Mineo se ne va dal Pd, una rottura già scritta

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Il senatore del Pd, Corradino Mineo, durante l'esame del ddl Rai nell'aula del Senato, Roma, 21 luglio 2015.     ANSA/ETTORE FERRARI

Un dissenso iniziato subito e segnato col no alle più importanti leggi del governo

«Le chiamerei dimissioni fortemente raccomandate, io non volevo lasciare il Pd, perché è quello il partito con cui sono stato eletto, e non sono un saltafossi»: Corradino Mineo, senatore, lascia il gruppo del Pd (passa al gruppo misto) e lo fa con un inevitabile tono polemico che d’altra parte ha connotato fin dall’inizio della sua avventura parlamentare il complicato rapporto col suo (ex) partito.

Va via, dunque, Mineo, dopo innumerevoli prese di distanza dalle posizioni del Pd (sulla legge elettorale, sulla riforma del senato, sul jobs act, sulla scuola), va via – dice lui – dopo essere stato “oggetto di una sorta di processo sommario da parte di Luigi Zanda che ha derubricato questioni meramente politiche a questioni disciplinari”, in occasione di una assemblea del gruppo “senza ordine del giorno” nella quale però – a quanto risulta – le obiezioni dell’ex giornalista sulla legge di stabilità non sarebbero state condivis da alcuno, altro che “processo sommario”.

Una rottura che in qualche modo era scritta. Difficile convivere se litighi su tutto: “La verità – ha detto lo stesso Mineo – è che quando raggiungevano un accordo, io mi mettevo contro”.

Il rapporto fra Mineo e il gruppo è stato sempre conflittuale. Considerato a un certo punto civatiano, Mineo non aveva seguito Pippo Civati quando questi era uscito, né Stefano Fassina, l’altro fuoriuscito illustre. Lui è sempre stato più esuberante ma forse con minore peso politico. Potrà darsi che tutte queste personalità “irregolari” trovino un punto comune ma non è detto: “Guarderò loro, come guarderò Vendola: ma per ora sono nel Misto e osservo cosa succede”.

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