Minions, fenomenologia di un campione d’incassi

Cinema
epa04822394 Minions figures pose at the Dutch premiere of Universal Pictures and Illumination Entertainment's 'Minions' at Pathe Arena in Amsterdam, The Netherlands, 28 June 2015.  EPA/EVERT ELZINGA

Il film d’animazione, prequel e spin off di “Cattivissimo me”, sbanca il botteghino anche in Italia, dopo essere stato campione d’incassi in America

I Minions sono quegli esseri completamente gialli, dall’aspetto rotondo e gommoso e con degli occhiali da saldatore impiantati in testa, che nella serie di film “Cattivissimo me” hanno il ruolo marginale, seppur di enorme successo, di seguaci e scherani del protagonista: il cattivo dal cuore d’oro Gru.

Di fatto l’indole dei Minions è quella di mettersi al servizio, sempre e comunque, degli istinti brutali del malvagio di turno, vocazione che appartiene loro sin dal principio dell’evoluzione, da quando la forma di vita Minions si sviluppa nelle profondità oceaniche.

Le caratteristiche che hanno permesso ai nostri mostriciattoli gialli, frutto della mente del francese Pierre Coffin e dello statunitense Kyle Balda, di bucare lo schermo diventando rapidamente campioni d’incassi sono molteplici, e affondano tutte le loro radici nella capacità di far riferimento a diversi livelli dell’immaginario “pop”.

La prima cosa che risalta agli occhi è la componente iconica del personaggio Minions. Minimale, compatto, tondeggiante, il padre del Minions potrebbe essere il Pacman di videoludica memoria – se non fosse che parliamo di parecchie generazioni fa. Più facile pensare che sia una specie d’ibridazione tra un pinguino di “Madagascar”, una M & M’s ed una patatina fritta. Questa particolare estetica rende i Minions immediatamente riconoscibili e ce li fa associare quasi inconsciamente a una serie di contesti con cui abbiamo familiarità.

In primis ricordano il protagonista di uno spot pubblicitario: quell’animazione che in pochi secondi è catalizzatrice di tutta la scena e deve essere persuasiva per convincerti a comprare il prodotto.

Sono poi “carini e coccolosi” e fanno ridere proprio come i Pinguini di Madagascar e, rotondetti come appaiono, ci si aspetta da loro una sorta di elasticità da videogioco “platform”.

Quindi il Minions rimbalza, salta, è funambolico, si appende agli aeroplani in volo e crea dei ponti sospesi nel vuoto aggrappandosi ad altri Minions in una catena di corpi gommosi; gommosità che suggerisce anche una sorta di invulnerabilità nel riuscire ad attutire colpi e impatti da caduta.

Rivelatrici in questo senso la scena finale, in cui Kevin  (il leader dei Minions) si fa esplodere in cielo e poi plana gentilmente verso terra con un paracadute improvvisato, e la scena in cui i Minions vengono torturati, e nel tentativo di smembrarli, stirando gambe e braccia in direzione opposta, il loro aguzzino non fa che allungare i loro arti gommosi, provocando solletico e divertimento nei nostri amici gialli.

La caratteristica che spesso accomuna questo tipo di film, una trama che aderisce ad un canovaccio standard – il bene trionfa sul male dopo una serie di peripezie dall’acme quasi tragica – in questo caso è svuotata di ogni implicazione emotiva dei personaggi. I connotati caratteriali dei tre protagonisti sono solo abbozzati secondo le tipologie codificate de:  il coraggioso dal cuore d’oro (Kevin), lo strampalato casinista (Stuart) e il tenerone un po’ tonto (Bob); mentre la pletora di Minions seguaci sono caratterizzati semplicemente dalla loro buffa fisicità.

Questa semplificazione è aiutata dal fatto che i nostri esserini parlano una specie di grammelot in stile “Pingu”, un idioma composto da parole di svariate lingue del mondo, messe assieme con criteri onomatopeici. E se da una parte tutto ciò impoverisce le sfumature narrative, dall’altra è un meccanismo funzionale ad una sorta di scorrevolezza dell’azione – fattore che tende ad assuefare lo spettatore, il quale, una volta entrato in sintonia con il “mood Minions”, sarà lieto di spegnere il cervello per un po’ e sghignazzare intontito.

Tutto il film si regge su una concatenazione serrata di gag messe in moto dall’indole caisinista dei Minions, i quali sistematicamente non riescono a disporre della propria intenzionalità, finendo sempre per sortire con le proprie azioni l’effetto contrario rispetto a quello desiderato.

Questa atavica disfunzionalità dei Minions, amplificata dalla copiosa quantità di individui che compongo la loro stirpe, produce effetti devastanti, che si ritorcono contro il disgraziato cattivo di turno, che finisce sempre per essere eliminato in maniera rocambolesca.

Il film comincia, per l’appunto, con una digressione storica in cui abbiamo una nutrita serie di casi del genere: quando per esempio i Minions diventano servitori del più truce uomo delle caverne, al quale suggeriscono di deporre la clava ed usare un più pratico scaccia zanzare nel combattere un enorme orso preistorico, oppure quando, schierati a fianco di Napoleone, per un fortuito gioco di contrappesi gli sparano una cannonata esiziale. I Minions quindi vorrebbero essere malefici ma finiscono ogni volta per diventare, loro malgrado, paladini della giustizia.

A livello tecnico le animazioni sono notevolissime e sfiorano un grado di nitidezza e realismo impressionante, alcune gag sono esilaranti, come l’assolo di chitarra finale di Stuart, altre banali, come la reazione mascolina della regina al tentativo di furto della corona (riproposizione pedissequa della scena della vecchina che picchia il leone di “Madagascar“).

In ultima analisi il film è dall’inizio alla fine un bombardamento “monodimensionale” di gag plastiche, caratteristica che si rivela pregio e allo stesso tempo difetto di questo lavoro, ma che lo rende conforme a ciò che doveva essere nella mente di chi l’ha concepito: un blockbuster, orientato soprattutto a un pubblico di giovanissimi, ma senza quella finezza che caratterizza alcuni capolavori del genere (Monsters & Co, Ratatouille, WALL-E).

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