Milano al bivio sceglie tra passato e futuro

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Sala contro Parisi, centrosinistra contro centrodestra (uniti). Si gioca qui la partita decisiva, che avrà ripercussioni importanti a livello nazionale

A Milano, nel cuore del motore pulsante del Paese, nella capitale economica e morale, come l’ha definita Raffaele Cantone con una battuta risultata ai più infelice ma forse non troppo lontana dalla realtà, si gioca la partita forse più importante delle elezioni amministrative del 5 giugno. Anzi, potremmo già dire del 19 giugno, dato che, tra le cinque grandi città al voto, è sicuramente quella con la situazione politica più definita.

Sarà una sfida nel solco della tradizione bipolare della città: centrosinistra contro centrodestra. Anzi, sarebbe meglio dire, centrosinistra unito contro centrodestra unito, un unicum nel panorama nazionale. Da una parte Beppe Sala, mister Expo, ex city manager di Letizia Moratti, dall’altra Stefano Parisi, romano di nascita e milanese d’adozione, già a capo della direzione generale della città quando il sindaco era Gabriele Albertini. Nessuna possibilità di ballottaggio per il Movimento 5 Stelle, con il buon Gianluca Corrado che si dovrà accontentare del voto d’opinione e di protesta, che (non a caso) a Milano non ha mai attecchito fino a minacciare di diventare maggioranza.

Dietro i profili così simili dei due candidati si celano però due storie, due prospettive, molto diverse. Sala ha vinto le primarie di coalizione, è stato scelto da oltre 60mila milanesi e ha dovuto sudare non poco contro Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, due esponenti di punta della giunta guidata dal sindaco uscente Giuliano Pisapia. Parisi, di contro, è stato “nominato” da Silvio Berlusconi con il benestare di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che hanno messo da parte i loro intenti baldanzosi di piccoli lepenisti e hanno saggiamente deciso di convergere su un profilo moderato e rassicurante.

Milano d’altronde, è inutile negarlo, è stata ben amministrata in questi cinque anni. Motivo per cui qui non ci sono cittadini da distrarre con le urla e le ruspe (oppure con la retorica dell’anti-casta) come succede in altre città, Roma in primis. Qui contano i programmi, le idee, le prospettive per la città. Per questo la destra ha scelto la strada dell’illusione ottica: davanti Parisi, dietro Salvini. E, anche se tra i due non sono mancati e forse non mancheranno i momenti di tensione, il trucco sembra essere riuscito dato che tutte le ultime rilevazioni danno Sala e Parisi praticamente appaiati.

In questo quadro è ancora più interessante quanto è successo nel centrosinistra milanese. Sulla scia del modello arancione di Giuliano Pisapia, il candidato più “renziano” nella rosa dei pretendenti del Pd alla carica di sindaco delle maggiori città del Paese è stato capace di tenere unito tutto il fronte della coalizione, da Sel ai moderati di centro, passando da maggioranza e minoranza del Pd. Cosa in cui non sono riusciti Giachetti a Roma, Valente a Napoli e neppure Fassino a Torino. Majorino e Balzani (il primo mettendoci la faccia come capolista del Pd, la seconda mettendosi in disparte) hanno sostenuto fin da subito la corsa del candidato uscito vincitore dalle primarie. Il tanto vituperato “partito della nazione”, qui a Milano, dunque, coincide con il modello arancione: Ncd e Passera stanno con Parisi, la sinistra (con l’eccezione dell’area riunitasi intorno alla candidatura minoritaria di Basilio Rizzo) sta con Sala. Centrosinistra contro centrodestra.

Il laboratorio milanese è quello in cui si gioca quella che Massimo Cacciari ha definito la partita più importante. Da una parte l’eredità congiunta della giunta Pisapia e del successo dell’Expo da coltivare e da perpetuare per far diventare il capoluogo lombardo una metropoli compiutamente europea votata al futuro. Dall’altra un passo nel vuoto del passato irrilevante se non dannoso delle giunte di centrodestra, plasticamente rappresentate dall’agonizzante coalizione che sta guidando Regione Lombardia. Non è un caso, in questo senso, che la campagna elettorale sia stata macchiata, fin dalla marcia di avvicinamento alle primarie del centrosinistra, da una evanescente macchina del fango scatenata dai giornali della destra nei confronti di Beppe Sala.

Sala che, dal canto suo, si è immerso appieno della parte di uomo forte del centrosinistra milanese. Ha condotto una campagna elettorale combinando la forte autorevolezza della sua figura con un’attività di ascolto e di comunicazione capillare, piazza per piazza, quartiere per quartiere, portando a compimento, con il sostegno del Pd che a Milano vive in una sorta di oasi felice (almeno per il momento), la transizione da manager di successo a politico credibile e attento alle istanze sociali della gente.

A fronte di tutto ciò, in vista della doppia prova elettorale del 5/19 giugno nulla è dato per scontato. L’asse immigrazione-sicurezza, su cui la destra ha impostato gran parte della propria campagna elettorale, è un tema molto sentito da queste parti. Addirittura i danni provocati dal maltempo negli ultimi giorni potrebbero spostare qualche voto decisivo in una partita che tutti dicono si giocherà al fotofinish. Ogni piccolo fattore potrebbe risultare decisivo. Ma una cosa è certa: quel che succederà qui, nel bene e nel male, avrà ripercussioni reali a livello nazionale. E’ questo l’onore, e l’onere, di essere la locomotiva economica e politica del Paese.

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