015.
ANSA/CLAUDIO ACCOGLI

La missione Onu nel Paese dei Cedri potrebbe essere replicata a Tripoli dopo il via libera alla risoluzione. A guidarla forse il generale Paolo Serra, 5mila soldati per sostenere il nuovo governo di unità nazionale.

Per le Nazioni Unite, e per l’Italia, quella missione è il «fiore all’occhiello» in Medio Oriente. Un «fiore» da esportare anche in altre aree calde del Mediterraneo. E la missione Unifil in Sud Libano. Una missione di stabilizzazione ai confini tra il Paese dei Cedri e Israele; una missione a guida italiana. A ribadirne l’importanza sarà lo stesso presidente del Consiglio: Renzi, infatti, sarà oggi in Libano per incontrare il suo omologo libanese, Tammam Salam, e per portare il saluto e il ringraziamento dell’Italia, con gli auguri di Natale, ai soldati italiani della missione Onu. Quella missione ha fatto scuola ed ora potrebbe essere replicata in Libia.

E a comandarla, una volta avuto il via libera dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’assenso del nascente governo di unione nazionale libica, dovrebbe essere un italiano: il generale Paolo Serra, ex comandante di Unifil, da novembre scorso nominato dal Segretario Generale dell’Onu Ban Ki- moon, senior advisor del nuovo Rappresentante Speciale dell’Onu Martin Kobler per le questioni di sicurezza relative al dialogo in Libia. Con la nomina del generale Serra, la gestione della crisi dell’immigrazione nel Mediterraneo, e in particolare del dossier Libia, diventa ancora più a guida italiana: il comando dell’«operazione Sofia» (EunavforMed) contro gli scafisti è affidato all’ammiraglio Enrico Credendino, e lo stesso numero uno del Palazzo Vetro ha nominato, lo scorso ottobre, Filippo Grandi, l’ex capo dell’Unrwa, Alto Commissario Onu per i Rifugiati al posto dell’ex premier portoghese Antonio Guterres. L’attenzione è ora concentrata su New York. Il lavoro di stesura – affidato a Italia e Gran Bretagna- è praticamente concluso. Si stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli, ma ormai sembra essere solo questione di giorni per la presentazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione sulla Libia, passaggio ineludibile per attivare i piani di sostegno internazionale al governo di unità nazionale libico, scaturito dagli accordi siglati in Marocco e che dovrebbe vedere la luce entro gennaio 2016. «Il grosso del lavoro è stato fatto – dice a l’Unità una fonte diplomatica al Palazzo di Vetro -. I cinque Paesi membri permanenti (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, ndr) hanno raggiunto una intesa che poterà, come è avvenuto sulla Siria, all’approvazione all’unanimità della risoluzione fondata sul sostegno al governo di unione nazionale».

La risoluzione darà legittimità politica e copertura internazionale agli impegni che verranno assunti dai Paesi che avranno l’onere e la responsabilità di supportare il complesso processo di stabilizzazione della Libia. E di questi Paesi, l’Italia sarà alla guida. Una investitura sul campo, riconosciuta dall’inviato dell’Onu e, cosa ancor più significativa, dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Roma sa bene, come hanno rimarcato a più riprese sia Renzi sia il ministro degli Esteri Gentiloni, che uscire dal caos (armato) che regna nella Libia post-Gheddafi non sarà impegno né facile né di breve durata. La nostra diplomazia è al lavoro per rendere quanto più inclusivo il governo che dovrà, secondo gli accordi, prendere forma entro 40 giorni, e al tempo stesso, il ministero della Difesa, in stretto rapporto con la Farnesina e l’inviato speciale delle Nazioni Unite, sta predisponendo i piani per definire la nostra presenza in una missione di “peace-keeping” e di “institution building” sotto egida Onu. Una missione composta da almeno 5milia uomini, mille britannici e 4mila italiani, per mettere in sicurezza i punti nevralgici del Paese: il porto di Tripoli, gli aeroporti, i principali collegamenti stradali, gli impianti petroliferi. Si starebbe valutando anche la dislocazione di un contingente di italiani alla frontiera con la Tunisia, vicino alla città degli scavi archeologici di Sabrata, la “Palmyra libica”, gravemente minacciata dall’Isis, e ai campi d’addestramento dai quali parte il corridoio di jihadisti tra la Libia e la Tunisia.

A questo si aggiungerebbe un aiuto diretto nell’addestramento militare di un nuovo esercito libico che dovrà cimentarsi nell’impresa di disarmare le tante milizie sul campo e contrastare le filiere libiche del Daesh. Il quadro politico entro cui agire è già stato tratteggiato dalla recente Conferenza sulla Libia svoltasi a Roma lo scorso 13 dicembre. Ora si tratta di implementare il sostegno al governo delineato dagli accordi di Skhirat. Le ipotesi sul tappeto sono diverse. E riguardano anche un possibile blocco navale anti-scafisti. Per attuarlo, rileva un report del GeopoliticalCenter, devono essere impiegati almeno 5000 uomini sul terreno, a difesa delle struttura strategiche, 4/6 droni da media e bassa quota per la sorveglianza delle coste, una nave con funzioni di comando e capacità di appoggio aereo per la quale immaginiamo la portaerei Cavour, due cacciatorpediniere per la protezione aerea nel caso in cui un Mig libico volesse compiere un attacco contro la nostra portaerei, una decina di unità minori, corvette e pattugliatori per imporre fisicamente il blocco navale e chiare regole di ingaggio, onde evitare che i nostri uomini diventino bersagli impotenti di terroristi e scafisti. Quanto alle rotte dei barconi, direzione Italia, i punti di partenza sulla costa ad ovest di Tripoli sono Zuara, Sabratha, Sourman e Zanzur. Alle porte della capitale gli imbarchi avvengono a Tagiura e verso Misurata a Tarabuli. Una parte di questa vasta area è sotto controllo delle milizie legate ad Ansar al Sharia, la fazione jihadista più attiva e meglio armata tra le oltre 230 che spadroneggiano in Libia, e che nei mesi scorsi è entrata a far parte dell’Esercito islamico di al-Baghdadi. Il nascente governo libico dovrà intervenire anche su questo fronte. Per vincere avrà bisogno del sostegno della comunità internazionale. Politico, economico, militare. L’Italia farà la sua parte.

 

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